Avevo cinquantacinque anni, ed ero a bordo di un Boeing intercontinentale. Stavamo danzando a circa ottocento metri di altezza, forse meno, nell’immaginario percorso a quadrilatero che si stagliava tra il Queen e Brooklyn, in attesa che la torre di controllo ci desse l’autorizzazione per atterrare al JFK. Bisognava armarsi di pazienza “… poiché gli arrivi a quell’ora della sera si susseguono a ritmo frenetico. Anche questo succede a New York” ci aveva avvertiti, non prima di aver ringraziato per aver viaggiato con Alitalia, il Comandante Gerolin.
Il crepuscolo, l’imbrunire, il tramonto, comunque si chiami quell’attimo che precede il buio, gettavano echi e riverberi di luci aranciate e ombre scure sulla fusoliera dell’aereo che sembrava galleggiare in quella specie di nitore. Nella sospensione irreale, di un attimo che precede una fine o viceversa l’annuncia, provai un brivido improvviso che identificai in una specie di nostalgia o nella paura di una qualche preoccupazione.
Il gigantesco velivolo fluttuava leggero nell’aria alla stregua degli stormi di gabbiani che, nel virare verso ovest, si scorgevano rincasare dalle baie verso i ponti di Manhattan. Sotto di noi nella fulgida serata americana, ancora illuminata dagli ultimi fendenti viola del sole che si facevano largo tra i grattacieli, brulicava l’andirivieni impazzito della più desiderata metropoli del pianeta: la città che, si dice, non dorma mai. Nell’Atlantico oramai immerso nel sommo orizzonte buio di tenebra, spiccavano le fioche lucine di vele al riparo in rada e i bagliori di ingordi transatlantici alla fonda.
Quando l’aereo ebbe completato il quarto o quinto giro sulla città, le luci delle cinture di sicurezza improvvisamente si spensero mentre dagli altoparlanti sopra la testa iniziò a diffondersi a basso volume una musica di sottofondo. Era Non farti cadere le braccia di Edoardo Bennato che riconobbi in una versione musicale dell’Orchestra Italiana. Sul grande schermo dirimpetto ai quattro posti della fila centrale ne ebbi immediatamente conferma, in quanto scorsi Arbore gesticolare alla sua maniera mentre suonava il clarinetto e, ogni tanto, dire ad un pubblico nostalgico, commosso ed entusiasta l’iconico paisà. Che mi immalinconì non fu il ricordo degli italiani emigrati negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso che così tanto intensamente avevo divorato dalle pagine immortali di John Fante. No, ciò che mi agitò e mi sconvolse, come non mi era mai capitato, fu la canzone alla quale la musica era riferita.
Nel tentativo di sedare il forte turbamento cominciai a controllare il respiro attraverso profonde inspirazioni a bocca semi aperta e conseguenti lente espirazioni ad addome rilassato. Per trovare la maggiore concentrazione possibile piegai su me stesso verso il finestrino sorreggendo la testa con la mano destra appoggiata alla fronte per coprire gli occhi. Forse mi scomposi. Fu in quel preciso momento che la giovane signorina seduta al mio fianco, la quale per tutto il lungo viaggio era rimasta incollata ad un tablet luminescente isolata da sciccose cuffie bianche, mi chiese “Si sente bene signore?”.
Già l’effetto di sentirsi dire signore, quando pensavi di essere ancora un giovane virgulto, era di per sé deludente ma l’inaspettata seppur cordiale gentilezza la vissi come un’intrusione della sfera affettiva.
Fui risoluto “Si, si tutto bene grazie”.
“Posso fare qualcosa per lei se desidera?”.
“No, no grazie signorina sicuro davvero. Grazie ancora”.
Mi sorrise e riprese a smanettare al computer.
Risollevai lo sguardo solo quando mi accorsi che l’aereo si allontanava verso il buio oceano per virare solo dopo qualche tempo, lungo il litorale di Long Island. Ma intanto, mentre guardavo le luci delle petroliere sfrigolare al largo nella cruda oscurità della notte nord-americana, la mia mente corse in braccio ai ricordi e a tutte le occasioni che avevo perso senza un plausibile motivo. Il tempo passato, le persone che se ne erano andate o quelle mai più riviste e tutte le emozioni della giovinezza sembravano cadute, ad una da una, come prede dell’ineluttabile possibilità di tornare indietro. Per cui fino a quando l’aereo non virò alla fine degli Hamptons, teatro immortale di scene e vicende nel grande romanzo americano, rimasi tutto il tempo sull’erba dello stadio Rigamonti a ballare con i miei amici mentre sentivo il vento tra i capelli e le potenti vibrazioni della musica nel cuore.
Era l’estate del 1980 e a ottobre avrei compiuto sedici anni. Tutto quel tempo se ne era passato con una tale velocità da sembrare una bastardissima ingiustizia.
“Sicuro che non ha bisogno di niente, signore” mi si rivolse ancora la signorina in un gesto che interpretai, questa volta, come protettivo e solidale.
“Ora va tutto bene, gentilissima. Mi era venuta… mi era venuta come una leggera malinconia, non so perché. Forse questa imprevista attesa o forse sarebbe meglio dire questa sorprendente sospensione”.
“Capisco. Viaggiando di continuo a volte succede anche a me” sorrise sgranando sulla malinconia due occhi che conoscevo e mi disse tirando fuori dallo zainetto un libro di Murakami “beh, si goda questa sorprendente sospensione. Succede quasi sempre questa lunga attesa sul volo da Bologna”.
“Ci proverò, grazie mille. Piacere Augusto Bandini”.
“Oh signore mi scusi se l’ho disturbata, piacere ………… Anita Comparon”.
Anche se erano passati quasi quarant’anni non avevo difficoltà a ritrovare l’atmosfera di quella memorabile domenica di luglio. Ma più di tutto risentivo sul viso la miracolosa brezza estiva, che arrivava dalla Val Camonica, spalmarsi come un toccasana sulla calura dello stadio pieno e sulla nostra corsa sfrenata per entrare. E poi l’emozione di poter calcare, senza che non fosse per un’invasione da salvezza all’ultima giornata, il prato di un campo da calcio di serie A era rimasta come una cosa indimenticabile. Ed era sconvolgente come riuscissi ancora a percepire l’incredibile stupore di trovarmi a meno di trenta metri dal palco dove, di lì a tre ore, si sarebbe esibito Edoardo Bennato, il mio cantautore preferito. Una vera rockstar. Le luci colorate, il luccichio degli strumenti in posa e le ridondanti casse di altoparlanti woofer ai lati del proscenio schiumavano sulla folla watt e watt di musica country americana. La luce del giorno era ancora salda nel cielo e ricordo che pensai cazzo se non viene buio salta il concerto. Ma quando dagli altoparlanti partì Harvest tutte le preoccupazioni sparirono, polverizzate in un entusiasmo e un’eccitazione da bolgia dantesca. Fu in quel momento che il cielo arrossì di vampate cremisi a salutare il giorno e dopo la brezza arrivò anche la sera.
La fine della giornata segnò, in un certo senso, un passaggio di spazio tempo emotivo e percettivo. Un cambio di scena protetto dall’oscurità dove i ragazzi del pomeriggio, appiccicati come sardine sul prato, si vestivano a gruppi disomogenei ognuno della propria ombra. E in quella sospensione, che era pari a quella dell’aereo in rotta verso Nantucket, provai la sensazionale emozione di essere finalmente parte di un vasto mondo pieno di possibilità. Un luogo, uno spazio, un sentimento del quale non avere paura ma sul quale, se occorreva, si poteva combattere e intervenire. Si, ancora mi batteva il cuore appoggiato con la testa al finestrino, mentre ricordavo quella presa di coscienza che così tanto mi aveva arricchito di sconosciute certezze. E anche quando il venticello serale, vaporizzato di frescura dal passaggio melodico sul lago d’Iseo, sparse per contrasto il cielo buio di grigio fumo profumato di nero pachistano che ardeva, ecco nemmeno per un attimo giocai in difesa. Essere i protagonisti della propria vita era il segreto della giovinezza.
Mi accorsi che quando dissi essere i protagonisti avevo usato un plurale che fino a quel momento non avevo mai usato. Infatti, stavo ricordando solo le emozioni ma soprattutto l’ambiente dentro cui le avevo vissute. Mi accorsi che non era normale per un quasi sedicenne cogliere quegli aspetti così tanto distanti dall’egocentrismo dell’età. Certo, pensai, poiché allora eravamo testardamente concentrati su sé stessi, sul proprio io in divenire, sulle necessità che ogni scoperta imponeva come impellenti. Complessa la memoria.
Nel momento in cui avevo vissuto quelle emozioni, ricordavo solo, come reale, l’essere su quel prato verde assieme ai miei amici a fare casino. Dell’ambiente attorno non avevo colto nessuna sfumatura, nessun canto di uccello, nemmeno il delicato fruscio del vento. Eppure su quell’aereo, l’ambiente circostante, era la prima cosa che più ritornava come vivida dentro me stesso. Dov’erano finiti Brera, Giovannino, Bobo, TonyCrippa, Boone, Gui e Findus? Dove si collocavano nella memoria di quel concerto la Francy, la Vale e la Giovi. Ma soprattutto sarei riuscito a ricordare il primo sguardo d’intesa con Anita Comparon?
Mentre faticavo a far ritornare ragazzini i miei amici, non avevo dubbi sul fatto che, impegnandomi un po’, sarei stato capace di replicare l’armonia e la bellezza dello sguardo di Anita Comparon. Certo avevo bisogno di un pensiero romantico che mi aiutasse a scacciare un po’ della malinconia che mi aveva reso ostaggio della spensierata giovinezza.
Fu il Comandante Gerolin che collegandosi dalla cabina di pilotaggio interrompeva il sottofondo musicale, Father and son di Cat Stevens, per avvertire i viaggiatori che a breve saremmo virati attorno all’isola di Martha’s Vineyard per poi iniziare, di nuovo, le procedure di avvicinamento e atterraggio. Eravamo nel Massachussetts e l’idea di Gatsby che guardava la luce verde nella notte jazz o l’intima normalità di Frank Bascombe che vendeva ville affacciate sull’Oceano era un pensiero molto romantico, forse anche glorioso. Venni avvolto da una piacevole sensazione di ottimismo e di lì a breve sentii gli occhi felini di Anita Comparon che, ogniqualvolta mi giravo verso il palco, lei me li puntava dritti, dritti verso il cuore. Occhi marroni da principessa persiana o forse fenicia. Occhi che mi avevano scelto. Occhi che contenevano l’essenza delle cose semplici ma anche così fatalmente profondi da poter contenere il segreto del vero amore. Non so cosa successe e perché me ne innamorai per sempre. So soltanto che per la prima volta nella vita stazionava dentro me un’inarrestabile desiderio che era, nello stesso tempo, piacere ma anche sofferenza. Una specie di dolore ficcante al centro del petto che si attenuava quando anch’io la guardavo e lei mi sorrideva e io le sorridevo.
Era troppo bella Anita Comparon. Portava una salopette color khaki chiaro, non allacciata ai fianchi, che sembrava essere stata cucita dagli Dei su quel corpo così perfetto. Indossava una camicia coreana stretta, stretta di un fascinoso azzurro militare chambray che ne esaltava il contrasto con la pelle olivastra, confermando la mia fantasia per cui i suoi antenati dovevano provenire per forza dalla lontana Mesopotamia. Un foulard di seta rossa decorato di piccoli elefanti blu portafortuna le fermavano i capelli lunghi come una fascia da indiana. E nel percepire l’aereo predisporsi alla lunga virata, mi accorsi che oramai ricordavo quasi tutto.
La signorina al fianco si era appisolata su Norvegian Wood e osservandola con attenzione, pensavo ancora a quanto crudele fosse stato il passare del tempo. Razionalmente era palese il divario generazionale per cui l’evidenza me la faceva vedere alla stregua di una figlia ma un’insopprimibile stato confusionale, che dovevo tenere a freno, me la faceva considerare con gli occhi di quando ero ragazzo. Ed era assolutamente chiaro che nell’eventuale possibilità di un gioco delle parti, sarei stato in grado di relazionarmi sulle premesse dei miei vent’anni. Questo pensiero che mi aveva sfiorato, nel sobbalzo rotatorio come una specie di brusco risveglio dell’inclinazione alare verso sinistra, lo consideravo come una cosa da tacere a me stesso e senz’altro di cui vergognarmi. Ma era così bello sognare che non me la sentii di negarmi il pensiero di poter tornare ragazzo e allora rifugiai la nostalgia, sulle prime luci costiere, alle note dell’Isola che non c’è con cui Bennato iniziò il concerto. L’album era uscito a fine aprile ma, cosa assolutamente inedita, tutti lo conoscevano già a memoria. Ricordai con certezza che Anita Comparon si avvicinò per cantarla a squarciagola insieme e mi domandai, nel mentre che il comandante abbassava le luci della fusoliera, cosa ci dicemmo nella breve attesa del pezzo successivo che ricordavo fosse stato il travolgente ritmo de Il rock del capitan Uncino che ci fece esplodere.
Rimasi però interdetto e incantato dal biancore delle onde che si infrangevano regolari sulla lingua di sabbia riflessa dalla luna nel buio sotto di noi e mi convinsi che mi aveva detto afferrandomi per il fianco
“Ciao, allora tu sei il famoso Augusto Bandini”.
Era tutta la domenica che il suo sguardo mi inseguiva e che fuggivo, mio malgrado, con malcelata codardia. Ero timido e pauroso ma nondimeno arrogante, poiché mascheravo la fottutissima paura di fallire barattando, con me stesso, quell’ingenuo gioco di sguardi come una tattica della conquista che chiamavo ad elastico. Si poteva essere più spregevoli?
Sotto di me le fioche luci delle lussuose ville che Frank Bascombe vendeva con successo ai ricchi americani, non potevano che ricordarmi quanto, invece, tutta la sua esistenza era stata tragicamente segnata dalla morte prematura del figlio undicenne. Frankie era uno di noi e non si poteva sfuggire al proprio destino. La vita donava ma anche sottraeva e come l’uragano aveva spazzato quelle ville, ognuno di noi era costretto a guardare sempre avanti.
“Ciao e quindi tu oltre ad essere la famosa cugina di Brera, sei anche la famosa?”.
“Anita Comparon, piacere Augusto”.
“Tutti mi chiamano Banda, piacere Anita Comparon”.
“Se io ti chiamassi Augusto?”.
Bennato ci sapeva fare. Sciorinò almeno una mezzora di pezzi rock che sconvolsero per sempre la mia vita. Non immaginavo si potesse vivere su un campo da calcio di serie A (e sottolineo di serie A) una cosa del genere che non fosse una sacra partita della domenica.
Il destino con Anita Comparon resterà per sempre legato a quella mezzora. Ma a pensarci bene, mentre guardavo il faro di Aquinnah sferragliare spruzzi di giallo oro sul nero oceano, a scioccare quegli istanti furono i dieci minuti immortali nei quali passammo leggeri sulla terra. Poiché la scaletta mise insieme le tre canzoni che, in un certo senso, avevano contribuito alla mia formazione nella estenuante lotta per capire chi ero ma soprattutto chi non dovevo essere. Il gatto e la volpe, Venderò e Un giorno credi toccavano le corde sconosciute dell’inconscio. Cioè, nella loro perfezione metrico musicale, mi sembrava che con i loro testi stimolassero la parte dei sentimenti, dei pensieri, degli impulsi, ma anche dei ricordi che giacevano al dì fuori della consapevolezza. Per cui ogni volta le sentivo, ne traevo nuovi significati, diverse emozioni, laceranti conflitti che mi facevano riflettere e interrogare sul dolore, sull’ansia di amare, sulla paura di diventare grande. A tutto questo pensavo mentre, sbirciando di fuori, l’aereo schiaffeggiava le ali sulle luci fioche di Newport in lontananza.
Ero sopraffatto dai ricordi. Abbracciare una donna che senti di amare è qualcosa di meraviglioso ma abbracciare una ragazza con l’aspettativa dell’amore è qualcosa di eterno.
E fu proprio l’eternità che, in quel trittico di canzoni, accogliemmo abbracciati. Fatale fu l’esatto istante in cui le luci si abbassarono e gli accendini presero a turbinare nel buio delle prime note acustiche.
Il cuore batteva come in una fuga furibonda ma era l’incerto desiderio di cosa fare che si stava organizzando per rendere ineluttabile il nostro destino.
Sentivo ancora, dopo quarant’anni, le sue dita affusolate giocare con la mia schiena secca di ragazzo e il calore dei due corpi che si incastravano miracolosamente nella perfezione di Dio…
“Signore, signore, signore”.
“Ehhhh, siiiiiii”.
“Deve allacciare le cinture, stiamo scendendo”.
“Oh, non me ne ero accorto. Lei è gentilissima e molto, molto efficiente”.
“Per così poco la ringrazio. Allora come è andata la sospensione?”.
“Vuole proprio saperlo?”.
“Certo la curiosità è donna, signore”.
“Mi dispiace che stiamo atterrando poiché sotto di noi ci sono i luoghi mitici di grandi romanzi americani e di film gloriosi. Ha mai sentito parlare di Frank Bascombe?”.
Fino a quando il Boeing non si fu completamente arrestato e i passeggieri non si slacciarono le cinture e cominciarono a prendere borse e piumini dai portabagagli, rimanemmo seduti inchiodati alla mia relazione con Anita Comparon.
Inconsapevole delle complesse operazioni di ingresso e di controllo negli Stati Uniti ebbi modo di raccontarle quasi tutta la storia. Fu molto colpita e commossa quando scoprì che il nostro legame non avrebbe avuto lieto fine. Poiché alla domanda se ci eravamo mai più rivisti, dovetti ammettere che la domenica del 2006 fui alle prese con la drammatica situazione di mio padre. E non partecipai alla grande partita per la promozione in serie D dell’U.S. Montreal. Al Mario Federale erano eccezionalmente presenti, dopo tantissimi anni, tutti i grandi amici e le grandi amiche della giovinezza protagonisti di queste mie cronache. Ma il destino volle che, ancora una volta, io non ci fossi e lei sarebbe ripartita destinazione Amsterdam, per inderogabili impegni professionali nel suo paese, la sera stessa. Giovannino, lo sherpa, mi aveva portato i suoi affettuosissimississimi saluti così disse lui, ma rifiutai il bacio sulla bocca che le aveva anche detto di darmi, aggiungendo che comunque me lo avrebbe dato lei con la lingua non appena, a breve, sarebbe ritornata a prendere il figlio minorenne.
Scavai a fondo tra le mie pene. Poiché la cosa non avvenne mai. Passò tutta l’estate e il figlio venne aggregato da Gui e Findus alla prima squadra fino a dicembre. Non giocava male a calcio ma come mi scriveva ogni tanto Gui su whatsapp non era il Banda.
Scavai molto a fondo tra le memorie quando dovetti ammettere che lei non tornò mai perché il Natale successivo dovette rinunciare al viaggio per una persistente emicrania di cui non aveva mai sofferto.
Sotto al grande cielo americano, forse per omaggiare la sublime dignità che la figura di Frank Bascombe mi aveva sempre evocato o forse trascinato da una ineluttabile corrente, dovetti ammettere che Anita Comparon, il vero amore della mia vita, restò per sempre la ragazza della giovinezza.
Una malattia neurodegenerativa progressiva la consumò, spogliandola fin da quasi subito dei ricordi, nell’arco dei successivi cinque terribili anni.
Quando Giovannino, lo sherpa, mi comunicò la sua morte ero nello studio di casa mentre lavoravo su una biografia di un pittore veronese. E la frase su cui ero intento a meditare, e che ripetei a memoria alla signorina, era la seguente …Eravamo opposti: lui era tendente al vedere e copiare; io a conoscere per dimenticare; ma entrambi disposti verso il nuovo … .
La signorina commossa, nel congedarmi, mi abbracciò e non sentivo più troppo dolore. Nel salutarmi in tutta fretta mi disse che lavorava per una ditta di importazione nel settore dell’abbigliamento di Bologna e che doveva prendere una coincidenza per il Montana.
Mi baciò sulla guancia ringraziandomi e io preso dall’euforia le domandai se avesse mai sentito parlare di Donal Cameron o di Boone Caudill.
Non le dissi o non feci in tempo a dirle, non ricordo più, che il destino ci regalò una finestra in cui avevamo avuto modo si scambiarci parecchi whatsapp. Lei volle a tutti i costi, poiché i tempi erano strettissimi, il file de Le Cronache di Augusto Bandini che le avevo raccontato scrivere e che lei definì in una mail come La tetralogia del Quartiere. Qualche mese dopo, proprio sul filo di lana prima che le comunicazioni si interrompessero per sempre, suggellò il nostro amore con una struggente lettera che custodisco gelosamente nel portafoglio e che non ho mai menzionato a nessuno, se non averla fatta leggere a mia figlia.
La Paoletta che da quando l’avevo whatsappata (ebbene sì) del mio arrivo sul suolo americano non faceva altro che darmi indicazioni sui pericoli della metropoli e su come evitarli.
“Benvenuto Papi smack, smack, smack. New York è una brutta bestia come tu sai ma un conto è leggerla sui tuoi libri e un conto è frequentarla. Alla tua logistica abbiamo pensato a tutto io e Mike. Bene ora non distrarti e leggi attentamente cosa devi fare…” primo messaggio.
“La mamma è felice di vederti. Non se lo aspettava. Ma le ho spiegato che ero stata io ad insistere e lei mi ha detto che sono una ragazza intelligente come mio padre. La mamma non sa ancora che le asporteranno un pezzetto di polmone, maledette sigarette, ma prevedevo di poterla informare in tua presenza. Quindi fino a quando non decidiamo tu non sai niente. Il morale come sempre è alle stelle ma sai com’è fatta. E’ bravissima a fingere…” secondo messaggio.
“Non sei ancora arrivato fuori dal terminal? Uffa!” terzo messaggio.
Quando usava terminare un messaggio con Uffa!, beh era assolutamente identica a sua madre. E la cosa mi metteva di buonumore.
Giulia Disempre era sempre stata una donna ironica, libera, coraggiosa ed indipendente. Le mezze misure non facevano parte del suo carattere. O tutto o niente. Per questo l’avevo amata, per questo l’ho odiata. Restava però indissolubilmente la madre stupenda di nostra figlia. E per questo meritava tutto l’amore possibile. Che si esaltava nella più alta forma di rispetto e nella grande stima con cui ci eravamo sempre esposti l’uno verso l’altra e viceversa. Si, Giulia Disempre ha avuto un ruolo centrale nella mia vita; apparendo a tempo e scomparendo a tempo. Il cammino di questa bellissima donna fatale, si saziava nell’ineluttabile gioco del fato ma sempre nei tempi giusti; ovverosia quando la sua libertà veniva presa d’assalto da pericolosi sentimenti. Come dire, sembrava dipendere dal gioco misterioso della seduzione quando, invece, cercava sé stessa nella frenesia eccitante di una fuga. Odiava, in un certo senso, la pacifica routine di un quotidiano che la soffocava, spegnendo la funambolica voglia di essere costantemente sorpresa dalla vita. Giulia Disempre è stata la mia salvezza.
Mentre camminavo a passo lento lungo il terminal che mi portava ai bagagli, pensavo che era arrivato il momento di restituirle l’affetto che meritava e mi sovveniva il pensiero che in fondo l’amore, come l’amicizia, ha frontiere elastiche e può spingersi in qualsiasi momento, senza fatica, fino all’abnegazione. Per questo non avevo acquistato un biglietto di ritorno potendo revisionare da remoto i testi su cui stavo lavorando.
“Tutto questo significa che se la caverà senza danni?” mi domandavo mentre scandagliavo l’arrivo confuso delle valigie “è un’ipotesi che non voglio neppure prendere in considerazione” aggiungevo per darmi forza. Sapevo che dovevo essere presente ma temevo l’eventuale disfatta. “Tranquillo Banda non accadrà nulla di spiacevole” mi aveva detto Brera prima della partenza. E se lo diceva lui perché non crederci?
“Papi, quando esci dal terminal chiama. Smack, smack, smack seiiii lentooooo”.
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Ma le cose non andarono così. Non sempre i presentimenti colgono nel segno. Restano esercizi propiziatori o, se vogliamo, fantasiosi riti sciamanici che assecondano i nostri desideri. Il cancro è qualcosa di feroce. Ribalta il predatore in preda. Insomma, è causa di una totale inversione di ruoli alla stregua dell’assassino che mentendo diventa il testimone dell’esecuzione. E si sa, la menzogna è rapida, scaltra e aggressiva mentre la verità è pigra di natura, si fa strada lentamente e purtroppo talvolta si blocca del tutto.
Finisce qui questa storia. Giulia Disempre, Anita Comparon, la Francy, la Giovy, la Vale, Brera, Bobo, Giovannino, TonyCrippa, Boone, Gui, Findus, Stratos e Galbu resteranno per sempre nel mio cuore. Sono stati il fulgido fiore della giovinezza.
L’intramontabile emozione di un tempo che non ritornerà mai più.
Ma sono sicuro che prima o poi, quando tutto sarà finito, ci ritroveremo assieme seduti sulle panchine di una piazza. Forse in una giornata fredda e ventosa di inverno, ostinatamente decisi a discutere di sesso, di politica, a fumare, a giocare a calcio davanti alla chiesa, a sognare di cosa fare da grandi, a sperare in una società che finalmente si comporti come quando suona la sirena di un’ambulanza per strada. E poi, come sempre abbiamo fatto, si parlerà e si riderà di tutte le avventure comiche e cosmiche che ci sono capitate nella vita precedente, per rinsaldare quella via maestra, a cui nessuno è rimasto più fedele, che si ispirava, non all’edonismo, ma ad un’economia civile e di appartenenza. Dove, grazie all’entusiasmo giovanile, eravamo stati capaci di frequentare la piazza, le famiglie e il campo da calcio per stare in mezzo alla gente ad inseguire una cultura sportiva, comunitaria e cittadina. E ricordare che all’interno di quegli spazi concreti, vivi e fertili avevamo coltivato al meglio le virtù civili dell’amicizia, la coerenza nei rapporti umani, la forza dell’amore e la spiritualità di un’idea.
Margherita Hack diceva che sarebbe bello tutto questo compreso poter ritrovare gli animali posseduti come la mia vecchia gatta ma tendenzialmente, da scienziata, non credeva alle favole. Beh, io cerco di fare tutto il possibile fino all’ultimo perché ciò avvenga nella determinazione a scrivere per cambiare il finale.
Lascio in custodia, ora che la mia vita non ha più scopo, queste bizzarre Cronache, come testimonianza di un passaggio sul pianeta terra, alla mia adorata Paoletta che da qualche tempo, insieme ad un carissimo vecchio sodale, si sta prendendo cura della mia salute.
Le ultime righe che Anita Comparon aveva scritto sulla lettera, che sto per lanciare nel camino, erano riferibili ad un proverbio aborigeno che fedelmente riporto al termine della, da lei denominata, Tetralogia del Quartiere come una promessa finalmente mantenuta.
“Siamo tutti visitatori di questo tempo e questo luogo. Semplici viandanti. Il nostro scopo, qui, è quello di osservare, imparare, crescere, amare…. per poi tornare a casa”