Giulia Disempre è sempre stata l’alter ego di Anita Comparon. Le due figure più importanti della mia vita che mai e poi mai si sono intersecate, sovrapposte, intralciate. Ognuna di loro ha brillato di luce propria tra i pensieri e soprattutto nel mio cuore. Due mondi da amare in maniera completamente diversa. Forse due opposti, di sicuro due diseguali che non si sono mai conosciute. Anzi nell’unica sera in cui casualmente e beffardamente erano entrambe presenti nello stesso luogo, feci l’ennesimo clamoroso errore che decretò la fine di tutti i sogni amorosi giovanili.
Infatti preso dalla solita idiozia di quando vado in tensione, dissi a Giulia Disempre che allora stava con me “Oh Giulia, dai che ti faccio conoscere Anita Comparon”. La risposta fu inequivocabile “Guarda Augusto, che a me di questa conoscenza non me ne frega niente. Se ci tieni così tanto fai pure. Se ti fa stare meglio ok, vada per questa cosa ma sappi che io vivo bene anche così” e me lo disse non con rabbia o risentimento ma con l’espressione del viso che diceva chiaramente “Ma chi cazzo credi di essere. Pensi che tutto giri attorno alle tue menate di gioventù. Dimmi, se sei veramente sveglio come credi, penserai mica che magari potremmo diventare anche buone amiche. Cioè spiegami che senso ha questa tua proposta? Ti potresti chiedere, magari, che ci potrei restare anche male o no, visto che Anita Comparon è la tua donna ideale? Ma vaffanculo Banda”.
Per un attimo mi ero sentito perso di fronte all’ennesima figura di merda con una donna che confermava la mia incapacità a rapportarmi con loro. A quel punto nel pieno di una festa, mi rifugiai nel silenzio, glissai la proposta bofonchiando qualcosa che non diceva praticamente niente, mi spostai di lato e non ne riparlai mai più. Questo ero decisamente io, Augusto Banda Bandini.
Ero ritornato, ahahahahah. Ma andiamo con calma.
La crisi psichica si risolse lentamente e il lungo percorso fu foriero di nuove consapevolezze. Capii soprattutto che parlare, buttare fuori, espellere le nevrosi era stata una forma istintiva, per quanto del tutto involontaria, di cura preventiva. Scoprii, inoltre, che molte persone, anche insospettabili, vivevano o avevano vissuto difficoltà simili. Questo conforto rese fondamentale la lenta progressione dell’accettazione di essere vulnerabili e, confinò il malessere in una zona franca da cui si poteva uscire. Psicologicamente, per me, era importante escludere patologie psichiatriche gravi cosa che, quando si sta male, è difficile non pensare. Poi ovviamente la dottoressa Luisa fece la sua parte alla grande.
La dipendenza emotiva e psicosomatica dalle mie paure, la pluriennale battaglia contro l’insonnia e la gestione dell’ansia, innescò tutta una serie di altre dipendenze: dall’omeopatico R14 alla floriterapia dei Fiori di Bach, dai benefici dell’alba nei quanti di luce altresì chiamati fotoni all’esercizio quotidiano del Training Autogeno. La dottoressa Luisa dettava con estrema armonia i tempi di recupero che furono talvolta complicati, alcune altre volte deludenti, similmente paragonabili a una specie di lungo cammino su un sentiero alpino. Delle nuove dipendenze, la dottoressa non era per nulla preoccupata poiché sapeva che avevo del tutto eliminato la fugace passione per la sigaretta di cocaina. La quale, con le dovute premesse, risultò la miglior soluzione se non fosse stata la più pericolosa. Oggettivamente a Milano e pure a Verona molti ragazzi e una miriade di adulti rimasero stesi dall’attraente polverina bianca. Gli anni novanta furono come una grande nevicata di coca. Sbagliare però, rientrava nel percorso di crescita possibile di molti umani.
La losca tachicardia, l’imprevedibile attacco di panico e quel leggero male di vivere (che identificavo nella trentennale battaglia con me stesso) mi avevano lasciato i loro segni in una certa instabilità emotiva. Quando per esempio nei cambi di stagione, mi trovavo esposto a sbalzi umorali improvvisi (piccole fibrillazioni, timide paure, volatili angosce) per i quali tendevo a reagire in maniera esagerata attraverso una complicata gestione dell’ansia, ecco, era in quei frangenti che la dottoressa mi trattava come da bambino la mamma, che esasperata giocava la carta del collegio, mentre la dottoressa minacciava l’uso del famigerato Halcion. Farmaco a base di benzodiazepine che temevo, poiché ne avevo letto le spaventose controindicazioni nel furibondo romanzo “Operazione Shylock”.
Oramai la dottoressa aveva completa conoscenza delle mie reazioni e questa cosa pur senza dover certificarla, giaceva tra noi come una certezza che mi aveva infuso nel tempo una certa sicurezza. Credo che il nostro rapporto svoltò decisamente quando riposi in lei la totale fiducia, che mi permise di aprire gli spazi inesplorati e inaccessibili dell’anima. Inutile dire che il percorso intrapreso costò fatica e perseveranza. Aprire porte emozionali era un po’ come riconoscere sé stesso ma anche scoprire sconosciute consapevolezze e lati indigesti del proprio temperamento. Vi era una ridda di emozioni che di volta in volta venivano svelate o riportate a galla dall’infanzia e che si manifestavano nei vari modi di agire che mano a mano andavo ad indagare: freddo, nervoso, irritabile, aggressivo, romantico, calmo, empatico, timido, indolente, profondo, introspettivo, egoista, qualunquista. Ma quello che mi destabilizzava più di tutti era quel lato del carattere molto, ma molto vicino alla codardia.
Smuovere il fondo dello stagno psichico era come votarsi al turbamento improvviso e andare a caccia di emozioni era un’avventura rischiosa ed eccitante allo stesso tempo.
“L’impressione Augusto è che tendi a concentrare gran parte dei pensieri sempre in relazione a te stesso. In questo modo fatichi a comprendere fino in fondo la persona che ti sta davanti. Soprattutto se donna, per la quale il tuo riferimento è solo la mamma. Sei oltremodo maschilista, te ne devi fare una ragione. Scherzi a parte ma non troppo, hai una visione egocentrica matriarcale della società pur essendo uno spirito altruista e generoso con i tuoi amici. E sai di chi è la colpa? Della tua cara mammina, che ti ha viziato e coccolato come unico figlio maschio. Ci scommetterei che chi sparecchiava a casa tua erano le tue sorelle” mi provocava insistentemente la dottoressa. Stanare la mamma come causa delle mie insicurezze sembrava il suo obiettivo che mi faceva incazzare.
“No guardi dottoressa, adesso sta esagerando. Mi sto facendo un culo grande come una capanna per crescere e non casco nelle sue provocazioni” rispondevo colpo su colpo talvolta rischiando di confondere i ravani par naoni “d’accordo ho sempre pensato che mi trovo meglio con i maschi; anzi le dirò di più, ho sempre creduto che all’interno di un gruppo piaccio di più ai maschi che alle donne. Cioè, credo sia una questione anche chimica di attrarre più il sesso maschile di quello femminile. Mi capiscono meglio e di conseguenza mi apprezzano di più. E, per quello che penso, è una bella sfortuna perché a me le donne sono sempre piaciute. E tanto, come lei sa” quindi normalmente prendevo un’altra strada, un po’ dove mi piaceva parare “se poi sono stanche e stressate ancora di più. Un po’ come lei quando mi liquida di fretta e si vede lontano un chilometro che ha solo voglia di tornare a casa. Ma io adoro soprattutto un frangente particolare. Ha presente quando una donna attraversa la strada e vedi che è proprio stanca: i capelli scomposti, la borsa che sembra una scialuppa alla deriva, il foulard slacciato che cerca di resistere al fard sciupato dalla lunga giornata, l’andatura indaffarata ma anche vuota, come se quel sembrare indispensabile al mondo facesse il paio con la stessa vacua inutilità, ciononostante e nondimeno sensuale, provocante e struggente in egual misura. E che bello nell’osservare i seni sodi che sembrano ballare dentro a tutta quella stanchezza e il tacco dello stivale sorreggere le belle gambe e il Levi’s perfetto per il divino sedere. Io amo osservale dalla macchina mentre attraversano le strisce. Secondo lei io sarei maschilista se sono attratto da tanta bellezza?”.
“Salvati cielo, sei in uno stato confusionale. Vedi Augusto il fatto che insisti a soffermarti sui seni, le gambe, il sedere di una donna è l’ulteriore conferma che quella visione viene messa in relazione alla tua convinzione di piacere. In sé contiene una forma di narcisistico dominio dell’uomo sulla donna come capo branco. Il tutto viene elaborato in relazione al tuo rapporto con la mamma e al suo insindacabile giudizio”.
Ad un certo punto svalvolavo “Io dico invece che osservare e immaginare, sedurre con l’immaginazione, è la conferma che sono un codardo. E’ come se ricordassi a me stesso che non ho il coraggio delle mie azioni. Vorrei ma non ho il coraggio. Quando incrocio lo sguardo con una bella donna, sono certo che potrebbe anche essere ma… Pigrizia? Timidezza? Rispetto? Nooooo, paura di fallire! E poi anche alterigia, snobismo, inadeguatezza verso l’ignoto, fosse anche una bella fica. Ma quale odore mi può aspettare? Quale amara delusione può celare l’incontro al buio tra sconosciuti? E poi le devo parlare? Ho argomenti interessanti? Noooooo, non è il sesso che voglio. E’ la presunta possibilità che mi attrae. Perché il sesso prevede il rischio e io non voglio fallire per niente al mondo”.
“Forza Augusto, vai più in là di te stesso. Hai mai pensato che potrebbe succedere che invece non piaci proprio ad una donna. Che in gruppo non sei interessante. E che questo castello che hai costruito sulla sabbia, o meglio, sulla tua idea di piacere a chiunque ti guardi, non esiste proprio. La tua paura, secondo me, non risiede nel fallire l’aggancio. E’ una scusa. Ma sta nella terribile probabilità di dover relazionare con una donna. E’ l’empatia che non trovi e che ti porta a sbagliare e a fare confusione a inciampare. Tieni presente che la tua immaginazione erotica è assolutamente normale tra i predatori maschi anni ottanta ed oltretutto, nel tuo caso, propria di uno scrittore. Come spesso accade non ci sono formule segrete ad abbattere certi muri. Banalmente ci vuole allenamento, impegno, motivazione e anche, perché no, predisposizione. Che tu non possiedi se non in circostanze protette. Qualcuno che ti apre la strada o che ti fa da spalla, una ragazza intraprendente oppure, barbaramente, una ragazza che ritieni brutta e quindi dove alleggerisci le aspettative. Tutto normale Augusto Bandini, in linea con la maggior parte dei rappresentanti di sesso maschile. Scommettiamo che oltre a non lavare i piatti, non hai mai sparecchiato?”.
La dottoressa mi incalzava, quasi godeva nello smascherarmi. Eppure sbagliava sulla mamma e sul fatto che a casa ero un signorino. Non so perché lo facesse. Ciò che apprezzavo però e che fece la differenza, fu che si relazionò sempre in maniera, come dire, giovanile e ironica. Non cascò mai nel professorale, nella terapeuta a tutti i costi e così anche quegli occhiali da psicologa si mimetizzarono dietro al suo bel viso da signora. Nelle nostre chiacchierate tirò sempre fuori il suo spirito di ragazza che sembrava aleggiare imperituro ai margini delle sue riflessioni. Mi piaceva quando in una domanda seria veniva sorpresa dalla ragazza bionda che, pensavo io, era stata “Qual è il motivo che ti ha spinto a cercare aiuto? Tipo” oppure “Cosa ti fa sentire a disagio o insoddisfatto nella tua vita? Non sgamare la mia agenda Augusto!”, “Direi che in questo caso hai cannato di brutto, o no?”.
Il linguaggio gergale giovanile era la sponda che me la faceva piacere a dispetto dei vent’anni di differenza e almeno dei dieci chili di troppo che portava con noncurante stile. Spesso pensavo, senza considerare il ruolo professionale così centrale nella mia situazione, che sì, mi stavo innamorando della signora Luisa. E la volta che mi disse “Dai Augusto parlami degli effetti terapeutici che hai riscontrato nel fumare la bamba” esplose in me l’amore verso di lei ma soprattutto verso gli amatissimi anni ottanta.
Le diedi sempre del lei, non confessai mai i pensieri erotici con cui la seducevo a gambe aperte ma, ne sono certo, fu vero amore. Un’attrazione potente, sincera e piena di buonumore. Fu l’inizio della felicità e per questo tengo ancora sulla scrivania da qualche parte, eccola, una conchiglia proveniente dalla Costa Rei che mi aveva regalato come portafortuna.
Tra tutte le mille cose che contribuivano alla confusione del mio pensiero c’era, spalmata su quel lettino, la continua seduzione della sua “boteriana” sensualità. Ogni distesa e ogni alzata da quella posizione supina fu un lungo viaggio pieno di immaginari adescamenti, (fortunatamente ricchi di inviti al buonsenso e alla prudenza nei confronti degli istinti più bassi di una personalità) insomma, una specie di sintesi di tutta la mia vita adulta.
Sedendo più lontano che potevo dalle sue grandi tette, tenevo a bada gli effetti della seduzione, che per quanto mi riguardavano non avevano niente a che fare con la sua integerrima professionalità ma assomigliavano a qualcosa di avventato e precipitoso, dandole ostinatamente del lei. Non avevo capito che, invece, era proprio quella ostinata distanza che me lo teneva in erezione. La mia mente, durante le sedute, era qualcosa di incontrollabile. Sembravo sotto l’effetto di un influsso magico e sebbene lottassi coerentemente con me stesso, trovavo magnifico il fatto di essere chiuso in quella stanza: io e lei. Provavo l’ebbrezza di avere in mente qualcosa di losco per abbattere le impenetrabili barriere del proibito. In alcuni frangenti la dottoressa chiudeva gli occhi e incrociava le braccia conserte protettivamente sul petto e in quel semplice movimento vi era una distorsione onirica che mi confondeva le idee e a cui solo a intermittenza riuscivo ad attivare le mie difese razionali.
Quella contemplazione era faticosa e non poteva, oggettivamente, durare a lungo poiché avvertivo, come più impellente, la necessità di non perdere il filo con me stesso. Volevo capire e stare bene. Al vero amore, quindi, seguì la fase del lento declino dell’attrazione che mi portò razionalmente ad enfatizzare non più le tette ma i chili di troppo. La svolta empirica con cui a quel punto affrontavo i nostri incontri, aprirono definitivamente alcune porte di me stesso alla conoscenza. Intesa, non come una questione concreta, fisica ma una consapevolezza del proprio carattere e le conseguenti reazioni. Capii che dovevo costantemente lavorare sulle emozioni, in modo da mantenere in equilibrio il dare e avere continuo che era l’esperienza del crescere, rispetto al vissuto che resisteva immortale e si chiamava: gioventù.
Quando squillò il campanello di casa a tutto pensai tranne che a Giulia Disempre. Erano le sette della sera del 29 luglio 2001 e da qualche tempo avevo superato di misura la crisi più angosciante della mia vita. La sua apparizione al cancello, in un momento così propizio dove la mia nota e industriosa personalità aveva ripreso, seppur a fatica, le redini della propria esistenza fu interpretata come una profezia. Il caldo con l’afa aveva affossato ogni inerzia di buona volontà e la stessa musica (ultimo cd di Samuele Bersani) si espandeva tra i locali della casa con meno vigoria del solito, mentre scrivevo alcune note su di un post-it color fucsia relative alla pagina trentotto della bozza in stesura del nuovo libro del Professor Valle, oramai per tutta Italia e non solo, il famoso scrittore Mario Vallani.
La cartella con le prime cinquanta pagine dattiloscritte, perché Mario usava ancora (per poco) la mitica Lettera 22 che fu di suo padre, mi era stata consegnata dalla sua compagna Terri qualche settimana prima. E la cosa bella era stata che nella grande busta gialla, trovai una sua breve lettera (evento eccezionale) con la quale rinnovava la sua stima ma soprattutto l’amicizia nei miei confronti che diceva:
“Stimatissimo amico e prezioso collaboratore Augusto “Banda” Bandini, eccomi al tuo capezzale con rinnovato entusiasmo e l’instancabile attitudine a collezionare sceneggiature. Come tu ben sai, resto sempre a bocca aperta di fronte a tutte le storie diverse dalla mia, nella furibonda ricerca di distaccarmi da me. E così rapito, resto impalato, incuriosito e con lo stupore di un bambino davanti al racconto più fantastico di un qualsiasi sconosciuto. Godo di tutti i piaceri della credulità quando, al contrario alla mia età, dovrei esercitare una qualsiasi forma di riflessione o di fuga.
Ma tant’è noi scrittori siamo persino pagati per rendere l’oggettivo soggettivo e viceversa e così nutrire i favolosi scherzi dell’immaginazione.
Ho riservato alla tua lettura, dopo lungo tempo, le prime cinquanta pagine del manoscritto che ha sbaragliato il campo di tante idee che si sovrapponevano da anni.
Attendo prezioso parere.
Ad maiora, tuo Valle”.
Mario Vallani non era un uomo del nostro tempo, non era più un professore del Liceo e si era trasferito dalle parti de La luna e i falò, suo romanzo preferito, vivendo da eremita tra i noccioli e le vigne delle Langhe. Non usava telefonini, fax, e-mail e tantomeno il computer. Per questo era diventato una specie di uomo preistorico accerchiato dal rumore, dal caos inarrestabile e da un progresso scorsoio sempre più incombente che tutti chiamavamo “globalizzazione”.
L’ultima volta che ci eravamo visti era stato a pranzo, in un locale sconosciuto che per aspetto e odori ricordava la cucina laboriosa e rustica della nonna Emilia. Mi aveva portato in un luogo senza nome, appena aperto, che voleva sfidare il mondo globale in divenire. Guazzabuglio di vapori e odorose ghiottonerie preparate all’antica, servite in un ambiente semplice e senza grandi pretese come nella tradizione popolare. Nei fumi di un camino che probabilmente tirava poco o con calma, riconoscevo i profumi e gli aromi di cibi che per niente al mondo, pensavo, avrebbero ceduto alla propria conservazione naturale. Immaginavo, come nelle più vere tradizioni contadine, che gli alimenti fossero stati sottoposti alle aspre e fragranti affumicature e che tutto quello che poteva essere pepato, salato, marinato, seccato, messo a mollo o in salamoia, veniva conservato cerimoniosamente in cantina, sotto forma di sottoli, sottaceti, pressati in casarecci barattoli sottovuoti di vetro e tappati con ruvidi fogli di carta oleata al laccio.
Su quel tavolo traballante da osteria anni quaranta, avevo riconosciuto la semplicità di una vita che ci stava sfuggendo inesorabilmente e sulla quale lo scrittore Mario Vallani, e non l’amico Professor Valle, aveva concluso con la schiettezza del suo pensiero che sembrava quasi un urlo nel buio dell’eterno “L’uomo è il pilastro dell’instabilità. Prevedo tempi bui. A volte mi domando se la mia immaginazione sia un potere troppo grande per l’essere umano, così assolutamente portato a farsi convincere dalle bugie. La società del nuovo millennio vuole popoli che debbano sapere poco e capire tutto al contrario. E ironia della sorte, è proprio così: sanno poco e capiscono tutto al contrario con la inossidabile convinzione di sapere tutto. Una volta colui che ignorava, cioè l’ignorante, affidava la sua voglia di capire all’ascolto e alle chiacchiere con le rispettabili persone che incontrava: il prete, il maestro, il farmacista, il sindaco, il medico condotto, la suora, il sindacalista, il politico locale, i nonni, gli animatori e che ne so, al limite ci si affidava ai ricordi. Oggi la comunicazione selvaggia sta creando la temibile figura del quasi ignorante. Ghiottone figuro di umano che crede alle bugie e divulga cazzate. Terrapiattisti, complottisti, negazionisti, lobbisti, menefreghisti, influenzatori globali, guerrafondai, teste di cazzo, manipolatori e pagliacci politici si prenderanno la scena, Augusto. Ricorda queste parole. In nome di cosa? Beh, in Veneto per esempio, di sicuro in nome dei schei i soldi. Potere e soldi. Io non ho scelto di fare lo scrittore per sentirmi dire dagli altri cos’è lecito scrivere e cosa no. Voglio resistere. Nel raccontare non si deve nascondere nulla. E questo è l’onere che mi devo portare sulle spalle. Devo resistere nella solitudine, caro Augusto”.
In quella lunga riflessione sembrava condensare tutto il senso delle responsabilità e la sua idea di etica nello scrivere, la cui completa autonomia ed indipendenza di autore rappresentava una seconda pelle, che contribuiva sia come limite che come resistenza alla sua grandezza di romanziere.
Ma Mario Vallani era anche molto altro: fine latinista, cultore di filosofia ebraica e virtuoso della scrittura. Amava la forma e lo stile la cui passione risaliva dai tempi della prima elementare quando, mi aveva raccontato con il candore di un bambino ancora innocente, era nata la sua infatuazione per l’alfabeto “Quelle grandi lettere corsive e in stampatello appese al muro grigio dell’aula erano un incanto, Augusto. Logori cartoncini bianchi e neri circumnavigavano il soffitto, in coppie di maiuscole e minuscole che si rincorrevano nella rigida sequenza alfabetica di una scuola arcaica ma metodica. Quando poi imparai i segreti per cui tutto quel susseguirsi di lettere, se mescolate con cura, diventavano parole ecco che in quel momento amai per sempre la scuola. Coppie di aA, di bB, di cC, eccetera, planavano sulle nostre teste con l’identico stupore, almeno da parte mia, con il quale accoglievo nel cielo, il sole e la luna, la notte e le stelle, il sonno e i bei sogni. Da quando avevo imparato a galleggiare sull’acqua non ricordavo estasi più bella che quella; per cui unendo le lettere si formavano le parole, le quali se abbinate con fantasia e tecnica grammaticale creavano nobili pensieri. Il mio cuore, da quei giorni a scuola, fu sempre felice poiché avvertivo, in maniera chiara ed inequivocabile, che in ogni istante di quella frequenza si celavano le probabili grandi speranze del mio incerto avvenire. Oggigiorno le parole non fanno altro che rovinare le cose. Diceva il saggio: quale dovrebbe essere il lavoro di una persona a questo mondo? Rendersi simile a un muto. Per questo Augusto, dentro a tutto questo caos, io scrivo”.
Quanto era bello sentirlo parlare e quanto attuale questo pensiero che mi aveva colpito incagliandosi nello scoglio dell’anima.
Tornando a bomba; la silhouette che intravedevo, attraverso i rettangoli irregolari in ferro battuto del cancello grande, era inconfondibile. La prima cosa che pensai nell’esatto istante in cui mi apprestavo a pigiare l’interruttore fu “Questa donna è una di quelle per le quali l’avventura con l’uomo che sa camminare sui carboni ardenti è irresistibile”. Il pensiero mi intrigava poiché, in un certo senso, la allontanava da me e nello stesso tempo mi rendeva come il Galbu; avventuriero, losco e giocatore d’azzardo, ma allora perché questa visita inaspettata?
Giulia Disempre era anche uno di quegli intelletti che coglievano naturalmente il lato comico delle cose. Il suo modo di fare mi ricordava il vecchio Boone, che chissà dove l’aveva portato la vita, per cui era piacevole quella sensazione che per lei sembrava tutto uno scherzo. Il suo sorriso diretto al centro dei cuori restava il biglietto da visita di un’anima semplice e buona, e naturalmente strafiga. La Disempre è stata la donna che più di tutte, di quelle che ho conosciuto, si è avvicinata all’anima maschile nel senso tout court. Sentivo sempre parlare di maschi che sapevano parlare con le donne. Ecco lei sapeva parlare con gli uomini. Sapeva interpretare le due versioni femmina-maschio, senza essere bisessuale, con la naturalezza biblica per cui la postura rifletteva empatia, sincerità, dolore e calore. Mi affascinava che una bellezza così intrigante, che faceva girare i ragazzi (e non solo) per strada, non si prendesse mai veramente sul serio. Se penso a tutte quelle che se la tiravano come se ce l’avessero avuta solo loro, mi veniva da ridere. Forse ero io il suo scherzo? ….. ahahahahah.
Aveva un unico, grande difetto che non fu mai un ostacolo tra di noi: era di destra. Caspita tra tutte le gnocche al mondo avevo beccato l’unica nostalgica, in una città, in verità, molto fascista, che strizzava l’occhio ad un certo “cazzo duro” del nord indipendentista. Da molti anni in città e nel nordest era in atto un imbarbarimento della politica che, dal grido “ciapa el baston e copa el teron” (prendi il bastone e ammazza il meridionale), rincuorava, ringalluzziva, riposizionava, rimodulava, risvegliava, rincoglioniva, rafforzava, lo spaesato senso di appartenenza del popolo bue, molti dei quali disillusi ex (finti) comunisti. Tempi difficili si addensavano all’orizzonte.
Mario Vallani così profetizzava la società in un racconto distopico, mai pubblicato, che mi lasciò, come un segno del suo affetto, sulla scrivania e che io ho sempre tenuto appeso ad una puntina nello studio di casa “L’imbecillità umana si stava preparando ad assaltare il potere e intorno al 2070 ne avremmo avuto l’amara conferma. La Storia che si ripeteva sempre non era solo un eufemismo; con una differenza epocale: il laureato si comportava da ignorante, l’ignorante rispondeva da laureato, il ricco si lamentava come se fosse povero, il povero credeva di essere ricco, la sanità non era più pubblica e la gente risparmiava felice per morire sola nelle costose case di riposo; nei ghetti per ricchi si ricordavano i bei tempi di quando governava Berlusconi (che lui si ci sapeva fare), la scuola privata finalmente pagava bene gli insegnanti (credevano loro quando presentavano la fattura) ma era sparita la possibilità di dissentire, la politica era un affare per i poveri che aspiravano invano ai ghetti per ricchi, i quali controllavano la ricchezza e non avevano più bisogno della politica, il virtuale aveva sostituito la forza dell’amore, la parola umanità era stata bandita dal vocabolario come anche la chiesa cattolica peregrinava nell’indifferenza generale, tranne i porporati che praticavano pomposi il culto nei ghetti dei ricchi; il presidente del consiglio si chiamava Abu Mohamed Rinaldi e non esisteva più né destra né sinistra, ma ricchi e poveri (dove i ricchi erano pochi e i poveri tutti gli altri), la Cina e l’India (con il beneplacito dell’isolazionismo siberiano Russo) dominavano il mondo dell’economia globale, l’Africa era la più grande forza lavoro del pianeta con tassi di natalità in continua crescita, gli Stati Uniti d’America si erano chiusi nella loro fortunata posizione geografica limitandosi a sfruttare (come avevano sempre fatto) il Sud America, la loro società multirazziale si era rivelata una risorsa vitale, l’Italia era un animale morente dissanguato dalla fuga dei giovani stranieri e da una natalità sotto lo zero da decenni; parole come lotta di classe risuonavano nel vento come un altisonante novità, il calcio e le società tifate erano la fede a cui rivolgere i propri mali, i cinesi avevano comprato i beni artistici e gli sbocchi sul mare, la lira agonizzava e gli italiani cominciavano a emigrare. Il teletrasporto, come forma di dominio, aveva soppiantato la conquista dello spazio, non esistevano più le tigri, i rinoceronti, le api e il popolo Palestinese……”.
Ma nel 2001, avevamo appena scavallato il nuovo secolo e l’idea di un cambiamento vero e duraturo, affascinava il sentimento popolare a tutti i livelli. In pochi si erano resi conto dell’enorme potenzialità di influenzare l’opinione pubblica utilizzando la comunicazione globale che, e quei pochi lo sapevano, sembrava dare una risposta certa (provvidenzialmente quasi sempre opinabile se non ingannevole, qualche volta scientificamente falsa) ad una domanda vecchia come il mondo: perché deve essere così solo perché è sempre stato così?
Quando Giulia Disempre si presentò alla mia porta non ero più il ragazzo intento a combattere la propria, personale guerra civile psicologica, tra il bambino che sognava di giocare a calcio, il ventisettenne reso arrogante dalla giovinezza e dalla immortale frequentazione degli amici con l’adulto sicuro e indipendente che volevo essere. Dopo che per tutta la vita mi ero battuto con determinazione e fermezza per la mia indipendenza, per essere un bambino autonomo, un adolescente autonomo, un uomo autonomo, una persona seria; dopo che avevo sfiorato il baratro soggiogato dall’angoscia e dalla paura dei cambiamenti; finalmente il diventare grande mi sembrava quasi un piacere. Mi avevano sempre insegnato che la dignità non aveva niente a che vedere con la posizione sociale ma che la condotta morale e il carattere erano tutto. Vi era appunto, in quel periodo, un’aura speciale attorno che mi faceva sentire autorevole ma anche bisognoso di perfezionare la naturale propensione morale verso il prossimo. Una specie di giusta compensazione nel rafforzamento della propria condotta: essere generosi laddove si era stati egoisti, essere benevoli laddove si era stati livorosi, essere pazienti laddove si era stati veementi, essere amorevoli e riguardosi laddove in precedenza si era stati bisognosi. Insomma mi sembrava di essere entrato nella stagione della maturità ove le responsabilità facevano parte del gioco.
Ciononostante, prima di aprire, pensavo a tutte le volte che avevo sedotto lei e Anita Comparon con la sola forza dirompente dell’immaginazione. Due belle tipe che non potevano essere state più diverse e che avrebbero potuto anche odiarsi se immaginavo cosa avrebbero pensato l’una dell’altra. Eppure, pur nelle opposte personalità, lasciavano trasparire quel leggero senso di debolezza e vulnerabilità che era il segno distintivo delle loro relazioni d’amore. Nella seduzione immaginaria ricreavo ricordi illusori riguardo ai bei tempi andati che, forse, non erano mai stati veramente così come li immaginavo. Anita Comparon rimaneva la ragazza educata, istruita e di buon carattere, felice miscuglio di determinata innocenza e segreta leggerezza. Possedeva un candore, una lucidità, un carattere tranquillo che insieme alle sue gambe fatalmente affusolate e al suo bel viso da ragazza della porta accanto; per me irresistibili. Giulia Disempre, per cominciare aveva un anno o forse due più di me, e incarnava fatalmente la creatura tentatrice che nel mio immaginario erotico era stigmatizzata nella donna più grande. E inoltre se ne era guadagnata i gradi sul campo: un matrimonio, una separazione, piccanti flirt, una convivenza a Londra e quant’altro non resisteva alla sua avida, sfrenata voglia di cambiamento. E poi, e poi possedeva la sensualità di una Freia e poi di tutti i possibili conseguenti rischi della seduzione, ne accettava le conseguenze sfidando, se occorreva, la cattiva sorte.
Nulla di tutto quello che poteva accadere avrei mai immaginato aprendo il cancellone grande. Eppure quella presenza mitologica alla porta mi aveva riportato d’acchito allo spirito dei sedici anni, quando non ci si aspettava mai di meno e dove non era certo la buona sorte a prenderci di sorpresa. La voce di Giulia Disempre al citofono era gentile e perfettamente modulata per l’orecchio di chi la stava ascoltando. La sua cadenza aveva preso un leggero accento britannico e ogni parola risultava smaltata o sospinta di un antico segreto che vibrava. Io ascoltavo la sua bella voce con la massima attenzione, volando leggero sopra i ricordi del Liceo (quando la chiamavo Ovolueis, traduzione maccheronica del cognome) come per esorcizzare qualche nuova tragedia in arrivo.
“Ciao Ovolueis, l’entrata è sul retro della casa. Sali i quattro gradini la porta è aperta”.
L’inconfondibile rumore di tacchi alti rimbombava sul selciato di granito, sospinto dal fragrante tocco del suo inseparabile compagno di viaggio Chanel n. 5. Tutto era cambiato in lei, poiché aveva l’intrinseca, naturale capacità di interpretare la moda del momento in una specie di londinese Carnaby Street personale. Quasi, quasi sembrava addirittura in anticipo sui tempi che sarebbero dovuti entrare in voga da noi di lì a poco, ma quando aprì il sorriso al servizio del mio sguardo, riconobbi la ragazza che sedeva al mio fianco in classe.
“Ciao Starsky, che figo che sei” disse come sempre soleva dire e mi abbracciò posando il suo corpo vigoroso di donna, là dove sapeva di poterlo poggiare.
Non avevo motivo di essere nervoso perché tra le sue braccia mi sentivo a casa. Eppure, non so perché, ero sull’orlo delle lacrime e il pensiero che rischiava di farmi perdere il controllo era riferito a papà, mentre gli chiedevo virtualmente di venire a prendere e riportare a casa il suo bambino di trentasei anni. Ma per uno come me che aveva rischiato di perdere la forza d’animo, la propria sicurezza, l’idea di un futuro luminoso, soggiogato da stupide paure da trentenne immaturo, era stato provvidenziale respirare profondamente come mi aveva insegnato la dottoressa Luisa. E nel momento in cui il respiro gioioso di Giulia Disempre si era sciolto nel mio, recuperai la gioia di quell’abbraccio e la baciai, beh con la lingua visto che c’eravamo, come si doveva tra due persone che, pur sentendosi al telefono senza mai cercarsi veramente, non si vedevano, l’una di fronte all’altro, da quasi dieci anni.
Il controllo delle emozioni non era mai stato il mio pezzo forte e quel frangente, così sorprendente ed enigmatico, mi permise di capire quanto era stato importante il lavoro su me stesso. Controllando il respiro, mi concentrai sulla domanda che più di tutte mi inseguiva da anni, alla ricerca di una risposta che, avevo capito, non sarebbe mai arrivata nell’intuizione di un momento, ma attraverso l’insieme di tante risposte di fronte a situazioni emotive come quella: ero capace di amare?
Ovviamente Giulia Disempre poteva tenere seminari interi sulla materia ma io che mi ero fossilizzato così tanto, su quelle complicate storie di angoscia morale, tese ad onorare la serietà e l’onere dell’amicizia, il dovere di fronte alla parola data, l’integrità della responsabilità assunta, sapevo veramente cosa significava amare una persona?
Ero in grado di rinunciare al mio tempo, al mio narcisismo, al mio spazio, alla mia narrazione, in definitiva alla mia libertà?
Sarei mai stato capace di condividere, di rispettare, di sopportare, di supportare e quindi di lasciarmi andare nel futuro insieme ad un’altra persona?
Il bacio fu lungo ed appassionato com’erano stati lunghi ed appassionati gli anni della nostra assenza. L’occasione meritava di lanciare i vestiti al vento e di scopare senza pietà sul parquet seduta stante; ne avevo una fottutissima voglia. Cosa che mi aspettavo e che stranamente non percepivo come imminente per una sorta di strana ritrosia, che non era da Giulia Disempre e quel bacio pieno di voluttà, ma che assomigliava ad un vecchio diktat anni settanta di certi padri padroni “Prima laureati poi fai il militare e dopo ti sposi”.
Cosa doveva succedere prima di penetrarla?
O forse aveva le sue cose?
Comunque sia era bello averla li tra le mie braccia. Una sorpresa che involontariamente rappresentava la chiusura di un periodo lungo e difficile; impegnato come ero stato a rimettere a posto i cocci di un’esistenza passata, non a nuotare nel mare in tempesta tra le difficoltà della vita, ma a sguazzare nella bambagia del placido lago della giovinezza al campo di calcio.
Thomas Mann scriveva in una nota autobiografica “Tutta la realtà è mortalmente seria, ed è la morale stessa, insieme alla vita, a imporci di non restare fedeli alle irrealistiche chimere della nostra gioventù”.
Aveva ragione.
“Che bella casetta Starsky e che gusto. Tutto così ordinato, sei una sorpresa. Dopo me la fai vedere, ihihihi” mi disse tra il serio e il curioso lasciandosi cadere sul morbido divano di pelle che avevo comprato in un mercatino dell’usato.
“Quando volevo diventare un romanziere” risposi prontamente ebbro di felicità “avevo adottato una frase che il professore Toti mi pare avesse estratto da una lettera di uno scrittore francese di cui non ricordo il nome, Nella tua vita sii regolare e ordinato come un borghese, così da poter essere violento e originale nella tua opera. Non sono diventato scrittore ma ordinato di sicuro ahahahahah. Non si può avere tutto dalla vita Ovolueis”.
“Il professor Toti che figaccio che era” sottolineò prontamente il nome del profe come una cosa importante “te lo ricordi? Chissà che fine ha fatto”.
“Praticamente è diventato mio zio” la interruppi “da tempo dopo la pensione, gira il mondo insieme a mia zia Monica. Non lo sapevi? Forse non te l’ho mai detto”.
“Mi sembra di no, se no me ne sarei ricordata. Che bello, e adesso dove sono?”.
“L’ultima cartolina che ho ricevuto è stata spedita da San Pietroburgo con la battuta politicamente scorretta da S. Pietroburgo a Via Leningrado: la storia al contrario!!!”.
“Che bella vita Starsky. Certo che il Profe era veramente un illuminato. Che lezioni interessanti, mai banali e sempre con l’intento di arricchire l’interesse dei suoi alunni. Un figo veramente. Quanto mi piaceva. Avevo il diario pieno di scritte Toti e cuoricino, Toti e cuoricino e poi la foto con lui in Piazza di Spagna in gita. Quante volte l’ho baciata con il rossetto. Era tutta impiastricciata, te lo ricordi? Quanto scema ero, se ci ripenso adesso sembra passato un secolo”.
“Torneresti indietro?”.
“Manco morta Banda. Mi piace troppo questa età. Sono libera, indipendente, ho un lavoro che mi piace. Scherzi, allora ero sciocchina volevo fare la modella, la vamp e mi sono trovata direttrice di un negozio in centro. Nooo, Starsky. Non ci casco più. Sola apparenza. Tutti quei bei ragazzi benestanti. Conoscevano il titolare, figurati, e lui mi implorava se potevo indossare i vestiti per loro, così che si facessero un’idea del regalo da fare alle giovani mogli. Poi finita la sfilata al piano di sopra, mi chiedevano di uscire a cena. Qualcuno, sono sincera, me lo sono trombato tanto era quello che volevano e io ne avevo voglia. E sai cosa immaginavo?”
“No”.
“Mi immaginavo la giovane mogliettina a casa così orgogliosa del maritino. Quanta ipocrisia Banda. E quanto stupida ero”.
“Chi non ha fatto errori, Ovolueis. Se poi ti sei anche divertita che male c’è, ti pare. Almeno l’hai fatto. Sai quante volte ho sedotto con la sola forza dell’immaginazione. Sono il miglior onanista sulla piazza ahahahahah”.
“Onanista cosaaaaaaaa Banda?”.
“Hai presente un coito interrotto?”.
“Ho sempre usato la pillola Banda, tranne per un periodo di cui volevo appunto dirti. Beh, prima o poi dovevo dirtelo. La Paoletta, Banda, è tua figlia”.
Booooooooooooooooooooooooooooooommmmmm.
“Che cazzo stai dicendo Ovolueis” urlai a squarciagola fino ad arrivare su Via Leningrado “cioè spiegami bene prima che ti metta le mani addosso. Tu vuoi dirmi che dal 1990 io sarei il padre di tua figlia? Tu ti presenti alla mia porta dieci anni dopo, per comunicarmi che ho una bambina che non sa neanche chi cazzo sono, che non ho mai visto e che probabilmente non riuscirebbe nemmeno a capire cosa potrei dire visto che parla solo inglese, che vive a Londra con un altro uomo e cosa cazzo vogliamo aggiungere ancora?”.
“Beh Starsky, intanto che non vive a Londra in questo momento ma che un giorno sicuramente ci tornerà”.
“Che cazzo stai dicendooooo” la interruppi fuori di testa “senti se è uno scherzo è di pessimo gusto – Calmo, devo stare calmo mi ripetevo tra me e me – forse necessito di qualche spiegazione, non credi?”.
Respirai profondamente cercando di connettere il diaframma con il cuore e i muscoli con il cervello come mi aveva insegnato la psicologa. Strano ma vero, tutto era sotto il mio controllo. Anzi, mentre Ovolueis si sistemava la minigonna di jeans e si levava gli stivali per mettersi comoda, sentivo crescere dentro e attorno a me nuovi orizzonti. Come una vasta campagna che si riproduceva fino a perdita d’occhio, percepivo spazi nuovi da conquistare. Nell’incazzatura che si stemperava in quella vastità, sentivo crescere il dovere di nuove responsabilità. Le volevo, le bramavo, mi avevano sempre aspettato dietro l’angolo della vita. Potevo essere finalmente felice. Ma non lo diedi a vedere perché la posta in palio era delicata e troppo bella per essere vera. Ero fatalmente destinato alla tragedia. Però percepivo che dentro di me, per la prima volta nella vita in una situazione del genere, onestamente complessa, non sentivo più lo scroscio perduto di una cristalleria che andava in frantumi. Non c’erano sogni infranti disattesi. Vi era il reale, il concreto, la vita vera che entrava in scena d’improvviso. Come un riff di chitarra elettrica nell’assolo, tutto sembrava unirsi nell’unica narrazione possibile che era dettata dalla necessità di decidere se assumere la responsabilità di una fiducia totale che nessuno mi chiedeva e non mi aveva mai chiesto. Ma una figlia per quanto in una situazione così complessa, se vera, meritava di avere un padre a cui poter fare affidamento al momento opportuno. Avevo bisogno di essere amato e questa storia, anche non fosse stata vera, che Ovolueis mi aveva sbattuto in faccia non so perché in quel momento, era la mia occasione. L’occasione di dare un senso compiuto alla mia vita, dando un calcio al fottuto narcisista che viveva in me. E di poter amare senza incertezze nella convinzione di poter capire, finalmente, cos’era il vero amore. Paoletta Disempre, se voleva, avrebbe avuto un padre anche se biologicamente non fosse stata mia figlia. Non avevo bisogno di prove scientifiche. Qualunque fosse stato il motivo per cui sua mamma, dopo dieci anni, si era presentata alla mia porta, io avrei risposto presente.
Ma non dissi niente.
Giulia Disempre si raccolse il ciuffo biondo e raccontò la sua versione “Sei calmo? Bene. Intanto chiarisco che non sono qua perché voglio qualcosa da te. Almeno di materiale. Soldi per intenderci. Non ne ho bisogno. Paoletta va per gli undici anni e ultimamente insiste perché vuole sapere chi è il suo vero padre. Ma soprattutto mi chiede di conoscere il mio amico Banda che non ha mai visto. Finché era piccola avevo adottato la storia dell’amico e degli zii e non mi sembrava una cosa cosi disdicevole. Lei si affezionava ed è tuttora amata dai miei compagni che poi sono il mio ex marito Zaccaria e Frankie il mio ex compagno londinese. Non sempre le cose vanno come te lo aspetti, Starsky. L’hai detto anche tu. Ti ricordi l’ultima volta che abbiamo trombato? Immagino di sì. Ricordi quando mi hai spogliata sulla porta prima di uscire dal negozio. Lì non ci fu coito interrotto. Avevo smesso la pillola prima del matrimonio, su indicazione medica, così da poter riprenderne l’assunzione in luna di miele. I conti erano più o meno questi. Quello che non avevo previsto era di incontrarti il giorno stesso in cui un caro amico comune mi aveva messo la pulce nell’orecchio che Zaccaria fosse gay. O quanto meno bisessuale. Era mai possibile innamorarsi di un modello? Quando ti ho visto pensai – E’ un miracolo. Il mio caro amico, Starsky. Sei qui per me – Come un angelo eri apparso e come un’ancora mi aggrappai alla nostra attrazione immortale. Il periodo era caotico ed in più ero dipendente di quell’amore sconclusionato. Il matrimonio oramai alle porte e decisi di fare l’unica cosa che la mia dipendenza permetteva di fare: dire il fatidico si. Paradossalmente il matrimonio svelò la nostra totale inadeguatezza al ruolo; o meglio la sua… e, senza drammi soprattutto per lui, dopo appena un mese passato a litigare, rompemmo il sacro impegno. Fu la cosa migliore che mi potesse capitare Starsky, poiché Zaccaria svelandosi, mise a mia totale disposizione la raffinata sensibilità femminile di cui disponeva. Ovviamente sia io che lui sapevamo chi non fosse il padre di mia figlia. E poiché da quella sera, in cui in piedi sulla porta della bottega sfidammo il piacere con due orgasmi brutali e meravigliosi allo stesso tempo, non ebbi più le mestruazioni ogni dubbio veniva fugato. Non chiedermi perché ho aspettato tutti questi anni per dirtelo. La risposta è che non lo so. Quello che so per certo è che tu sei il padre e che c’è spazio anche per te nella sua vita. Ne sarei felice ovviamente. Mentre le persone di cui ti ho detto sono praticamente gli zii. Le ho sempre raccontato di questo super amico di nome Banda. Superrrrrbanda. Nel suo immaginario sei praticamente un supereroe che ha salvato la mamma più e più volte. Ecco questo è tutto e smettila di fare il serioso moralista del cazzo. Non ti chiedo niente, non hai nessun dovere verso di lei se non lo vuoi e ….. non ti voglio perdere per questo. Non voglio perdere Starsky”.
Paoletta Disempre Bandini, entrò a far parte della mia vita, ovviamente senza nessun dato scientifico a confermare la paternità. Qualche tempo dopo quella rivelazione pazzesca, mentre Paoletta giocava in giardino, la mamma mi disse “Sai Augusto, se non fosse che è la figlia della Giulia, si direbbe che assomiglia più a te che a lei”.
“Mamma, vuoi che ti dica una cosa?”.
Lei, com’era nel suo stile, si affrettò a giustificare l’inopportuna uscita “Scusa, scusa, dai era solo un’impressione non prendertela per così poco”.
“Mamma?”.
“Siiii”.
“E’ mia figlia”.
Mi sentii stringere la mano come solo quando da bambino la stringeva con ansia sulle strisce pedonali e quando si spaventava, per il passaggio di una moto rumorosa sulla strada. Mi diceva con la sua voce giovane – ti stringo perché ti voglio bene Augusto mio -.
Io lo sapevo che era per quel motivo ma mi piaceva sentirlo dire dalla voce che amavo. La stretta risultò talmente reale e simbolica e piena d’amore che lo interpretai come un immortale passaggio di consegne. La fiducia totale che i bambini concedono agli adulti senza chiedere nulla in cambio era sulle mie spalle di giovane uomo.
La mamma fin dalla prima volta che si conobbero, venne chiamata, credo per affinità elettiva, Nonna Banda. Inutile dire che tra le due fu amore a prima vista e la narrazione di una memorabile intesa, omertosa e complice e di reciproco amore, che durò per sempre, fino agli ultimi giorni della sua vita da bisnonna.
Per quanto mi riguardò, il percorso di riconoscimento fu più complesso, lungo, complicato e naturalmente condizionato dai patologici tira e molla dei genitori. Io e Giulia Disempre non vivemmo mai insieme se non in particolari frangenti e per periodi limitati. Restammo sempre fedeli a noi stessi, protagonisti indefessi di precipitosi ritorni e dissimulate fughe. Restammo sempre prigionieri di quella particolare attrazione giovanile che non si trasformò mai in qualcosa di duraturo. Non eravamo fatti per stare insieme ma stavamo bene a tempo.
Invece, Paoletta Disempre Bandini imparò ad amarmi con i tempi delle stagioni che si susseguivano. Mi chiamò fino ai quattordici anni SuperBanda, dai quindici in poi BandaPapà e poco prima dell’esame di maturità (io e sua madre la spiammo dai banchi, del glorioso Liceo “Oronzo Canà”, dove ci imboscavamo da ragazzi) diventai il mio Papà e mi commossi platealmente quando la mattina dell’interrogazione disse al Presidente d’Esame – il mio papà si è diplomato qui-; ed infine negli anni dei suoi studi londinesi, ospite dello zio Frankie, guadagnai i galloni definitivi di Papi.
L’uomo di cui ero figlio si era ammalato poco tempo prima e, quando glielo comunicai, non fu in grado di cogliere appieno la ragione di tanta, improvvisa, vertiginosa felicità. In quel momento ero disposto a condividere con lui la mia gioia e siccome in un certo senso l’avevo pure scampata, ero anche disponibile al perdono.
Ma, come sempre mi era accaduto, era troppo tardi e, come spesso mi ero reso conto dopo, non avevo capito un bel niente. Egoisticamente impegnato a rincorrere me stesso e convinto, per nemesi, che non sarei mai dovuto essere stato come lui, avevo scialacquato, per tutto quel tempo, l’eredità familiare che attraverso il suo esempio, le sue intuizioni, il suo impegno, il suo buonsenso, il suo entusiasmo, la sua vigoria, il suo idealismo, il suo pragmatismo, la sua infelicità, i suoi tanti tragici errori, mi aveva trasmesso per sempre. Nondimeno avevo clamorosamente sottovalutato la forza intrinseca dell’amore paterno.
Da chi avevo imparato tutto quello che sapevo sulla disciplina, sull’educazione, sull’etica, sulla prudenza, sul rispetto, sull’orgoglio, sulla serietà, sul duro lavoro se non da mio padre?
Il mio atteggiamento verso di lui, però, fu costantemente di aperta sfida. Un ruolo per definizione necessario ma ottuso, poiché non mi faceva percepire quanto, al contrario, lui fosse stato aperto e autodisciplinato nei miei confronti.
Come quella volta che al campetto di calcio dietro il cimitero ebraico, avevo forse sei o sette anni, rifiutai l’ombrello che premurosamente mi aveva portato. Perché non avevo fatto tesoro di tutta la sua saggezza e di quel buonsenso? E sì che stava diluviando. Invece io cosa feci? Gli urlai di tornarsene al lavoro che non avevo bisogno di niente e non gli avevo chiesto di venire in mio soccorso. Non fui disposto nemmeno a mettere il cappello. Mi girai e tornai a casa sotto il diluvio.
“Cosa volevi dimostrare, Augusto?” si limitò a chiedere la sera in soggiorno.
Molti ricordi e pensieri come questo, si susseguirono tempestosi nel divenire implacabile della malattia. La quale non lasciò scampo alle recriminazioni, ai non detti, ai perdoni, agli abbracci. Il papà alla fine non mi riconobbe più e tutto rimase sospeso in una dolorosa bolla di sapone.
Il nonno Antenore, dai tempi del ventennio fascista, seguitava ripetere il detto degli zingari “Piangi con il bel tempo, perché a questo segue l’uragano; ridi con il maltempo, perché domani splenderà il sole”.
Con il segno del poi, aveva ragione.
La felicità comunque non si arrese mai agli eventi, poiché con Paoletta Disempre Bandini alle calcagna vi era sempre un pretesto per poter essere felici. E siccome questa possibilità era presente anche quando le cose non andavano bene o le aspettative non seguivano le speranze, mi ero convinto che papà aveva perdonato quel figlio troppo uguale a lui.
Quando la lasciavo o la salutavo prima di un periodo di assenza non mi pareva mai una separazione, ma di andare ad attenderci da un’altra parte. E così credo fosse l’attesa, per cui io e il papà sapevamo aspettare l’occasione propizia per rinsaldare il nostro legame familiare. Essere padri significava anche saper attendere che il tempo portasse via piccole ferite, grandi delusioni, inaspettate mancanze ma anche trasformare il dolore sospeso in abbagliante felicità.
Così feci io nel lunghissimo tempo a venire che precedette la sua morte.