Ecco dunque i miei ricordi: “Le Cronache di Augusto Bandini”; la grande storia del bambino che giocava bene a calcio e che i suoi amici chiamavano Banda.
Ma gli amici, appunto, dove erano finiti? cosa stavano facendo? e l’U.S. Montreal quale traguardo stava rincorrendo? tutto era filato liscio?
Tante domande si affollavano nella mente quando ricordavo quei bei tempi. E siccome la vita nei ricordi, soprattutto se lontani, diventa come un film muto, pensavo che tutti noi avevamo nella memoria una serie di ricordi visivi fatti di immagini cosmiche o di oggetti iconici. Per quanto mi riguardava la prima immagine visiva che ancora, a tutt’oggi ricordi, era la maestosità della vigna che pendeva sotto di me a cavalcioni di un triciclo rosso. Avevo sempre pensato che, tra quelle foglie verdi rigogliose di succosi grappoli di uva Regina, si riassumesse e prendeva corpo lo spirito della casa dove ero nato e vissuto e da dove, seduto alla scrivania a scrivere, osservavo con tragica nostalgia il traffico selvaggio e le lunghe file di auto parcheggiate che, da quasi un decennio, stringevano d’assedio Via Leningrado. Lo spirito della casa era tutto ciò, nell’immagine cosmica della vigna, che rimaneva della nostra famiglia dopo che i nonni, la mamma e il papà se ne erano andati per sempre.
I ricordi servono anche a riconciliare il presente con il passato e viceversa, e in quel 2006 alcuni segnali si palesarono a sostegno di questa teoria.
Fu così che un pomeriggio di ozio trovai, nel cassettone di ciliegio dove tenevo gli accessori, l’inseparabile foulard del Boone, che mi regalò, in segno di affetto e amicizia, prima di partire per Londra con la Francy.
Se non ricordavo male, era stato nel 1984, e da quella notte non ci eravamo più rivisti né sentiti, a parte qualche scarna notizia attraverso i laconici aggiornamenti di TonyCrippa, fratello della Francy. Più di vent’anni erano passati e metteva i brividi pensare che il foulard, tra le mie mani, fosse così reale, significativo e pieno di bellissimi ricordi dei lunghi inverni seduti sulle panchine. Eppure era anche la prova di una dolorosa partenza. Dolorosa per chi? Mi chiedevo ogni tanto quando ci pensavo. Probabilmente solo per me e, tra le mie fantasie, forse per nessuno dei miei vecchi amici poiché, come quasi sempre succedeva, una volta diventati grandi la vita era scorsa lungo direttrici mosse nel prioritario interesse personale. E così, in fondo, era successo anche a me che però rimuginavo spesso, da scrittore mancato, intorno a quel periodo magico della gioventù. Comunque sia e bando alle ciance, ricordo che quel giorno indossai con grande orgoglio lo splendido foulard etnico e per tutte le giornate a seguire assunsi una intramontabile aria beat.
Poi successe, sempre in quel periodo, che una domenica mattina, stavo rovistando per noia nel cassetto delle foto di famiglia. Il famoso giaciglio dei ricordi, che la mamma teneva in disordine sparso, perché diceva “E’ bello che sia sempre una sorpresa. Un po’ come quando trovavamo il pezzo mancante del puzzle di Natale (regola di famiglia: da diecimila pezzi) che per tutte le vacanze si era nascosto così bene. Tu eri bravissimo a scovarlo Augusto”.
La mamma aveva sempre ragione, ed infatti quella mattina, mi ritrovai tra le mani una foto di cui avevo perso le tracce ed anche il ricordo. Una delle pochissime scattate da ragazzini sul mitico campo “Decio Corubolo” purtroppo già allora, nel 1976 data della foto, in completo abbandono. Per questo ricordai che l’accesso avveniva nella boscaglia attraverso un enorme buco nella rete, mangiata dalla ruggine, nascosto tra rovi spinosi. La data sul retro 30 giugno 1976, mi condusse in un lampo al dolore più grande, perchè a metà di giugno era morta la guida della mia infanzia: l’insostituibile nonna Emilia (forse era per quello che apparivo così imbronciato).
Comunque ripensandoci mentre scrivo, benchè il dolore di quella perdita fosse sempre dentro di me come un qualcosa di devastante, fu comunque un’estate spensierata di grande calcio con gli amici di Piazza Mazzini: Sgarbi, Giovannino, Bobo, Ciccio Brancaleone, Paolo Malerba, Silvio Angeli. Ma anche con Brera, TonyCrippa e Boone che con altri compagni di squadra montrealesi, si presentavano ogni tanto in piazza, davanti al sagrato della chiesa, per giocare. Le estati erano lunghe e spensierate.
Ed erano bellissime e la sfida clou delle vacanze, la partita delle partite, l’appuntamento da non perdere, si combatteva, nel vero senso della parola, tra: Piazza Mazzini gli “Hellas Garden” (U.S. Montreal nella foto) contro i nostri nemici giurati di Via Rosa Morando “I Vinco’s” (Olimpia San Pio X).
Ricordo con grande affetto che quell’estate, di rado ma quel tanto che bastava per capire di che pasta erano fatti, avevano cominciato a fare capolino sulle panchine della piazza, in qualità di sfigatissimi capi chierichetti, Gui e Findus. Che per effetto della loro palese diversità (capelli con la riga, camicia inamidata, pantaloni con le pence e mocassini di vernice) venivano presi sonoramente per il culo.
Ma senza mai perdersi d’animo, il duo di quindicenni cesarotti, che avrebbe cambiato la nostra giovinezza e forse anche la vita, con caparbia determinazione insisteva nel convincere qualcuno di noi ad andare in chiesa; mossi com’erano nella bontà di trovare adepti per le loro trame cattolico comuniste così sosteneva il Ciccio Brancaleone.
Ma nel 2006 tutto era cambiato veramente.
Per effetto di un’egemonica tecnologia dei consumi, la comunicazione mondiale disponeva di una rete di connessioni globali rapide e affidabili, per cui attraverso l’utilizzo di mail, di telefonini ultra moderni, di messaggi sms istantanei, di computer portatili, di internet point con inesauribili motori di ricerca, le distanze tra i popoli della terra si erano drasticamente accorciate. Non ultimo potevamo viaggiare, come mai prima, su comodi aerei a prezzi stracciati.
Insomma, come sosteneva con convinzione un mio capo, avevamo tutto a portata di click. Ma come sempre succedeva qualcosa non tornava, poiché in mezzo a tutta quella velocità, avevamo dimenticato il piacere di aspettarsi all’angolo di una strada; di scoprire chi sarebbe stato seduto sulle panchine della piazza; di attendere nervosi in poltrona una telefonata che non arrivava; di spedire felici una cartolina dalla montagna che arrivasse prima del nostro ritorno; di scrivere una lettera piena di attese o vagamente riparatrice dalle tentatrici spiagge romagnole. In altre parole non avevamo più tempo da dedicare al tempo, alle relazioni spontanee, alle lunghe chiacchierate così terribilmente inutili di sano cazzeggio, inteso come pietra miliare di un qualsiasi giovane nato negli anni sessanta.
Mi domandavo spesso in quel periodo: dove stavamo andando?
Il distopico Duemila, che tanto aveva ispirato la fantasia degli scrittori, era arrivato senza la tanto temuta bufala della fine del mondo; ma l’undici settembre 2001 rappresentò, nostro malgrado, una specie di spartiacque mondiale. Fu da quel giorno maledetto che l’avvento del nuovo secolo rivelava l’inizio possibile di una fine. L’attacco alle Torri Gemelle nel cuore di Manhattan, infatti, definì “un prima e un dopo”; non tanto nella datazione temporale e storica degli avvenimenti (una specie di a.C.d.C.) quanto nella percezione che i rapporti umani e sociali erano definitivamente cambiati. Gli equilibri mondiali, da quel giorno, si sarebbero stimati in una lista di buoni e cattivi per una società in perenne conflittualità. L’accettazione reciproca: quale presa consapevole che, nei rapporti tra le persone: 1) accettare può significare saper perdere ma anche 2) accogliere allo scopo di affinare la nostra flessibilità psicologica in favore della felicità; era bandita per sempre. L’infelicità doveva vincere.
Molte sensibilità sociali, per effetto di quel terribile attentato, cambiarono nella radicalizzazione di posizioni spesso agli opposti. I mezzi di comunicazione e di interazione, che nel passato erano considerati più fautori di una certa distrazione di massa, nel tecnologico spazio virtuale del tempo diventarono formidabili piattaforme per istigare alla contrapposizione. Infatti, all’interno di quello spazio, ogni persona poteva trovare il proprio nemico, la propria vittima, l’insospettabile carnefice e lanciare, per soddisfare in un like tutta la possibile cattiveria umana.
Ecco dove ci stavamo dirigendo: verso una società liquida che più instabile non si poteva; in una specie di pericolosa indifferenza, di perniciosa faciloneria, di fraudolento comportamento verso chiunque la pensi diversamente, di impensabile sdoganamento verso tragici passati. E mi restava nella testa quella domanda, che già avevo citato nel capitolo precedente, vecchia come il mondo che, in un certo senso in quel momento, conteneva il futuro ma anche il suo inganno: perché deve essere così solo perché è sempre stato così?
A tutto questo pensavo, ponendomi tutte quelle domande sul futuro, con la foto in mano mentre guardavo i miei amici e cercavo di tornare ai rumori, ai suoni, ai dialoghi di quel pomeriggio sul terreno argilloso del Decio Corubolo.
Alberto Camerini nell’omonima canzone autobiografica stigmatizzava con queste parole il senso di quel periodo meraviglioso … e dei mille compagni, del campo di calcio, dell’aria di strada che non scorderò più…
Erano passati esattamente trentadue lunghi anni dallo scatto. E quando per puro caso o per volere degli Dei, il mese successivo il ritrovamento della foto, mi presentai nella lussuosa sala d’attesa, che una signorina fighetta insisteva a chiamare Reception, della FTO Engineering S.p.a. stentai a trovare traccia di Bobo e Giovannino. Ma soprattutto stentai a rivedere l’anima della pioneristica Faxtel S.a.s., da cui erano partiti e, per la quale, ognuno della compagnia aveva dato il proprio contributo per sistemare, alla bell’e e meglio, i fatiscenti locali della vetreria chiusa della famiglia Fainello, in Piazza Mazzini.
Sin dai tempi della cavalletta con l’allarme, Giovannino era un appassionato maniaco elettromeccanico.
Al tempo dell’avviamento della Faxtel S.a.s. possedeva una Fiat Seicento che si divertiva ad elaborare di stranissimi collegamenti elettrici. Visto il poco lavoro degli inizi e il tanto tempo libero, passavamo con Giovannino e Bobo intere giornate attorno alla macchina, che si presentava, alla stregua di un albero di Natale, piena di led, lucette e sensori segnalatori. Nell’intento di Giovannino, così sosteneva, ogni leva o bottone del cruscotto doveva avere un riferimento sonoro e luminoso. Stranezze del personaggio. Più complesse si presentavano, invece, le giornate in cui Bobo e Giovannino accettavano, come si diceva per sbarcare il lunario, lavori di riparazione tecnica per i quali serviva una più accurata preparazione ed esperienza. La Bobo e Giovannino Riparazioni, come la chiamavamo dai tavolini del bar per prenderli in giro, ebbe vita breve. Soprattutto dopo la famosa maratona, che coinvolse praticamente tutta la piazza, su una vecchia fotocopiatrice che venne definitivamente defunta a martellate, la mattina successiva all’alba, sul marciapiede dove da bambini giocavamo a tappi.
Ma di strada ne avevano fatta da allora; su una parete trasparente, posta di fronte l’entrata della sala d’attesa, da cui si poteva vedere un laborioso spazio aperto che la signorina fighetta chiamava Open Space, campeggiava come simbolo imperiale, non un’aquila, ma un logo attractive (sempre su suggerimento della signorina) posto sopra una scritta stilizzata seguita dalla nomenclatura del potere:
FTO ENGINEERING S.P.A.
Italy Europe World
Presidente P.I. Fainello Giovanni
Amministratore Delegato Geom. Pietrograndi Alberto
Direttore Generale Ing. Mancini Filippo
Mosso dalla curiosità propria dello scrittore, giravo disubbidiente nella reception, tra foto celebrative, macchine da ufficio museali e stampe, che pendevano dal soffitto, narranti la storia aziendale sotto lo sguardo preoccupato della signorina fighetta che, a ogni mia sparizione, rilanciava con voce suadente la bontà del loro espresso aromatizzato al cioccolato. In verità avevo voglia di fumare e per questo attendevo Bobo e Giovannino che, pensavo io, dovevano aver mantenuto, pur in tutta quella aurea rappresentanza, le sane abitudini della piazza; cioè un posto nascosto fuori dalle palle dove accendersi una Marlboro, visto che una legge aveva sancito il divieto di fumo all’interno dei locali pubblici e nei luoghi di lavoro.
I nostri rapporti non si erano mai interrotti proprio del tutto. Diciamo che ogni tanto ci sentivamo attraverso sms, che Bobo sembrava utilizzare con estrema confidenza, forse anche, pensavo io, per aggirare quella sua latente timidezza che solo in pochi potevamo conoscere. Comunque sia era lui il divulgatore di notizie. Spesso erano mozziconi di avvenimenti tipo: “Vale terza fg. TC rabbit” tradotto “La Vale ha partorito terzo figlio, una femmina. TonyCrippa scopa come un coniglio” oppure “Boo e Fy forse a VR next” tradotto “Boone e Francy prossimamente a Verona” cosa che non era mai avvenuta, oppure ancora “30 Gus. Remember?” traduzione “Sono già passati 30 anni dalla morte di Gastone. Ricordi?”. Al che a quel ricordo rispondevo “Ciao Bobo, ricordi quella sigaretta in spiaggia, io te e Giovannino, dopo San Patrignano e la Baia. Ci penso ancora. Un abbraccio, tuo Banda”.
Con Giovannino, invece, ci si incrociava ogni tanto dal nostro tabaccaio di fiducia Silvano “il Brufolo” e quelle volte che capitava, intavolavamo brevi ma esaudienti chiacchierate che rinsaldavano, in un istante, tutta l’immortale amicizia che ci legava e che, mio malgrado, non avrei mai più provato negli anni da adulto. Non che non avessi avuto più amici anzi, ma quel legame era un qualcosa di diverso: totale, senza macchia, inossidabile. Non so come spiegarlo in altre parole, se non riferendolo alla bellezza di esserci conosciuti da bambini.
Qualche anno addietro, mentre ero ancora a Milano, Bobo mi aveva inviato, a sorpresa, questo messaggio “Banda, ma con Brera?” a cui avevo risposto laconicamente un “Ti spiegherò”. Lui non aveva insistito e per questo, mentre osservavo la linea squadrata di un vecchio fax, oramai fuori commercio dopo l’avvento delle mail, mi sentivo vagamente nervoso.
Me l’avrebbe richiesto?
Erano tanti anni che non ci vedevamo fisicamente soprattutto da quando io ero tornato da Milano e loro avevano trasferito l’azienda in quella moderna struttura tutta vetri che dava sull’autostrada. Ma il motivo per cui io ero lì, si riferiva ancora una volta ad un intrigante sms di Bobo che meritava tutta la mia partecipazione e certificava il fatto che loro due, con gli altri, non avevano mai perso i contatti. D’altronde il fuggitivo ero io.
Il mio atteggiamento verso quella situazione di attesa era sostenuta dalle certezze della nostra amicizia e, per questo, mi aggiravo in assoluta scioltezza laddove invece era tangibile l’osservanza di una certa riservatezza e di un preciso protocollo. Mi divertiva osservare, che l’atteggiamento della signorina fighetta, così oramai l’avevo etichettata, verso le regole e quindi per osmosi verso i titolari era molto simile a quello di un alunno delle elementari che confida ciecamente nell’autorità e nella serietà della sua maestra, quindi di trovarsi nell’incapacità assoluta di prendere in considerazione l’idea che la sua maestra potesse avere una vita, nell’ambiguo mondo al di là dell’aula di scuola.
Di solito a me succedeva quando per caso incontravo la maestra Zanelli a spasso per il quartiere con i figli. Accettai alfine, per raggiungere un equo compromesso, un buon caffè che mi servì corredato di un bicchierino di acqua gasata insieme ad un sorriso, ovviamente di rappresentanza.
La giovane ragazza era una bella morettina che indossava un vestitino a pois appena sopra il ginocchio con un paio di stivali neri che la slanciavano da modella. Ma l’incapacità intrinseca di una minima autonomia, rispetto al fatto che non ero un cliente come ben sapeva, non provocava in me nessuna curiosità nella seduzione. Avevo lo stesso tenero approccio che di solito conservavo per la mia Paoletta.
Fu quando proruppe nel silenzio aziendale, fatto di telefoni che squillavano, pacate discussioni tecniche, remote scariche di stampanti, un urlo selvatico che conoscevo come le mie tasche “Bandaaaaaaaaaaaaaaaa, monazzaaaaa” a squarciare l’imbarazzante stato sospeso di quell’attesa, che la giovane arrossì fin sotto il collo e pure oltre, giù verso l’incerto mare dell’innocenza, che me la fece desiderare in tutta la sua intrigante bellezza. Era come si fosse acceso nel suo sguardo un non so che di segreto. Anche se, pure io, forse per osmosi o per una strana forma di gelosia verso chi urlava, faticavo a pensarla nell’ebbrezza di un caldo orgasmo. Magari a novanta gradi nel lindo bagno aziendale con Bobo, ahahahah. Secondo me sotto era tutta in nero, pensai, in riferimento alle vecchie battute sessiste che facevamo io e il Bobo e gli altri in piazza.
Giovannino sempre più tarchiato, rubizzo e scarmigliato si stava sbracciando dal fondo dell’openspace. Era palese che nessuno dei dipendenti l’aveva mai visto così fuori protocollo. Indossava una camicia azzurra completamente tirata, dall’altezza delle sue iniziali, a causa di un pernicioso pancione che somigliava ad un grande pallone colorato pieno d’acqua al limite dal collassare. I Levi’s usati e le Clarks marroni slacciate, insieme al solito angolo della camicia di fuori a baciare la patta e i capelli lunghi castani, più o meno mossi e vagamente unti tenuti insieme dal solito Wayfarer da sole sulla testa, me lo fecero amare come, in fondo, lo avevo sempre amato. E quando a tu per tu esplose i suoi vispi occhioni azzurri, così marini, così grati e così dolci, dentro i miei, l’abbraccio animale ci riportò alle origini della nostra storia. Era sempre una questione di origini pensai commosso. Reduci, pensai ancora. Ecco cosa leggevo tra le ombre cenerine dei nostri occhi lucidi. Reduci. Maledettamente reduci di una giovinezza bastarda che avevamo amato senza limiti e che solo per caso, o per fortuna, o per bravura, o per quella infinita passione per il calcio, non ci aveva fatto la pelle.
Cosa che invece a Gastone “Gus”, il suo amatissimo fratello maggiore, non lasciò scampo nella violenza di una spada di merda. Porca la puttana.
Da una sala riunioni che non si vedeva dal fondo dell’openspace ma che evidentemente c’era, uscì anche Bobo. Il solito Bobo. Il formidabile Bobo. Il timido Bobo. Alto, bello e dannato, paradossalmente smascherato dal tempo in una leggera calvizie, che diradava i capelli lisci all’altezza della fronte, impeccabilmente fasciato in un completo grigio chiaro, così tanto sofisticato ma così poco formale, da non mettere troppo in soggezione i dipendenti. Così mi pareva.
Il vestito era accompagnato di una maglia polo blu a tre bottoni in puro cachemire e mocassino alto di sciccosa vernice nera, segno inequivocabile che finalmente poteva vestire nella bottega più costosa del Centro che a pensarci bene, faceva rima con il mio cognome.
Il Centro era un’entità mitologica soprattutto per i ragazzi marchiati dalla blasfema periferia. E noi che abitavamo il quartiere Fuori le Mura, sembravamo destinati per nascita all’esilio. Bobo ci teneva particolarmente a questa rivincita e così vestito sembrava la reincarnazione di Ralph Lauren o l’epigono del medico George Clooney. A me pareva sempre il fratello più giovane del bel Renè o dell’imprendibile boss del Brenta, poiché serbava nel fondo degli occhi, senza mai disperderle, tutte le cazzate, i rischi e le nottate che avevamo fatto insieme dai tempi dell’asilo. Quando mi abbracciò da dietro fui avvolto dal fascino magnetico di molteplici essenze, tra le quali mi sembrava di riconoscere l’acqua marina, la lavanda, la menta, il rosmarino, ma anche leggere ebbrezze aromatiche di geranio, rosa e muschio o forse tabacco. Di sicuro nella presa delle sue grandi mani sul mio petto, sentivo la forza dell’amicizia, che non era mai stata messa in discussione e che ci legava per sempre, adesso che eravamo ragazzi di mezza età. E poi avevo sentito all’altezza della scapola, l’inconfondibile pressione dal tratteggio tridimensionale delle Marlboro che di lì a niente, ci trovammo a fumare sulla terrazza privata, ero sicuro che ci fosse, e che dava su una trafficatissima A4.
“Il Pippo ti saluta tantissimo ma si trova in Germania ad una fiera del nostro settore” mi disse Giovannino, riferendosi al grande calciatore e compagno di squadra Filippo Pippo Mancini, loro socio, che si meritò, nei ruggenti Esordienti Figc e dopo una drammatica semifinale persa contro l’A.C. Don Bastone, l’epiteto di Pippociclone, che Sgarbi coniò negli spogliatoi da un titolo del Guerin Sportivo su Paolino Pulici.
Giovannino e Bobo mi presero sottobraccio e mi portarono in una specie di alcova che si trovava tra i due loro uffici, piena di effetti professionali (ricordi di viaggi, foto aziendali, storici prodotti Olivetti, attestati di formazione, coppe di vendita) e di cerimoniosi calendari dei Carabinieri, della Polizia e della Guardia di Finanza (razza di paraculi che erano) ma che serbava una sorpresa non appena la porta si chiuse del tutto alle mie spalle, poiché sulla parte destra di quella grande stanza così bene illuminata, che dava su una terrazza giardino interna, a dir poco meravigliosa, trovai una specie di museo della nostra innocenza.
A parte un divano in pelle di quarta mano, che tutti noi avevamo sempre sognato da ragazzi, a delimitare il sacro dal profano trovai con stupore, perfettamente conservata, la Vespa rossa del Boone che aveva lasciato nel garage di Giovannino. Sulla parete a fianco del grande finestrone che dava sulla terrazza fiorita, una miriade di foto in cornici tutte uguali color argento: della compagnia e dell’U.S. Montreal. Un archivio di ricordi della nostra giovinezza che mi sorprese. Giocatori in tenuta ufficiale, squadre allenate, gite in compagnia, vacanze memorabili, ritiri calcistici, primi piani formidabili (clamorosa la foto di Giovannino e Bobo distesi sul cofano della Ford Taunus di Brera), di un tempo in cui il sentimento più grande era l’amicizia mai in discussione. Un tuffo nell’anima con salto dal cuore mi colse, in un’emozione che chiudeva il respiro all’altezza del diaframma e non mi permetteva di parlare, ma solo, per non piangere, di concentrarmi sulla parete opposta piena di dischi, cassette, spillette, libri, fumetti, settimanali e mensili; e poi da uno stereo perfettamente funzionante e bardato di un casino di adesivi che campeggiavano negli anni ottanta sui motorini, le Vespe e i Cagiva, suonava una delle nostre canzoni preferite “Sole sul tetto dei palazzi in costruzione…”.
Mi accesi una sigaretta, Bobo stappava una boccia di vino rosé freschissima presa da un frigo rockeggiante, quando Giovannino disse “Oggi se ti va bene stiamo qui. Abbiamo un casino di cose da raccontarci e per te Banda di sicuro anche qualche novità. E poi il momento è storico come ripetono sul giornale quei due deficienti di Gui e Findus, ahahahahah”.
“Cosa voleva dire che c’erano novità anche per me” pensai con il bicchiere in mano “volevano forse approfondire la storia con Brera?”.
Comunque, non potevo essere più felice; quando voltandomi per prendere il calice, che Bobo aveva fedelmente riempito quasi all’orlo da vero “cinghios” e non da fighetto del cazzo, scorsi il cappello da Alpino di Gastone e la gigantografia della foto che la Francy ci scattò a Cavareno dalla balaustra del poggiolo e che tenevo anche io nello studio di casa, mi emozionai.
Bobo e Giovannino ordinarono ai loro sottoposti di non rompere i coglioni, in maniera simpatica ma inflessibile da veri capi; io ero oramai prossimo alle lacrime. Mi salvai dal disastro spostando i pensieri verso il ricordo di quel momento e nelle voci di quello scatto immortale, come una specie di ritorno onirico a quell’esatto istante che ricordavo di aver raccontato con grande emozione sul quaderno rosso esattamente così…..
“Booneeee, Giovannino, Bobo, TonyCrippa veloci mollate quello che state facendo. E anche voi tre Gui, Findus, Brera basta parlare di calcio. Dai veloci andate sul terrazzo dal Banda che vi scatto una foto. C’è una bella luce. Sembra sospesa e vi aspetta” urlava sollecita la voce regale e sensuale della Francy.
Nel frattempo sul piazzale accorrevano in suo aiuto anche la Giovi e la Vale che ci sorridevano.
“Attenti deficienti di un Banda e Bobo a non cadere. TonyCrippa e Giovannino teneteli da dietro, vi prego. Brera non fare lo stupido. Boone la chitarra anche no. Un incubo. Gui, Findus più sciolti. Sorrideteeeee!!!”.
Click.
“Fermi. Un’altra. Smettetela di fare gli stupidini. Sorrideteeeee!!!”.
Click.
E così scrivevo subito dopo la foto…..
Sento qualcosa nell’aria che mi sfugge; come una scossa leggera ma anche come una folata improvvisa. E questa luce sospesa ci sta dicendo qualcosa.
Brera finge di spingermi giù dal parapetto ma mi abbraccia più forte che dopo un grande gol.
Boone intona una struggente canzone d’amore, scritta e arrangiata da lui dal titolo “Stadio vuoto”.
Bobo è in disparte, silenzioso. Fuma.
Giovannino e TonyCrippa mandano baci alle ragazze di sotto, con la tenerezza di chi sta per partire. Le ragazze rispondono con il dito medio.
Gui e Findus sembrano disorientati, verosimilmente presi alla sprovvista dalla folata improvvisa.
Sicuramente, penso, stanno cogliendo l’ineffabile malinconia che ogni cambiamento porterà con sé.
Il quaderno rosso è finalmente terminato.
(Scrivo sul cartoncino della copertina di fondo e tra le indicazioni commerciali della Pigna)
Mi sento libero come la sensazione che sto provando, ogniqualvolta penso che domani inizia settembre e non dovrò preoccuparmi della scuola. L’aria è tersa e profuma di pino umido, segno inequivocabile dell’inesorabile fine dell’estate. Sono stati anni interessanti di giornate furibonde e, non so perché, dopo la foto sono dovuto correre in bagno per nascondere il fatto che stavo piangendo. Un’emozione vibra potente nella luce sospesa. La foto, questa foto e l’immagine che ne verrà fuori, sarà la nostra bandiera. La bandiera delle cose fatte, di quelle ancora da fare e della nostra eterna amicizia. La Giovi di cui non ho mai parlato esplicitamente ma sempre come compagna e amica di Brera, mi ha sorpreso. Mentre ero in bagno ha scritto una dedica sulla copertina interna del quaderno rosso che, per effetto del contenuto, credo lo renderà immortale
“Tutte le storie sono vere ed alcune sono successe davvero. Ovunque ci porterà la nostra storia, ovunque realizzeremo i sogni. Amici per sempre. Giovi 1983”.
Dalla cucina un richiamo “Bandaaaaaaa al telefonooooo, tua mammaaaaaa”. Cazzo era più di un mese che non mi facevo sentire.
Nello stesso istante dal cancellone principale entra la macchina sportiva di Carlo con Anita Comparon al suo fianco, sgommando tra la ghiaia di silicio e i bidoni neri della spazzatura.
Naturalmente le vaste montagne sullo sfondo sono restate vigili come sempre, almeno da quando milioni e milioni e milioni di anni fa sono emerse dalle oscurità marine.
“A cosa stai pensando Banda?” mi riscosse Giovannino con la sua inconfondibile voce da tenore.
“A niente e a to in particolare. Il cappello di Gus, le foto, la Vespa di Boone, quanto cazzo di tempo è passato. Comunque” presi tempo dall’emozione e glissai cambiando discorso “ne avete fatta di strada con l’azienda”. Era palese ed evidente che avevo bisogno di tempo per riprendermi poiché non riuscivo a far entrare dentro di me la percezione della calma.
Rispose Giovannino come sempre succedeva, Bobo era sempre stato più silenzioso “In effetti siamo stati bravi e fortunati. Bravi perché rinvestiamo gli utili nella azienda, quindi siamo molto solidi a livello finanziario. Fortunati perché, senza saperlo, come soci ci siamo trovati l’uno complementare all’altro e nello stesso tempo straordinariamente diversi. Pippo è un grande commerciale, in più essendo ingegnere conosce i macchinari e li sa vendere con intelligenza e furbizia. Bobo è un contabile, fiscalista e contrattista più scafato di un commercialista, ti assicuro Banda. Mentre io sono il visionario, l’appassionato che cerca sempre di anticipare le nuove tendenze e apro la strada a nuove vie. Per esempio sul colore negli anni novanta abbiamo spaccato”.
Così parlava Giovannino. Era diventato un manager chi l’avrebbe mai detto!
“Cazzo Giovannino, dalla scuola Radio Elettra a presidente di una S.p.a. non male direi. Bobo ti ricordi quando siamo andati a fare il libretto del lavoro all’Ufficio Collocamento?” dissi, ripescando dal grado alcolico un ricordo da tempo dimenticato.
Negli anni ottanta era prassi possedere il libretto del lavoro, non si sapeva bene per cosa ma averlo era come un lasciapassare verso il mondo degli adulti. Entrare nelle liste di collocamento ti apriva le porte a molteplici possibilità estive, un po’ come iscriversi a Ragioneria ti permetteva di lavorare in Banca, nel privato tra i colletti bianchi ma anche di frequentare qualsiasi indirizzo Universitario. Almeno così dicevano i nostri genitori. Secondo me era una sonora cazzata; la verità era che aveva aperto la scuola per ragionieri proprio nel nostro quartiere e questa possibilità aveva risolto molteplici problemi logistici e perniciosi pensieri sulle spese familiari. L’abbonamento dell’autobus era una specie di avversario insormontabile.
Bobo si mise a ridere e disse “Se me lo ricordo Banda, che storia. Ti chiamavo Dottore per strada ed invece eravamo 300.100 Generici di Fatica. Io quindici anni tu sedici e nessuna voglia di lavorare, ahahahah. Però il libretto era affascinante, non vedevo l’ora di avere almeno un timbro”.
“Si e quando abbiamo scoperto” intervenni “che quel cazzone di padrone come si chiamava? Dai quello delle piastrelle, aiutami Bobo”.
“Grande Banda, siiii la ditta era “Iperpiastrella” del geometra Cao Marino, un milanese”.
“Bravo Bobo, si proprio quel coglione. Ti ricordi che delusione quando ci disse – Ehi, bambini questa è la paga del mese e questi sono i libretti di lavoro – e noi gli dicemmo – ma scusi Geometra non ci sono i timbri – e lui – siiiii, ne dovete fare di strada baluba. In regola vi mettevo solo se vi facevate male. Son mia un bauscia mi. Via, via che ho da fare, tanto son soldi buttati, lì spederete tutti in fumo. Ah, i giovani di oggi tutti fondeghee”.
Che cosa volesse dire quella parola milanese, era probabile avesse a che fare con i tossici; a quel tempo l’eroina era la presenza sociale considerata come una pericolosa compagna di viaggio. E siccome in piazza non c’erano solo tossicodipendenti ma anche noi, strani tipi di capelloni a cui piaceva di più giocare a calcio, ci eravamo specializzati nel ruolo collaterale di osservatori, fiancheggiatori, confidenti. L’eroinomane diventava, a prescindere, un paranoico pauroso, un fottuto bugiardo, un temibile ladro e fondamentalmente un povero ragazzo disperato quindi potenzialmente anche pericoloso.
In piazza Mazzini e in particolare modo al bar di Angolo, dove gravitava quasi tutta la popolazione maschile laica del quartiere ed almeno due-trecento drogati ogni giorno, si era stabilita, credo anche per la tacita presenza della maestosa parrocchia in testa alla piazza, una strana convivenza sociale. Per esempio all’interno del bar, nessuno si era mai fatto al cesso e nemmeno sulle panchine dei giardini, dove invece era tollerato trafficare, andare in astinenza, alla meno peggio vomitare e magari prendersi a botte. Ma mai bucarsi davanti alle mamme e i bambini, gli anziani o a noi ragazzi che imperterriti giocavamo a pallone.
Nelle lunghe giornate in piazza, si percepiva l’interesse per cui, tranne quando c’erano le fastidiose retate della Pula, tutto filasse liscio. Poiché, soprattutto il barista faceva la grana, e comunque un po’ tutti avevano aumentato il giro degli affari: il farmacista vendeva montagne di siringhe, la ferramenta riforniva di continuo di cucchiaini i bar della zona, la pasticceria produceva ogni giorno il quadruplo del normale carico di brioches per gli esercizi pubblici, il fruttivendolo vendeva limoni a tutto spiano e imperterriti i vecchi e gli adulti fumavano e giocavano a carte tranquilli sui tavoli marroni al bar di Angolo. Paradossalmente questo era il ritmo delle giornate che venivano, come dire, scosse solo dalla morte di qualche ragazzo tossico del quartiere (almeno due o tre all’anno) o, quando venivano arrestati in gruppo e pubblicavano le ridicole foto segnaletiche nelle pagine della cronaca locale. Per coloro che avevano alzato l’asticella, che ne so, dello spaccio internazionale o si erano prodigati in una fallimentare rapina, qualche volta toccava l’onore della Prima Pagina.
Ecco dunque che osservare o confidare i tossici era diventato un vero e proprio lavoro che, per una specie di macabra curiosità, produceva vera dipendenza. Conoscere le diaboliche dinamiche per procurarsi il denaro o ascoltare pezzi di squallida quotidianità da quei ragazzi sfatti, ansiosi solo di farsi in vena per poi ripetere le reiterate buone intenzioni di cambiare vita quasi sempre rinnegate ai primi sintomi di astinenza, era il nostro passatempo preferito, dopo il calcio, in piazza Mazzini. E questa cosa, ripensandoci da adulto, aveva un che di agghiacciante. Un gioco perverso con affaccio sulla morte che veniva trasformato nella normalità di un quotidiano così frainteso e così drammatico. Si, ripensandoci l’eroina ha fatto parte della mia esistenza fino a quando, ad un certo punto, ho cominciato ad odiare tutti i tossici.
Comunque il ricordo alla “Iperpiastrella” non passò inosservato e il Bobo ci tenne a sottolineare “Si però Banda ricordi la fiancata della Bmw di quel mona che fine ha fatto!!! ahahahah. Tieni beviamoci sopra”.
E mi passò una Ceres.
Giovannino, a pancia rilassata sul divano, stava sfogliando un Ciao 2001 del 1976 con in copertina un giovanissimo Bruce Springsteen, mentre Bobo si versava la birra in un bicchiere celebrativo del Bayern Monaco Campione di Germania 1972 e io la bevevo invece a canna, buttò lì questa domanda “Da chi cominciamo?”.
“Boone” mi uscì d’istinto dalla bocca, senza neanche sapere perché; un po’ come quando in classe la Giulia Disempre faceva le sue uscite ad alta voce nel silenzio totale, di solito succedeva durante la spiegazione del temibile professore di chimica tale signor Lui.
“Centroooo, Banda” aggiunse Bobo con quel calice da litro in mano, che raffigurava la foto della formazione bavarese schierata in campo e sotto la curva dei propri tifosi, riconoscevo: Maier, Beckenbauer, Schwarzenbeck, Muller, Breitner miti della mia infanzia.
Giovannino appoggiò delicatamente il giornalino sul Kilim a rombi azzurri e gialli e osservato gli scarabocchi sulla copertina riconobbi essere uno di quelli della raccolta del Boone, per cui realizzai il motivo della mia risposta istintiva; Giovannino respirò profondamente si accese una Camel Light e cominciò a pensare, nel solco delle sue ampie e approfondite notizie in quanto: la Vale era la sorella di Bobo sposata a TonyCrippa, il quale era il fratello della Francy moglie di Boone ed infine poiché la Fto Engineering Spa era seguita legalmente dallo Studio Crippa – Legali, Avvocati e Notai dal 1879. Quindi aspirando avidamente la cicca iniziò a raccontare, proprio mentre il nostro incontro mi riportava alla mente tutte le notti passate intorno al fuoco a cantare, accompagnate dalle melodie della chitarra che il Boone suonava come un dio “Tieniti forte Banda. La storia tra il Boone e la Francy è molto complicata. In questo momento ci sono di mezzo tre figli e un sacco di soldi spariti. E qualche investigatore privato che il vecchio Crippa gli ha messo di sicuro alle calcagna. Ti sei messo il suo foulard, l’ho riconosciuto subito, ma devi scordarti quel Boone là. Quei due non dovevano sposarsi cazzo. Ma a quel tempo erano perfetti insieme. Eppure io avevo sempre pensato che c’era qualcosa di inesorabile tra loro. L’estrazione sociale innanzitutto e la grande incognita sul futuro. Il Boone voleva suonare la chitarra, fare il bohemienne, scrivere musica. Ma ti ricordi Banda; dicevate sempre che prima o poi avreste composto una canzone insieme. Cazzo, lei era bella, ambiziosa e gli piacevano i bei ragazzi. E Boone era il migliore. Se la vedessi oggi e credo la vedrai, prendi paura. Una botte che cammina. Acida e incazzata con il mondo intero. Gestisce lo studio legale Internazionale col piglio di una zarina. Boone era figlio di un operaio, Banda. Lui doveva restare qui, volare basso. A dire la verità per una quindicina d’anni tra Londra, New York ed infine a Milano tutto era filato liscio. Grande amore e intesa su tutto, figli e amicizie e insomma fortuna e soldi. Boone faceva una specie di pubbliche relazioni con i clienti delle grandi aziende, curava il controllo contabile dello studio ma si era anche tenuto del tempo libero per la musica. Sembrava aver trovato il giusto equilibrio e poi Milano era una grande opportunità. Ma un proletario non diventa mai un borghese, Banda. Al massimo può fare finta. Non ha il passo di quella gente lì che a prescindere fin da piccoli vengono addestrati al comando e alla paraculaggine, che tradotta significa: stai sempre con il più forte o con il Vescovo. Prima o poi, invece, noi veniamo sempre fuori. Meno male che adesso c’è Bossi”.
Giovannino aveva parlato tutto d’un fiato come per liberarsi di un peso. L’ultima frase mi aveva scosso ma la lasciai sospesa. Spense la sigaretta. Bobo, nel frattempo si era tolto la giacca e le scarpe e si era disteso sull’altro divano in alcantara beige, e librava verso l’alto giotteschi cerchi di fumo che si infrangevano, con perfetta equidistanza, sulla mensola dei dischi. Lo ricordavo esattamente così. Ed era proprio vero, pensai guardandolo, prima o poi noi veniamo sempre fuori. Giovannino si alzò completamente sbragato e si diresse al frigo dove prese una bottiglia di sublime Bellavista, versò disinteressatamente parte del prezioso contenuto nei bicchieri della birra, ancora velati di schiuma, per poi passarmi l’inconfondibile bottiglia da bere a canna, a conferma che prima o poi saremmo venuti tutti fuori.
Ero seduto per terra appoggiato al divano di pelle e trangugiai un sorso così di voglia che mi irrogò le papille gustative di un brivido sensuale che mi fece pensare alla Francy e alla prepotente voglia, seduta stante, di rivederla.
Nel mentre pensavo anche, che non saremmo mai e poi mai diventati ragazzi perbene. Non ci avrebbero mai accolti tra la bella gente del Centro aldilà delle Mura. Ricordo cosa dicevano certi ragazzi Bene: si scopa con tutti, ma ci si sposa solo fra di noi.
Ma chissenefrega pensavo io, noi amavamo le nostre origini, ed eravamo finalmente di nuovo insieme ed era sensazionale la sensazione che in un attimo tutto era diventato come prima. Ed era incredibile come il rapporto, fosse rimasto uguale, uguale e l’amicizia avesse resistito intonsa a tutto quel tempo andato, ai chili di troppo, alle nuove rughe, alle tante responsabilità e a quel sospeso accenno a Bossi, cazzo. Era sempre stato palese che soffrivamo di un certo senso di inferiorità verso il mondo dei ricchi ma vaffanculo, eravamo ancora e per sempre, i ragazzini sulla spiaggia di Rimini in quel giorno mitico del 1980, in cui accompagnammo Gas a San Patrignano, e di quella foto così bella, che vedevo appesa di fronte a me (io e Bobo), a cavalcioni dell’Angelo della Baia e una lunga striscia di sabbia con Gabicce sullo sfondo.
Così avevo narrato, sul quaderno rosso, di noi tre:
Mentre il Signor Arturo (papà di Giovannino) si diresse a rimembrare di vita con il vecchio ristoratore Tonino, noi ci dirigemmo verso le barche e per la prima volta nella mia vita fumai alcuni tiri da una sigaretta.
Il Sangiovese era una specie di porta aperta oltre le mie paure. Aveva abbattuto i solidi muri protettivi che avevo eretto attorno alle mie fragili ansie. Ai miei tabù. Alle mie insicurezze.
Seduti su una striscia di sabbia grigia tra la banchina e la darsena baciati da un sole più che vivo, ero felice di non avere limiti, ne barriere, ne paure, e domandai a bruciapelo
“Pensate mai a Sgarbi?”.
Sembrò tuonare.
“Ogni giorno” rispose di pacca, ma telegraficamente Bobo che aspirava la cicca con esperienza.
“Ultimamente, dopo il fattaccio del Gas, mi è tornato prepotente tra i pensieri Banda. Non so perché” disse Giovannino che aggiunse forse anche lui inebriato dal vino “comunque sapete cosa vi dico. Sono felice che sia tutto finito. E’ stata durissima negli ultimi tempi. Gastone adesso sarà curato e tutto ritornerà come prima. Sgarbi meravigliosa testa di cazzo.
Dove sei? E dove hai nascosto il giornalino porno che ho rubato, ahahah”.
“E tu Banda che ci pensi non ho dubbi vista la domanda. Ma cosa provi per Sgarbi?” mi chiese Bobo, molto ansioso di conoscere la risposta.
“Mi manca. E’ un’assenza che inguaia. Soprattutto ultimamente dove mi sembra sempre di perdere il treno giusto. Tutte le volte che succede, mi vedo restare fermo in stazione ad aspettare che almeno lui torni. Questo è quello che sento. Non mi chiedere il perché. Forse aspetto che lui mi dica Buttati per Dio. Boh”.
“Tieni il cicco e fai un bel tiro. Va in mona, sei troppo complicato. Lunga vita a Sgarbi. Secondo me nel cassetto della camera ha ancora Paradiso Erotico. O no Giovannino” tuonò Bobo, ridendo tra la risacca gorgogliante e il cielo blu.
Eravamo felici. Amici per sempre. Sospesa sopra di noi c’era l’estate mentre, una processione di lacrime liberatorie rigava, finalmente, il volto di Giovannino. Sgarbi era ancora tra noi. Questo l’importante.
“Che giornata!!!” pensavo eccitato, mentre Bobo e Giovannino, sempre piacevolmente alterati dal Sangiovese, confessavano che non era certo la prima volta che fumavano!!!!. Bastardi teste di cazzo…….
(Ma poi Gas morì e così avevo concluso il racconto tanto, troppo complicato per un ragazzino di sedici anni)
Qualche tempo dopo, una domenica.
Giovannino è stanco. Molto stanco. Sempre silenzioso. Ieri sera nonostante tutto il dolore che questo 1980 ha lasciato, siamo stati a mangiare la pizza “Da Valerio”. C’eravamo tutti ed eravamo ancora qualcosa.
Giovannino si buttò di nuovo fragorosamente sul suo giaciglio che ne aveva assunto la possente forma e, mentre Bobo rollava in religioso silenzio una canna (erano almeno vent’anni che non me ne sparavo una), riprese con solerzia da dove si era interrotto “Boone, Boone, Boone. Ne ha combinate di tutti i colori, Banda. Innanzitutto, si è infigato della baby sitter rumena, ovviamente giovanissima e naturalmente strafiga, e dal momento che, lui l’aveva chiaramente circuita con il suo fascino e la maledetta chitarra, sono diventati amanti è iniziata una giostra clamorosa. Come sempre succede, in queste situazioni, all’inizio” e mi fece delle virgolette strane a due mani con l’indice e il medio, cosa che non avevo mai visto fare, per dare l’idea di mettere in risalto ciò che scrivo in corsivo “diciamo il primo anno tutto viaggia nell’anonimato totale. Per cui i movimenti dei due sotto la copertura dei figli e delle normali vacanze al mare, del weekend in montagna con il papà perché la mamma deve lavorare, non destarono nessun dubbio. Vita alla grande. Lui viaggiava a tutta nella massima fiducia e libertà. Ma poi cominciarono ad arrivare le prime cartelle esattoriali. Ahahahahah, il Boone che cazzo ha combinato, Banda. Lo studio di commercialisti che segue quella specie di holding dei Crippa, tutti al cospetto del suo fascino, sai com’era il Boone, hanno dato per scontato che non ci fossero problemi e che si trattava solo dell’ennesima svista erariale. D’altronde gli statali normalmente non sanno cosa voglia dire lavorare e questo lo aggiungo io. Ma si sbagliavano di grosso. Morale della favola si ritrovarono con milioni di debiti tra iva mai versata, parcelle riscosse in nero, falsi contratti riferiti a grossi prelievi bancari, partecipazioni societarie fasulle, raccolta di fondi per l’investimento mai investiti. Insomma, un casino e bugie, bugie, bugie, una montagna incontrollabile di balle”.
Ero basito, sconvolto e sorpreso da quello che stavo sentendo e avvertivo nell’aria la strana sensazione per cui il Boone era stato giudicato colpevole.
Forse ero condizionato da quelle due uscite di Giovannino che mi avevano spiazzato, quella su Bossi (padre dello slogan bastone/terrone) e sugli statali, così smaccatamente indirizzate verso un’intolleranza sociale senza ritorno, che mi fecero prendere, a ragione o a torto, le parti del Boone. Quando Bobo mi passò lo spinello inspirai poco convinto per una sorta di latente senso di colpa pensando alla psicologa ma, anche perché, fui distratto da Giovannino, che dopo essersi dissetato, proseguiva nel tragico resoconto (mentre io, a ragione o a torto, stavo riflettendo sul laborioso quanto intollerante Nordest, dimentico dei propri avi emigranti e orfano del feudalesimo democristiano, comprato con il dolce tintinnio del denaro dal craxiano venditore di Arcore) “inutile starti a raccontare il buco finanziario della Crippa International poiché risultò evidente che chi doveva controllare non ha controllato e chi doveva far rispettare le regole se ne è sbattuto le palle in una sorta di connivenza familiare. I commercialisti non firmano un cazzo e quando succedono queste cose sono cazzi tuoi. Un’azienda è una cosa seria. Ci sono responsabilità che nessuno può immaginare se non ci passa dentro. Se noi molliamo per esempio, ti inculano tutti, Banda. Noi diamo sempre l’esempio nel giorno dopo giorno. Arriviamo per primi e ce ne andiamo per ultimi, sabato e domenica compresi. Cazzo. Comunque, il problema è stato che Boone, vuoi che si è sentito accerchiato o perduto, che cacchio ne so, è sparito dalla circolazione. Nemmeno la Francy, disperata, ne ha saputo più niente. Ha mollato anche i figli di cui era innamoratissimo. La cosa certa ed evidente era il fatto che lui non ammettesse niente di quello che era successo. Come se vivesse un’altra realtà in una dimensione tutta sua. Un Boone sconosciuto o impazzito. L’ultimo contatto lo dava in Spagna a Barcellona per una Onlus solidale, puttanate del genere. Roba da comunisti. Inculerà anche quelli”.
Bobo annuiva e non si capiva bene a cosa stesse pensando. Bobo era sempre stato introverso e parlava solo se ubriaco o se punzecchiato a farlo. Era timido ma dentro covava di sentimenti. Il fatto che fosse spesso in silenzio mi faceva sempre chiedere a me stesso “Che cosa non sta dicendo?”.
A volte le disgrazie degli altri vengono interpretate come la conferma alla nostra rettitudine e quasi sempre ai funerali alla conferma di essere ancora vivi alla faccia del morto, insieme alla recondita speranza di immortalità. Bobo probabile non pensasse ad una di queste eventualità, mentre Giovannino forse si, poiché guardava il foulard del Boone con ammonimento come il feticcio di una sconfitta. Ero sconcertato da quanto fossimo fragili, insicuri, impauriti, impreparati, inadeguati al cospetto dei cambiamenti. Di come ci fossimo spogliati, sotto il peso delle responsabilità, di tutto l’irredentismo giovanile che ci faceva essere coraggiosi, impudenti, egoisti ma anche teneri e tolleranti. Vivevo un’ebbrezza da cannabis bipolare. Se mi giravo verso la bacheca aziendale ero strabiliato dal successo di questi due imprenditori. Ossessionati dal lavoro e dal far rigare dritto i dipendenti. E mi spiegavo del perché la signorina fighetta fosse come ingessata e tutta intenta a far osservare quel protocollo del cazzo per non deludere i capi e, pensavo io, all’occorrenza falsamente disposta a fingere. Come il Boone probabilmente aveva sempre fatto. Anzi, forse era d’obbligo per far carriera nelle aziende, la finzione. Fare finta di essere come fedeli monoliti professionali, sempre interessati, sempre straordinariamente disponibili come scodinzolanti servetti del cazzo. Di chi? Di due imbecilli che vivevano temendo l’arrivo del fine settimana come una sciagura. E il terzo imbecille ero io. Che non aveva avuto il coraggio di diventare uno scrittore ma un servo al servizio dell’editoria. Uno che editava frasi per convenienza e correggeva bozze con l’unico scopo di far vendere più copie possibili. Questo ero diventato, sconfessando il nobile impegno profuso dall’Americanista Bonetto. Ingrassare chi già era grasso, attraverso l’inganno di una scrittura da spiaggia, come si ostinavano a chiamarla gli squali dell’ufficio vendite. Ed ero pure connivente di tutte le signorine che scodinzolavano nei tailleur del cazzo, di tutti i colletti bianchi servi che votavano convintamente a destra come la proprietà e di tutti i capetti che scodinzolavano anch’essi, grondanti di assoluta fedeltà, davanti ad un qualsiasi Dottor Fumagalli del cazzo. E mi ritornava alla mente il vasto, omertoso, complesso, produttivo Nordest così falso e così corrotto. Poiché pensavo, mezzo insaccato, che un imprenditore di successo forse non era proprio di successo se schiavizzava i dipendenti, falsava i bilanci per non pagare le tasse, manometteva gli impianti per produrre senza la sicurezza necessaria, ingannava il consumatore. In pratica un imprenditore mettinculo in piena regola che una politica asservita spesso medagliava di cavalierati al merito e una società malata onorava di rispetto ma soprattutto di invidia.
Ma se guardavo di fronte a me verso il museo della nostra innocenza, della nostra purezza, della nostra ingenuità, del nostro candore, ritrovavo il solito tenero Giovannino che stappava un’altra bozza e il vecchio caro taciturno Bobo che faceva i cerchi di fumo disteso sul divano, al pari di quando li creava stravaccato sulle panchine della piazza. Boone aveva deluso ed ero profondamente scosso da quelle notizie così umilianti. Pensavo alla Francy e ai loro figli che non avevo mai visto. Ma non riuscivo a non volergli bene. Non riuscivo a giudicare la sua storia come fallimentare. Pensavo che doveva esserci stato uno sbaglio, un fraintendimento e che il Boone che conoscevo io non poteva aver fatto una cosa del genere alla Francy.
Così avevo scritto di loro due sul quaderno rosso prima che si mettessero insieme, forse nel 1980:
Boone scafato come neanche il boss del Brenta, riuscì a provare il lento (Albachiara) con la sorella maggiorenne di Tony Crippa. La Francy “Nazionale” (così veniva chiamata da Giovannino) acchiappata dai fianchi prima che se ne andasse per i fatti suoi una volta, accompagnato suo fratello e scaricati dalla Mini, lo stereo e gli aggeggi da Dj. Mamma mia, tutti invidiammo Boone, aggrappato a quelle curve dolci, verticali terribilmente sensuali. Vederli muovere nel semibuio della sala di Via Leningrado, suscitò qualche legittimo dubbio. Vuoi vedere che gli piace davvero? Lei era radiosa, sicura di sé, fatalmente irraggiungibile e si faceva maneggiare con tale leggiadria da renderla quasi possibile. Vestiva un jeans attillato e una maglia bianca Benetton che faceva intravedere seni liberi, allo sbaraglio di un sabato pomeriggio leggero, da passare in Centro con le amiche. E quando, dopo che lei se ne era andata, il Bobo domandò “Com’erano le tette, Boone?” lui lo guardò di sottecchi, strizzandogli l’occhio di Venere, rispondendo sicuro “Sode”.
Cosa conoscevo veramente dei miei amici? Quale faccia della medaglia insistevo guardare?
Una volta la Giovi mi aveva raccontato che nel lontano 1979 era stata insieme ad un ragazzo di nome Andrea. Poi lui dopo tre anni e mezzo l’aveva lasciata. Ma quel rapporto comunque le era rimasto dentro come un qualcosa di unico e imprescindibile nel proseguo della sua vita. Che un pezzetto del suo cuore era per sempre di quel fortunato Andrea. Mi rifeci a quel ricordo per dire a me stesso che non importava cosa conoscevo o meno dei miei amici. Ciò che era determinante era l’emozione che resisteva dentro di me e quel pezzetto di cuore che resisteva intatto al passare del tempo tiranno. Nel momento in cui decisi di guardare solo dalla parte della nostra innocenza, no che Giovannino ebbe, di nuovo, un rigurgito padronale-secessionista “Lui può rubare mentre noi imprenditori, ci facciamo un culo così per far quadrare i conti in azienda, per pagare stipendi a dipendenti invidiosi, incapaci e rompicoglioni, non ultimo a cognati ladri e ai sindacati dei miei coglioni. Dipendenti oltretutto che, dopo avergli insegnato il lavoro, appena trovano uno che gli dà un euro in più (nel frattempo eravamo passati dalla Lira all’Euro) ti mollano su due piedi. E poi, e poi lo Stato questo animale che continua a chiedere tasse su tasse e a mettere regole su regole. Per quale cazzo di motivo dovrei pagarle? Per pagare lo stipendio a quelle merde di dipendenti pubblici che sono il cancro di questa società? Non vedo l’ora che si realizzi la secessione del Nord e i terroni se la dovranno cavare da soli, finalmente. Per quarant’anni li abbiamo sostenuti con quella voragine di debito strapieno di voti democristiani, che si chiamava Cassa del Mezzogiorno. Vaffanculo”.
Era chiaro che stavamo bevendo e fumando, che Giovannino era figlio di onesti artigiani che si erano fatti il mazzo per mettere via le palanche e una serie di proprietà che, come si faceva allora ma anche nell’oggi, avevano pagato quasi sempre per pronta cassa. Era altrettanto vero che questi artigiani o bottegai o lavoratori in proprio prendevano pensioni parimenti in linea con quel poco che avevano versato ma godevano appieno (quasi tutti) di ciò che avevano intascato in nero. Ma ciò che mi spaventava era che un simile modo di pensare era diventato come un’ideologia. Non c’era imprenditore o piccolo imprenditore (parola falsamente abusata in quel periodo per far sentire tutti dei piccoli Cavalieri) o partita Iva (altra definizione che aveva sostituito il lavoratore in proprio) che non sostenesse questa tesi. Ma quello che mi faceva restare basito era che la ripetevano convintamente anche i loro dipendenti paraculi, i quadri dirigenziali paraculi e, udite udite, anche bidelli, ausiliari pubblici e la grandissima massa di fancazzisti ladri (soprattutto). E la cosa eclatante di quel periodo era che, come Giovannino, non esistevano più filtri, né tantomeno remore sociali o di decenza, affinché questi dotti ragionamenti economico-sociali non fossero non urlati a squarciagola davanti a chicchessia.
“Giovannino mi hai rotto i coglioni” entrai a gamba tesa sulla piega che stava prendendo la rimpatriata. La quale uscita provocò due cose altrettanto eclatanti. Giovannino ammutolì portandosi le mani alla bocca, come era solito fare in piazza quando sapeva di aver detto troppe puttanate e fece parlare il Bobo che disse “Grande Bandaaaaaaaaaa, ahahahahahah”.
Così che cominciai a ridere anche io
“Ahahahahahahahahahahahah”.
“Andate a cagare, bastardi ahahahahahah” replicò Giovannino assolutamente in pace con sé stesso.
Mi alzai e presi, di mia spontanea iniziativa, dal frigo un’altra bottiglia di Bellavista. Che andassero affanculo. La stappai come se fossi stato seduto a cavalcioni della nostra panchina in piazza, e la versai ai miei due amici; i quali a mia insaputa avevano fatto ordinare due enormi bande di pizza al taglio delle nostre preferite. La signorina fighetta non entrò nella stanza ma si limitò a bussare e a posarle davanti alla porta. E questa scelta la apprezzai moltissimo, perché rispettava la nostra giovinezza che non doveva, per niente al mondo, essere messa a confronto, in quel momento, con la sua; di una bellezza da far invidia.
Fame chimica la chiamavamo. Ora come allora ci tuffammo letteralmente su quel prato multicolore fatto di prosciutto cotto, peperoni, salsiccia, salamino piccante, gorgonzola, tonno e cipolla, speck, carciofini, funghi, acciughe e capperi, olive, tanto pomodoro marezzato a mozzarella.
“Questa la teniamo da parte. Dovrebbero arrivare TonyCrippa, la Francy e forse anche la Vale” disse Giovannino a sorpresa che mi fece letteralmente impazzire di gioia. Ora lo ri-amavo.
Amavo, amavo, amavo, amavo i miei amici e in un certo senso temevo altre sorprese.
Così scrivevo di loro sul quaderno rosso nel 1980 di ritorno dal concerto di Bennato a Brescia. La sera che conobbi, ahimé, Anita Comparon:
Stare insieme mentre albeggia è qualcosa di indescrivibile. La vaga luce che tra un po’ sarà, sembra guardare in tralice il giorno nuovo. Il silenzio e le ombre della città si nascondono mano a mano che la diagonale di luce si alza dal torpore della notte. I piccoli passeri urlano dalla fame e tutto ti fa sentire gioiosamente vulnerabile in piena sintonia con il mondo. E scatena fantasie e ricordi.
L’alba ci sorprese, simile ad un fruscio improvviso dal sottobosco. Il buio si era ritirato come una bassa marea mentre vagavamo a piedi nella nostra città addormentata. Piazza Brà era baciata dalla luce aranciata in picchiata diagonale che la fendeva e sorgeva come un geyser da dietro i pini secolari e l’ala romana. Un gruppo di ragazzi che ritornava, come noi dal concerto, tentava di strappare enormi bandiere colorate appese alla Gran Guardia. Gui e Findus dissentirono subito, mentre noi ridemmo perché restarono loro stessi appesi carponi come le bandiere. Volevano a tutti i costi quella americana. Molto gettonata tra i loro discorsi ad altissima voce. Ma chi la può battere l’America. Brera e Boone si dileguarono furtivi con la Francy e la Giovi. Bastardi. Gui e Findus e l’Anita Comparon scapparono a casa, con un taxi reduce, in servizio dalla piazza. Anita Comparon mi sorrise ancora con quegli occhi marroni accesi come i fari dello stadio. Voleva restare con me? Si aspettava qualcosa? Ma io ero già ritornato il solito Banda e annuii. Solamente, cazzo. Brera aveva organizzato proprio tutto. Fuga d’amore e taxi per la cugina e il duo. Tony Crippa ci accompagnò fino a Ponte delle Travi.
“Vagazzi che notte. Vi amo”.
Il Bobo e Giovannino fumarono l’ultima sigaretta mentre, gli stessi ragazzi delle bandiere, scatenati, tiravano nel fiume una sedia di plastica dal plateatico della Pizzeria al Ponte. E ridevano e bestemmiavano e urlavano. E uno voleva camminare su una macchina. Il più autorevole lo dissuase opportunamente.
La notte pur addormentata era viva ed a portata di mano nell’immenso mondo di cui, finalmente, eravamo parte attiva. Salutammo il grande inimitabile Tony Crippa. Una classe infinita. Si congedò baciando platealmente la Vale. La quale si fece baciare voluttuosamente e con la lingua. Va a capire che notte. Una leggera malinconia mi bussò puntuale su Via Per Sempre. Non volevo che il giorno si portasse lontano tutte le emozioni e le speranze che stavo vivendo. L’amore per la vita, per gli amici, per una bella ragazza è qualcosa di straordinario. Ma può essere anche sofferenza. E io, già soffrivo. Per le mie mancanze e quei treni che perseveravo a perdere. La piccola Vale, che continuavo a considerare come una sorella minore ma che era bellissima e alta quasi quanto me, mi prese la mano. “Banda, portami a casa adesso” mi disse fingendo uno svenimento da bambina. Forse era stanca davvero ed io avevo voglia di un po’ di calore. La sua mano era calda e io mi sentivo meno solo.
Davanti a noi, Bobo abbracciava Giovannino mentre sparavano le solite cazzate. E in quell’abbraccio mi risentii felice.
“Questa è mia figlia più gvande, Banda. La Silvia, tutta sua madve. In tivocinio dallo zio per aveve i cvediti a scuola”.
“Ciao Papi” e la signorina fighetta l’abbracciò come se avesse visto il suo dio in terra.
“Ova vai se no lo zio e Giovannino si incacchiano. Fovse avviva la mamma. Mi ha detto che eva pev stvada ma doveva povtave Giulio dalla nonna”.
Ma come non avevo fatto ad accorgermene, cazzo. La signorina fighetta era identica alla Vale da ragazza. Mamma mia che botta al cuore fu scoprire che quel ben di dio era la figlia di TonyCrippa e la Vale. Sui figli era bene non fare mai battute di nessun tipo pensai. Era troppo rischioso. Lo avevo imparato quando allenavo i ragazzi all’U.S. Montreal.
“Vieni qua Banda abbvacciami”.
“Wow” urlò Giovannino con il bicchiere al vento “Otto e Dieci, le due più grandi mezzali ancora in campo…. Braviiiiiiiiiiiiiiiii”.
“Come stai TonyCrippa?”.
“Cosa vuoi che ti dica Banda. Siamo diventati quello che non avvemmo mai voluto da vagazzi. Ti vicovdi? Viaggiave in fuvgone pev il mondo. Scviveve, suonave, esseve libevi. E invece, guavdami qua; tve figli, lavovo da Notaio e vita bovghese. Ma si può dive che passato il peviodo da incendiavi poi tutto pvende un’altva divezione. Sono stato fovtunato a nasceve Cvippa alla fine della fieva e poi io e la Vale possiamo dive di avev mantenuto la pvomessa di vestave insieme puv nella diffevente estvazione sociale. Non eva scontato con la mia famiglia alle calcagna. Mia mamma all’inizio quanto ha votto le palle pevchè sposavo una commessa. Ma la Vale è una donna con contvocazzi e adesso le vogliono tutti bene. Anzi la vispettano ed è la più ascoltata da mio padve. La amo ancova Banda, come la pvima volta. Se non è fovtuna questa. Poi i figli, come dicono a Napoli, sono piezz e core. E quando nasce il pvimo è pvopvio lì che ti accovgi che tutto è cambiato. Posso dive di esseve soddisfatto, vevamente Banda. Poi sai è inutile nascondevlo ma i soldi non savanno impovtanti ma di sicuvo sono detvminanti. Ti posso assicuvave che non avevli è molto peggio. Ti hanno vaccontato di Boone?”.
TonyCrippa manteneva intatta la sua classe innata che sfoggiava, innanzitutto, nel portare in maniera impeccabile i blazer di cotone. Nello sguardo restava viva la fiamma agonistica del giocatore arcigno, coriaceo ma corretto che mi marcava, asfissiando la mia fantasia, ai giardini da bambini e durante tutte le partitelle finali nei vent’anni di allenamenti vissuti sempre l’uno contro l’altro. E poi, nell’inveterato amore verso la Vale, veniva fuori l’inarrivabile eleganza del tuttocampista che era stato. Se ero riuscito a diventare un ottimo calciatore dilettante era stato, soprattutto, grazie alla competizione con un giocatore tremendamente completo.
Così avevo descritto il suo arrivo in piazza nel 1978, sempre sul mitico quaderno rosso:
Il Tony Crippa è sempre impeccabile nei suoi Wrangler consumati e le sue Lacoste Blu inamidate. Abita in centro nei pressi di Via Mazzini e, dopo i quattordici anni compiuti a gennaio, gira con i riccioli color caffelatte al vento, su un Boxer verdone di sua sorella super figa. Lo so perché si presenta al “Mario Federale”, per le partite del sabato, sempre accompagnato da lei dentro una Mini Minor blu notte da favola. Una bionda trionfale che più volte ho idealizzato tra le mie speranze notturne. Ha una leggerissima erre moscia, che lo distacca completamente dai modi provinciali della nostra amata periferia padana. E’ simpaticissimo anche se qualche volta taciturno e un po’ introverso. Quasi sicuramente è questione di educazione. Si incastra perfettamente con il mio modo di giocare a calcio, perché se io sono un numero 10 lui è un numero 8. Siamo le mezzali dell’U.S. Montreal.
Sul suo Boxer svettano civettuoli, invece, l’adesivo di un angelo con le ali simbolo della discoteca Baia degli Angeli e un adesivo introvabile della Coca Cola. Segno distintivo di altri luoghi, altre abitudini, fragranti estati al mare, sogni diversi, altre possibilità.
Sia Bonetti che Tony Crippa indossano, come un mio traversone da centrocampo, due sacchi colorati diagonali dietro alla schiena. Ne zaini, ne borse sportive ma qualcosa di molto intrigante. Che cosa contengano lo sanno solo loro. Probabilmente maglione e qualche libro di scuola? Forse. Tutto molto alla moda, in linea con la bellezza e la sorpresa dei personaggi.
“Ti vicovdi come ti givavano le palle quando ti mavcavo? Gui me lo diceva sempve sin da bambino Devi mavcave il Banda, così diventi sempve più fovte e completo!!! Ahahahahahah, bei tempi. Passami il Bellavista Giovannino. Una canna? Uhmm Bobo guavda che lo dico a tua sovella, beh intanto fammi fave un tivo”.
In effetti, pensavo, a quante cose si scoprivano del passato che si ignoravano. Che Gui istigasse TonyCrippa a marcarmi non lo avevo mai pensato. Credevo fosse una necessità insita nel carattere competitivo, ma anche timido, di TonyCrippa e per questo, ricordavo, all’inizio l’avevo odiato. Mi soffocava e non sopportavo, calcisticamente parlando, la sua superiorità; che nelle giornate poco ispirate era devastante per il mio ego di fantasista. Mai che Gui mi avesse detto come affrontare TonyCrippa per migliorare. Vuoi vedere che preferiva lui a me?
Risi di questo pensiero, poiché rispetto a Gui ma anche a Findus e alle complessità dei nostri rapporti di amici-allenatori-presidenti bla, bla, bla, questa paura così stupida e illogica era, al contrario, la conseguenza più logica che potesse capitare anche a vent’anni di distanza.
Mi distolse da questi pensieri che mi piacevano perché mi riportavano al mondo che avevo amato di più, dapprima la Canzone dell’acqua in sottofondo e poi una mano che da dietro mi aveva cinto al fianco.
“Come stai bell’uomo?”.
“Io bene e tu?”.
“Aspetta a girarti. Fatti abbracciare da dietro non voglio deluderti”.
“E smettila scema, vieni qua che facciamo ingelosire tuo marito”.
Tre figli aveva partorito ed era ancora bellissima. Diciamo che il suo essere non ancora quarantenne, con una figlia che la ripeteva a diciotto anni come una miniatura, spargeva nell’immaginario temporale la forza dirompente della fertilità che la Vale impersonava nella mitologica Iside; sprigionando da ogni poro, come le gatte nell’epoca dei calori, l’estro delle giornate migliori. Finiti i tempi dei capelli tinti di rosso e di qualche borchia di troppo, smessi i panni punk, resisteva nel suo abbigliamento qualche traccia nostalgica della breve infatuazione metallara. Un giubbotto in pelle nera nascondeva, ma senza riuscirci, una sciccosa camicia di seta bianca, dalla cui trama si intravedevano sensuali trasparenze di un reggiseno di ordinanza altolocata in pizzo nero: una giovane signora borghese. Jeans attillato e tacco dodici ricordavano vagamente la commessa del Centro che abitava Fuori le Mura, perché anche per la Vale pensavo valere il discorso delle origini. E per quanto licenziasse il suo passato dietro a griffe di grido filate di tessuti asiatici, certi dettagli mi riportavano a tutta la fatica fatta per distinguersi nel nostro quartiere. La Vale nel suo essere splendidamente donna, moglie appagata e madre felice non poteva, in ogni modo, sottrarsi alla dignitosa figura di suo padre operaio, quando si vestiva a festa la domenica mattina e prima della messa la teneva per mano sul sagrato di Piazza Mazzini. Fortunatamente resisteva nel fondo del suo sguardo sincero, la consapevolezza che non sarebbe mai scesa a compromessi riguardo alle proprie origine. Questa era la sua forza, questa era la Vale della quale TonyCrippa, era ancora follemente innamorato come il primo giorno. Così mi dilettavo a pensare solidamente abbracciato a quella mia sorellina più piccola, così ostinatamente cresciuta.
“E allora?” la incalzai prima che fosse lei a farmi una domanda.
“Stronzo” mi disse “sei scomparso”. E mi abbracciò con una tale aggressività, probabilmente per punirmi del grossolano errore o forse perché gli ero mancato. Propesi per l’ultimo pensiero.
Mi baciò sulle labbra, come ogni tanto, specie alla mezzanotte degli ultimi dell’anno, eravamo abituati a fare, censendo così l’ineluttabilità del nostro rapporto che era resistito all’assenza, ma sempre con una specie di sguardo corrucciato, mentre si dirigeva lesta verso la pizza, che mi faceva capire che dovevo farmi perdonare.
Non ebbi il tempo di rincorrerla quando dalla porta entrò a tutta birra, probabilmente per un’emergenza, una dipendente cicciona coperta in faccia da un campo di calcio di fard. Nel bailamme generale tra musica e chiacchiere, non feci caso che il tono generale della sala non zittì, anzi rilanciava invece in un entusiasmo anomalo.
Giovannino, il pierre della rimpatriata, urlò a chiare lettere per non essere frainteso “Tra una mezzora arrivano Gui e Findus, hanno appena chiamato”.
“Bene” replicò TonyCrippa “diciamo che tva un paio d’ove dovvebbevo favsi vivi, ahahahahahah. Un disastvo quei due, quasi comici avete pvesente Gigi e Andvea”.
Gui e Findus in arrivo erano la ciliegina sulla torta e interpretai, non fosse ancora il momento di parlare dell’U.S. Montreal che, in un certo senso, c’entrava con il messaggio di invito che Bobo mi aveva spedito via sms.
Il tasso alcolico si era stabilizzato sull’euforica felicità dei nostri ricordi e se fossimo stati bravi saremmo riusciti ad aggiungere ancora qualche grado, giusto per arrivare al livello perfetto. Così pensavo, seduto sulla poltrona che guardava il magnifico terrazzo fiorito che digradando verso destra, ricordava vagamente quegli interni a ferro di cavallo, labirinti di ringhiere piene di piante e fiori, che chiamavamo i Camilioni, edifici popolari post industriali che avevano fatto la storia della periferia italiana negli anni sessanta. Case operaie, dentro ad un mondo che stava inesorabilmente per sparire, le cui strutture ampie e dallo spirito comunitario venivano trasformate sotto la scure minimale di ristrutturazioni che devono sfruttare ogni centimetro quadrato a disposizione per aumentarne il profitto. La società dei consumi aveva definitivamente soppiantato qualsiasi velleità di un mondo a misura di persona e non c’erano più ideali per cui potesse valere la pena morire. Anzi no, ve ne era rimasto uno, forse il più combattuto il più contrastato il più divisivo, sopravvissuto alla travagliata storia repubblicana del nostro paese. L’ideale di una vita borghese che sembrava accumunare, proteggere e rassicurare qualsiasi individuo contro la paura che più destabilizzava la nostra vita: la povertà.
Le parole ignoranti che Giovannino aveva buttato lì senza alcuna remora morale, senza classe, senza freno inibitore, erano il sintomo e la conferma di un certo comune sentire, dettato dalle ansie, dall’egoismo ma soprattutto dalla paura ancestrale di diventare poveri, che si esternava e si rafforzava o nello sfogo (come quello di Giovannino e di certi nuovi e abili figuri politici) o nella connivenza del silenzio. Dalle monetine alla revisione storica il passo era breve, dalla vituperazione alla riabilitazione era l’effetto finale di quella mutazione antropologica che per primo Pasolini aveva indagato dalle pagine pedagogiche del Corriere. Mutazione che appariva, trent’anni dopo, in tutta la sua brutalità nei gesti e nelle parole di una politica scellerata (anche se non tutti erano uguali come, invece, si usa dire anche oggi per tenere sempre le mani libere), nei corsivi di un giornalismo poco serio, ipocrita e servile, nel vuoto di una televisione imbecille riempita di sola audience, nella stupidità vuota e malinconica di padri e madri tatuati di carpe resilienti (magie orientaleggianti di moda) che sembravano loro i figli dei loro figli, e nell’inadeguatezza etica e morale di improbabili catoni. Giovannino mi aveva fatto incazzare. E il mio pensiero degradava come era degradata la sinistra comunista o democratica proletaria o rifondatrice o, come l’acqua minerale, leggermente ecologista chiusa nel suo fortino conservatore, ma anch’essa connivente e ansiosa di avere figli borghesi, nipoti borghesi, amici borghesi, avversari borghesi; e che facessero pure pace, in fondo, con gli ex missini, mascherati tra i banchi privilegiati di un parlamento subdolo (che non dà mai il buon esempio soprattutto quando si menano da fascisti. Esempio preteso, invece, ai loro cittadini soprattutto se giovani, dietro una morale del cazzo che li fa parlare della sacralità familiare e poi sono tutti separati appena a Roma trombano un’amante ovviamente giovane). Ma intanto nelle nostre menti, tra le vie dei quartieri, nei bar che erano blasfemi ora a tutto wine shop, wine bar, wine, wine, wine, nel mondo ingannevole dei social, parole come solidarietà, bontà, umanità avevano assunto accezioni, quasi più colpevoli del disastro mussoliniano, che in fondo aveva fatto anche cose buone, e dei moderni regimi che, di nuovo, alzavano muri e reticolati, escludevano ogni diversità, respingevano i bisognosi, non ascoltavano i giovani (l’Italia è un paese di vecchi al potere), tentando di ribaltare persino la tragica storia nazista di cui i tedeschi avevano fatto ampio e mai sufficiente riconoscimento di responsabilità. Becere considerazioni da basso medioevo assumevano il carattere della normalità, all’interno e nell’intento di una contrapposizione creata ad arte: o con me o contro di me Buonista del cazzo.
Giovannino mi aveva fatto incazzare e poi avevo bevuto. Quando bevevo i miei pensieri si facevano aggressivi e in un certo senso anche più lucidi. Ma forse sganciavano solo i freni inibitori del mio malcontento. Non avevo avuto il coraggio di scrivere, non avevo avuto i coglioni per fare l’università, non avevo una vita privata stabile e sul lavoro avevo scelto la via meno ambiziosa. Ero un molle borghese del cazzo. All’alba dei quarantadue anni avrei dovuto ribellarmi e vendere la libreria, licenziarmi per mettermi in proprio e volare in alto tra la scrittura di un romanzo e un editing di livello. Si, probabilmente l’alcool mi stava deragliando nei prati incolti delle occasioni mancate che in parte avevo accettate e superate. Non ero lì per l’ennesimo esame di coscienza ma tutto intorno ribolliva la malinconia della nostra innocente giovinezza.
Le foto appese ai muri erano pericolose. Continuavano a farmi ritornare ai ricordi remoti del passato, poiché cancellavano dal reale di quell’incontro ciò che eravamo diventati. E ogni volta che mi catapultavo nella semplicità di quei gesti giovanili, mi domandavo se i ricordi fossero gli stessi. Cioè, ero proprio sicuro che quello che ricordavo io era lo stesso, o aveva l’identica valenza, per Bobo o per Giovannino o per la Vale o per TonyCrippa? Niente in quel momento era chiaro. Il remoto era crollato nel presente e non ero più sicuro di me stesso, poiché se guardavo il muro sentivo le rassicuranti voci da ragazzi ma se guardavo ai bolsi personaggi che animavano quelle chiacchiere malinconiche, sentivo adulti che parlavano di cose poco interessanti, ripetitive e anche i ricordi mi sembravano solo rievocazioni nostalgiche del passato.
Giovannino mi aveva fatto incazzare e avevo bevuto ma, al contrario del sottoscritto, lui aveva piantato, senza inganni, il presente tra le vie di fuga del pavimento. Mi aveva sbattuto in faccia il segno tangibile del suo cambiamento. Non aveva fatto sconti romantici alle domeniche pomeriggio in pantaloni corti a giocare a pallone in Piazza Mazzini, e aveva marcato il territorio senza rimpianti. Ma non era di rimpianti che doveva basarsi il mio ragionamento. Lui era suo padre, la sua famiglia e le sue radici. Era lo sconosciuto mondo privato dentro cui l’amicizia, soprattutto quella giovanile, non entrava quasi mai. Il luogo dove nel susseguirsi di migliaia e migliaia di giorni, di migliaia e migliaia di colazioni, di migliaia e migliaia di pranzi, di migliaia e migliaia di cene, di migliaia e migliaia di vacanze, nella ripetizione di migliaia e migliaia di discorsi, di convinzioni, di segreti, di mediazioni, di intese, di imposizioni, di drammi, di offese, di obblighi, di baruffe, di negazioni, di pianti, di fissazioni, di ricordi familiari, di abbracci secolari, si consacrava ai figli le proprie radici.
“Basta pensare Banda ritorna tra di noi. Ritorna Banda”.
La mano sulla spalla veniva decifrata dai sensi come di qualcuno che mi voleva bene. E nel tocco così delicato riponevo i cattivi pensieri dentro la sfera del mio privato alcolico che scatenava le frustrazioni di una vita mai abbastanza all’altezza. Dovevo scegliere se girarmi di scatto o lasciare ai polpastrelli dire chi era che mi aveva sussurrato di ritornare.
Così l’avevo descritta tanta, ma tanto tempo fa:
Ai giardini in Piazza Mazzini, Gui Zenzero e Findus sono spessissimo seduti con noi sulle panchine. Brera è l’anello di congiunzione e molte possibilità sembrano prospettarsi all’orizzonte. Ho l’impressione che questi due personaggi possano far parte del nostro puzzle in divenire. Per il momento non mi sbilancio, ma anche il Boone e Tony Crippa sembrano gradire la loro presenza. A proposito del Boone, la Francesca “Nazionale” sorella del Tony Crippa, è sempre più regolare in piazza su una Vespa 200 Rossa da impazzire. Quasi sempre arriva verso sera, quando tutto rallenta e sembra essere a portata del mondo. E il mondo mi sembra abbastanza. Secondo i pettegolezzi è quasi fatta. Giovannino e Bobo incalzano come due fratelli più piccoli Tony Crippa, ma lui ghigna e non favella. Sarebbero una coppia pazzesca. Noi tifiamo per loro. La Francy è bella da impazzire e poi ha una classe che sembra sprovincializzarci.
La classe era rimasta intatta. Tutto il resto era tracimato. Sarebbe stato troppo sbrigativo pensare che tre figli partoriti avevano lasciato il segno. Vi era in lei una sorta di frenesia compulsiva che la faceva mordere la pizza come se al posto dei funghetti ci fosse stato il Boone, e più in generale, la masnada di maschi bastardi del mondo. Tutti avevamo perso lo smalto scintillante della freschezza giovanile ma lei sembrava aver perso anche la fiducia nel suo corpo. Come se lo biasimasse di continuo per essere stato troppo perfetto o che tutta quella bellezza non fosse stata altro che un inganno. La stazza cubiforme ne aumentava l’alterigia di donna al comando, pensavo mentre la osservavo perfettamente riflessa nella vetrata, ma lo sguardo canaglia nascondeva ancora la ragazza che tutti avevamo sedotto in sogno. La figura imponente e fatalmente materna era l’involucro che conteneva tutte le vicende capitate e in un certo senso, continuavo a pensare, proteggevano la storia di una vita che non era da buttare. In fondo il Boone e la Francy avevano creduto nel loro amore. Se l’erano giocata ed erano stati felici.
Quando si sedette sul divano, a parte lo spostamento d’aria, capii subito che avevo accanto la ragazza nazionale mai buttata dalla finestra delle vicissitudini. Capii in un lampo che la donna, quando voleva, ritornava ragazza, capa e persino meretrice poiché la sua classe innata era addirittura aumentata di fascino femminile.
“Devo approfittarne prima che arrivino Gui e Findus, perché dopo parlate solo di calcio, stronzetti come siete. Vieni fatti abbracciare Banda. Dov’eri finito?”.
“Mmmh” risposi praticamente.
“Ho capito non vuoi parlarne. Non sei cambiato, caspiterina”.
“No non è che non voglio parlarne” la interruppi “è che stavo pensando”.
“Si ci credo. Dai di la verità, mi stavi guardando e ti chiedevi chi è questa cicciona?”.
“Cazzo mi hai beccato. E’ vero a te non si può nascondere niente, ahahahahah”.
“Brutto che non sei altro. Non si tratta così una signora. Per giunta madre di tre figli e orfana di marito prematuramente scomparso con la giovane baby sitter per giunta rumena, ahahahah stronza”.
“Stavo scherzando. Come cazzo ti sei ridotta Francy?”.
Mi abbracciò con tale intensità, forse sorpresa come me dalla mia domanda o forse grata per la sincerità, tanto che nello stesso tempo riuscivo a sentire, oltre a un persistente senso di colpa, la forza immensa della madre e la fragile incertezza della donna tradita. Una specie di disincanto si impossessò delle nostre emozioni, per il tempo necessario in cui realizzammo la certezza che lei sapeva di me e io sapevo di lei, e il tutto si concretizzasse come una cosa certa nella profondità dell’abbraccio. Approfittammo della musica alta e del bailamme fuori controllo, per stabilire la zona franca che ci avrebbe permesso di ritornare a vent’anni prima, per tentare di spiegare come ci eravamo ridotti. Fu lei ad anticipare le mosse perché aveva l’impellente bisogno, almeno così interpretai, di tracciare il confine tra la donna in carriera, la madre responsabile e la ragazza tradita da quel coglione del Boone, che così dirà lei, amava ancora ma che non avrebbe più fatto parte della sua vita.
“Guarda Banda che per quanto riguarda il fisico ci metto due mesi a ritornare figa” iniziò con il precisare (e anch’io la pensavo come lei) “ovvio che quarantacinque anni, tre figli e una vita non proprio tranquilla si fanno sentire ma se mi mettessi a dieta e cominciassi la palestra, hai voglia a dire le troiette rumene (Quanto borghesi eravamo diventati pensavo nel mezzo di tutti quei discorsi che, in questo caso seppur a ragione veduta terribilmente livorosi, evidenziavano nel loro vuoto l’eterno inossidabile razzismo piccolo borghese), io devo leccare le ferite ma chi ha perso è il Boone questo imbecille. Perdere la testa per una ragazzina ci può stare cosa vuoi che ti dica Banda. Ma sparire. I ragazzi non riescono a capire. Credono di essere loro la causa della sua sparizione. Mi sembra di essere in un incubo. Tutto ciò in cui credevo, la costruzione di una vita insieme, la condivisione se vuoi del successo professionale, l’amore per quel bel ragazzo così sensibile e intelligente, tutto evaporato nel nulla. Un buco nero Banda. Un enorme montagna di sensi di colpa verso la mia famiglia, i ragazzi, me stessa. Mi sento talmente stupida. E non ho nemmeno il diritto di stare male. Troppe responsabilità mi obbligano a sorridere quando invece manderei tutti a quel paese. Tranne i miei figli che soffrono forse più di me. E questa cosa Banda, mi fa montare una rabbia e una frustrazione che devo gestire con una tale fatica che non ti immagini. Ma perché ti racconto tutto questo? Ecco vedi sono diventata paranoica. Non ci vediamo da vent’anni e ti racconto le mie sfighe. Comunque gliela faremo pagare, almeno a livello legale. Su questo immagino siamo abbastanza esperti. Ma tralasciamo la mia situazione, dai Banda scusa raccontami di te? Sei sempre stato bello ma adesso hai decisamente più fascino. E comunque, e poi chiudo, da quando abbiamo aperto le frontiere tra albanesi, negri, rumeni e cinesi è tutto un puttanaio. Scusa Banda ma questa è la verità ci vorrebbe un regime. La Bossi-Fini non basta a salvare quel che resta dell’Italia, caspiterina. In questo senso sono fascista e non me ne vergogno” sbuffò e mi sorrise bolsa. Era decisamente incazzata. Ovviamente non la riconoscevo ma in un certo senso la compativo, non doveva essere facile. E comunque i Crippa erano una famiglia schierata a difesa dei loro privilegi di dominanti.
Pensavo tra me e me che era veramente strana la gente di oggi quando, senza nessuna autonomia critica, perorava come ideale il ventennio fascista. In un’Italia monarchica e arcaica, di ideale secondo me c’era che il popolo, ad altissimo tasso di analfabetismo, faceva semplicemente il popolo nelle campagne, limitandosi ad alzare la mano tesa alle parate come falsa o stupida o convinta adesione al Duce ma comunque fiducioso nel futuro che avevano delegato ad un capo del popolo e non al re; mentre, soprattutto la borghesia faceva i cazzi suoi mantenendo saldamente nelle proprie mani privilegi e ricchezza. Ora che i giovani istruiti perorino cause fallimentari come il fascismo, e tralascio repressione, paura, leggi razziali, guerra mondiale, povertà, distruzione, in nome dello straniero o del comunismo lo trovo francamente fuori di testa.
Vi era un che di automatico nel suo modo di parlare. Come era chiara l’incapacità della Francy di scalfire, attraverso il dubbio o la critica, ciò che le sue radici borghesi le avevano tramandato. La colpa dei padri non era solo nel proporre ideali da vecchio fascismo, come panacea alle nostre paure, ma soprattutto di allevare figli incapaci di autonomia intellettuale e quindi liberi di emanciparsi tra tradizione familiare ed esperienza personale.
Ma in quel momento fecero irruzione Gui e Findus. Due che dell’emancipazione personale, attraverso la propria esperienza e l’assunzione di responsabilità, ne avevano fatto il caposaldo delle rispettive vite.
Tutto si distolse e in un certo senso si dissolse.
L’U.S. Montreal, con tutto quello che nei nostri ricordi comportava, fece irruzione a gamba tesa sulle rispettive vicissitudini, secondo le regole d’ingaggio di Gui e Findus. Tutto si distolse poiché sarebbe stato impossibile ignorarne le personalità; tutto si dissolse poiché, come sempre accadeva, cambiava la percezione, il peso specifico, il valore, delle rispettive esperienze, del comune tempo libero, rispetto al loro. I monarchi amavano parlare di sé e delle proprie vittorie al popolo. In altre parole infuriava l’egotismo.
Gui quando mi abbracciò posò sul mio stomaco un’evidente addome fuori controllo. Una dilatazione nervosa che si caratterizzava per l’altezza della sua portata massima. Sembrava, alla stregua di un seno femminile rifatto, saturo di silicone. Sulla guancia destra, tra la barba spelacchiata, pascolava leggiadro un funghetto carbonizzato, di provenienza certa dal pezzo di pizza sottratto avidamente dalle mani di Giovannino. A sorprendere l’avvicinarsi dei quarantacinque anni, non erano le profonde rughe attorno agli zigomi gonfi, ma una specie di toupet castano che gli aveva abbassato la fronte verso terra. Avvolto nella storica tuta in acetato bianca a bande laterali blu dell’U.S. Montreal, nel complesso Gui aveva mantenuto lo sguardo e la brillantezza del ragazzo scelto dagli Dei per brillare. Come da sempre non stava fermo un momento poiché, della sua vita, amava soprattutto l’azione.
Chi invece era diventato clamorosamente spigoloso al contatto era Findus, al quale dall’ultima volta che l’avevo visto mancavano almeno venti chili.
“3 ore 29 minuti e 47 secondi, Banda. Record personale alla maratona di Bovolone, piatta come la moglie di Pescante, ahahahah”. Findus era diventato un runners, evoluzione antropologico sportiva del podista anni ottanta dedito alle fatiche della Anabasi-Katabasi, fasciato di materiali simili al mogano. Sembrava malato ma sveglio e motivato, poiché il suo corpo viaggiava in assenza di grasso saturo e la dieta, che lui insisteva a chiamare abitudine alimentare, era dettata di soli concetti chimico e biologici di uno strano guru nutrizionista, del quale decantava le doti assolutamente mondiali. Nella tracolla di finta pelle nera, dove teneva l’essenza documentale dell’U.S. Montreal e la famosissima agenda degli impegni chiamata “Terminale”, abbondavano strani contenitori di pastiglie omeo-biologiche a base di spirulina, polline, pappa reale, linfa di betulla, argento colloidale, aloe vera, zinco, corteccia di salice, bucce di psillo, omega 3, magnesio supremo, succo d’acero, germogli di soia, miso, tamari, tempeh. Findus viveva con il chiodo fisso di reperire contatti istituzionali, sportivi, legali, medici, bancari, ecc. e procacciare la fresca (sponsor, contributi, soldi, schei, contante).
Il loro arrivo fu come un fiume impetuoso che si riversa in un altro fiume. Gui e Findus mantenevano la caratteristica di essere inesauribili fonti di aneddoti e portatori sani di paradossi. La biografia di Gui era più pedagogica rispetto a quella di Findus che invece poggiava su solide basi economiche commerciali. Per questo erano diversi di carattere ma perfettamente complementari. Non so dire con chi mi trovavo meglio ma il loro modo di essere insieme e di fare insieme, allo stesso tempo: ingenuo, furbo, complice, accentratore, ironico, dissacrante, visionario, egoista, autoreferente, padronale; mi aveva affascinato in un’amicizia per sempre. Che non voglio raccontare, in queste Cronache, fino in fondo (ci pensassero loro se mai un giorno ne sentiranno il bisogno) poiché si prenderebbero la scena. Due personaggi immortali ma molto ingombranti.
Mano a mano che si ripescavano dal cesto dei ricordi le antiche gesta di formazione, avvertivo la presenza di un vuoto. Un’incombente trappola che inconsciamente aveva fatto capolino nella stanza. Da un lato c’erano i ragazzi della piazza rimasti seduti sulle panchine, mentre sull’altra sponda Gui e Findus erano diretti a grandi falcate, in senso uguale e contrario, verso il loro sogno. Gli anni ottanta e quella ingenua amicizia giovanile era stata travolta da quasi trent’anni di una folle corsa umana e sportiva a cui avevano partecipato da protagonisti, tanti Brera, tanti Banda, tanti TonyCrippa, tanti Giovannino, tanti Bobo, tanti Boone, tanti Stratos. Tutti pezzi di un ingranaggio che dovevano concorrere al Grande Sogno. Il quale sogno si giocava la domenica successiva sul terreno erboso (!?) del Mario Federale. Un’ultima vittoria e per la prima volta nella sua gloriosa storia, quante volte l’avevo sentita, l’U.S. Montreal si giocava l’accesso alla Serie D che ai nostri tempi si chiamava Interregionale. Il Grande Sogno era diventato la ragione di vita di Gui e Findus e presumo anche di Brera che ancora non era arrivato. L’altro assente era Stratos, che in quel momento, mi aveva detto Giovannino, si trovava in missione in Africa con la sua compagna. L’avremmo rivisto almeno tra un anno.
Il Grande Sogno era oramai una questione personale. Non aveva più i crismi sociali e sportivi da cui avevamo mosso i primi passi.
Il Grande Sogno era un riscatto, un urlo, una rivincita, una minaccia, un bluff, un’inesorabile appuntamento con sé stessi, un infinito punto di partenza, un’ossessione, e tanto tanto altro e non c’era più spazio per l’amicizia, quella vera, spensierata che forse non c’era mai stata se non nella nostra testa di ragazzi sulle panchine.
Gelosi fino all’ossessione della propria libertà, ci concessero un’ora e mezza del loro tempo prezioso, tre quarti del quale l’avevano passato, più o meno, al telefono. Ma non era importante perché la domenica successiva saremmo stati tutti sugli spalti del Mario Federale ad osannare, tra bandiere bianche e blu, il Grande Sogno.
Quando se ne andarono era evidente il senso di frustrazione che pervadeva tutti noi: i ragazzi sulle panchine. E, sotto il bombardamento dei “Ve l’avevo detto” delle ragazze, che mai li avevano amati veramente per ovvi motivi di concorrenza, si concretizzò una Grande Litigata tra tutti noi. Che non volevamo fossero così cafoni o, peggio ancora, che non accettavamo il fatto per cui lo spiccato egotismo li ponesse sempre in credito nei nostri confronti o, peggio ancora che non riconoscevamo il cambiamento come un fatto normale, poiché nei loro confronti pretendevamo di restare gli eterni ragazzi sulle panchine. Preso atto che erano veramente due cafoni quando si comportavano così, il vuoto era dentro noi che non ci volevamo arrendere allo scorrere inesorabile del tempo.
Ritornata la calma su una giornata tutto sommato meravigliosa, ebbi modo di chiacchierare con la Vale e la Francy e i ragazzi che sbalordirono quando gli raccontai della mia Paoletta. Giulia Disempre, il figone della Benetton, era il vivido ricordo di un’estate che sembrava non finire mai.
Fu Bobo che, risorto dalle ceneri di una sbronza colossale, assestò il colpo che temevo “Scusa Banda, ma con Brera?”.
Il silenzio tuonò nella sala festante e fumosa allo stesso tempo. In effetti mancava il mio amico più grande ed era stupido come svicolassi dalle responsabilità. Raccontai della lettera di Anita Comparon che avevo gettato nel buio senza aprirla la notte della festa della promozione in Prima Categoria e, di come l’avevo ritrovata aperta nel libro che avevo prestato a Brera ai tempi della maturità. La lettera che avrebbe cambiato la mia vita giaceva, come una latitante, in quel Don Chisciotte. Qualcuno l’aveva presa a mia insaputa. Mi sentivo stupido e per niente all’altezza di quello che volevo essere, ma oramai avevo iniziato a raccontare e così, finii la storia. Dieci lunghi anni erano passati senza che io e Brera ci fossimo visti e mai sentiti.
“Nooooooooo” intervennero all’unisono sia la Vale che la Francy con lo smarrimento, nello sguardo, di chi aveva qualcosa da dire che forse non aveva mai detto.