Il 1976 dovevo capirlo che sarebbe stato un anno difficile.
Che stupido sono stato a non capire e a farmi sorprendere.
Ai primi di gennaio se ne è andato un po’ a sorpresa il Sig. Parioli. “Era talmente in gamba che nessuno avrebbe scommesso una lira” sentenziò il nonno per non parlarne mai più.
A marzo appresi dalla mamma che dopo indimenticabili 10 anni non saremmo saliti ai Masi di Cles. Rimasi sbigottito e piansi lacrime amare sul tetto sotto la vigna, “Augusto caro, non chiedere altre spiegazioni è così e basta. E poi stai diventando grande ed è ora che tu veda il mare” sentenziò per non parlarne mai più.
Ma io non volevo diventare grande. Non volevo andare al mare. Io stavo bene così. Ero amato, coccolato e la casa di Via Leningrado era uno stimolo continuo alla mia innata immaginazione.
Come potevo non vedere i miei Masi talmente piccoli da sembrare dimenticati dal tempo in divenire.
Come potevo non assaporare quelle giornate lunghe scandite dal suono del campanile e dalla luce diagonale della sera.
Dove la campana quando rintocca il mezzogiorno si amplifica con quelle di Cavalese, Molina, Tesero e Lago in una sinfonia grandiosa al profumo di sugo in tavola e dove all’unisono si sentono smettere le macchine nelle segherie, posare i badili lungo le strade, riporre le falci nei foderi e si accendono i rombi delle auto e delle moto che frenetiche raggiungono il Bar Stella Alpina.
Come potevo non vedere i miei amici che lavorano quasi tutti nelle segherie d’estate a far cassette ingoiati da macchinari mostruosi.
Una specie di iniziazione alla vita dura di montagna. Come potevo non vedere il Fede, dalla postura di uno che “gioca in difesa”, completamente in soggezione di quell’aggeggio che non gli dà tregua.
Perché quella “cosa” nera opera secondo movimenti meccanici violenti intermittenti e si contorce avanti e indietro, sopra e sotto ad alta velocità. Non aspetta nessuno in quel frastuono assordante e risulterebbe imperdonabile per qualsiasi lavoratore sprecare cambrette “al vento”. Il Fede è il mio migliore amico “masadino” e d’estate lavora nella segheria del papà. Quando non resisto, sbagliando, e gli chiedo stupito come fa a sopportare quel “mostro” pericoloso lui con aria piena di orgoglio mi dice che solo i montanari possono fare certi lavori, rimarcando con forza il fatto di essere un cittadino viziatello. Io guardo l’unica cosa che posso vedere, i suoi occhi profondi, che invece dicono il contrario mentre mi racconta completamente sommerso di segatura e mi punta con quell’indice “mozzato”.
Come potevo non andare quindi?
E non rivedere Roberto sulla sua sedia a rotelle e non partecipare alla messa della domenica dove i montanari tirati a festa sembrano seduti sui fiori di cardo.
Come potevo non sapere niente di Paolino?
Che abita nel bosco ed è sempre pallido e malaticcio. Parla come un adulto e indossa sempre una cappellino di paglia con la piuma per essere protetto dal sole. Gira solitario su una bicicletta da uomo troppo sbilanciata per le sue esili misure. Lui non può lavorare nelle segherie, non può giocare a calcio, non può mangiare quello che vuole e quest’insieme di cose sembra tenerlo ai margini. Quando sorge dal bosco viene sempre a cercarmi. Con lui non frequento il centro ma le retrovie. Restiamo ore e ore seduti al vento tra lo sterrato e il prato scosceso di mezza costa a guardare furtivi il paese e sognare. Mi parla spesso della morte come se la vedesse attorno a se. Sembra sempre in procinto di volermi dire una cosa importante ma qualcosa lo trattiene sempre a un passo dalla resa. Io mi faccio cullare dalla sua malinconia che a volte è anche la mia. Quando finita la scuola arrivo ai Masi la prima cosa che faccio chiedo sempre di lui e non so perché. Ma è così e basta.
Come potevo non sapere più niente di lui?
Eppure da quella comunicazione perentoria della mamma, non ero più tranquillo come prima. Da quel giorno qualcosa di molto simile alla malinconia mi girava attorno assieme alla grande paura patita la sera del 6 maggio.
La mamma stava seduta come una diva sulla poltrona di velluto carminio e mi parlava intensamente senza staccare gli occhi dai miei. Affascinato dalla sua voce mi ero appollaiato sul largo bracciolo della poltrona infilando i piedi sotto le sue cosce calde. Il papà era seduto sulla sdraio in mezzo alla sala di fronte alla televisione che leggeva il giornale assorto. Il carosello era finito da un po’ e ci accingevamo a vedere il programma serale su Rete Uno. Un documentario sul delta dell’Orinoco. Una serata in cui eravamo tutti a casa disponibili l’uno verso l’altro, sorridenti l’uno verso l’altro, insieme l’uno per l’altro.
In quella maledetta serata fuori stagione alle ore 21.00 precise un senso di vuoto e di nausea mi colse improvviso. Per contrastare il malessere che cresceva mi alzai di scatto in piedi sulla poltrona. La mamma non fece tempo a richiamarmi che la casa tremava all’impazzata. Il grande lampadario a candeliere roteava pericolosamente e senza freni. I quadri e gli arredi resistevano alla forza di questo violento movimento circolare e sussultorio cigolando all’impazzata nello spazio. Il papà urlava una parola che non avevo mai sentito e che suonava sinistra solo a dirla “Il terremotoooooooooo”.
Una corsa febbrile alla ricerca di notizie e una forte sensazione di vulnerabilità si scatenò in Via Leningrado. Il nonno Antenore sembrava essere ritornato al fronte e parlava con ansia della guerra e delle sue trincee con lo zio Brando mentre sorreggeva con amore la nonna che mi apparve molto stanca ma forse era solo preoccupata. Fu un flash che non passò inosservato tra le mie emozioni contrastanti ma che presto dimenticai. L’edizione straordinaria del telegiornale ci disse del Friuli colpito a morte.
A fine giugno per la prima volta nella mia vita partii per il mare. Sulla 124 Special c’era aria di vacanza e il lentissimo passo che il papà imponeva alla guida non ci dava nessun fastidio. Anzi. Era un continuo susseguirsi di stradoni interminabili e centri con chiese dalle forme moderne sempre più strane. Guardavo dal finestrino incuriosito perché dopo Verona non c’erano i monti della Val d’Adige ma lunghissime file di pannocchie e distese di campi coltivati. La nonna era stata ricoverata per una serie di esami di controllo. Niente di preoccupante. Tutto era sotto controllo. Più osservavo quelle strade sconosciute e più sentivo dentro di me una forte malinconia. La comitiva familiare era partita a ranghi ridotti e quindi per il momento entrammo dal confine romagnolo io, mia sorella Daniela e il papà. Man mano che i chilometri ci portavano al mare, invece, cresceva uno strano senso di euforia che ci portava a cantare a squarciagola “Rose rosse per te”. L’odore di olio solare che invadeva il lungomare e che entrava dallo spiffero del finestrino mi disse che qui era tutto di più mentre sopraffatto osservavo il divenire. Un via vai infernale e festoso di gente abbronzata, in mutande e in ciabatte. Suoni acuti di clacson e di trombe dal traffico, voci metalliche di giochi elettronici fantascientifici, musica folk dai negozi e rock a canna dai bar, piadine extralarge, bomboloni cremosi, banane split dirompenti e coppe a più piani, negozi moderni con vestiti sgargianti, salvagenti e pupazzi galleggianti di tutte le forme e colori, un circo, un luna park, un festival e un concerto mescolati a dosi esagerate, risate di gente felice e un dialetto che sembrava fatto apposta per accogliere qualsiasi “straniero”. Dall’altalena della Campari tra le onde della battigia ho imparato a lanciarmi in tuffi spericolati e il mare con la pioggia fu una sorpresa nelle sorprese. Era come se il più abbronzato fosse diventato bianco all’improvviso. Cambiavano tempi e colori come se il paesaggio si fosse preso una pausa. Come se tutti si fossero in pausa. In queste rare giornate pigre e infinite mi piaceva, quando era possibile, stare disteso sul lettino della spiaggia sotto una tenda calda di asciugamani. Proprio in questi momenti ritornavo intimamente dai miei amici ai Masi di Cles che sebbene tutte queste novità eclatanti mi mancavano straordinariamente.
Il 28 giugno 1976 tra un tuffo, una capriola sotto acqua, interminabili partite di calcio sulla sabbia e strabordanti banana split arrivò una telefonata, una maledetta telefonata, una dannatissima telefonata, una fottutissima telefonata, un’ineluttabile sentenza che mi impietrì. Nascosto nella cabina spogliatoio il mio sguardo perso si lasciò inondare da lacrime amarissime. La mia anima soffriva come mai prima. Volevo sparire. Volevo urlare. Volevo non essere mai nato. Volevo fuggire. Volevo morire.
L’autostrada lunga ed inesorabile ci accompagnò silenziosa verso il rientro in Via Leningrado per i funerali. Fu un viaggio lugubre, doloroso, irreale. Il bambino spensierato in corsa a cavallo della vita sembrava smarrito di fronte a tanta sofferenza. Non riuscivo a pensare che alla nonna e continuavo a sperare di essere solo in brutto sogno.
Mentre ritornavo ero sicuro, nel tormento, che qualcosa voleva dire quella stanchezza ignorata. Non avevo seguito l’istinto. Immagini immortali si susseguirono casello dopo casello tra i miei pensieri mentre tornavo verso casa metafora di una vita felice vissuta all’ombra dei miei nonni e che oggi clamorosamente con questo inspiegabile distacco sembrava fermarsi qui.
Rimuginavo tutto di quel giorno anche i respiri incerti del vento e il carattere austero del cimitero mentre ripartivo per quel mare sconosciuto che non volevo e che strideva con la mia anima ferita e con la mia montagna che probabilmente non avrei rivisto mai più.
Al ritorno, finite definitivamente le vacanze il 10 luglio passate tra tuffi e capriole ma drammaticamente malinconiche restai attonito sul cancello di casa. Mentre con la morte nel cuore osservavo la devastazione. Come soldati vinti, brandelli di foglie giacevano qua e là. Un sussulto mi colse e una rabbia violenta mi impedì di piangere. Scappai furioso dai miei amici in piazza, alla ricerca di pace, alla ricerca di un respiro, alla ricerca di me stesso. Fuggii per la prima volta da Via Leningrado.
Il sole abbagliava padrone quel selciato che era sempre in ombra mentre una catasta di legna nodosa a ridosso dell’edera di angolo sarebbe andata a scaldare inverni inutili.
La vigna non c’era più.
Nonno Antenore l’aveva tagliata in un accesso di rabbia. La mamma piangeva desolata. Nulla fu più come prima allontanandomi definitivamente da quell’infanzia felice e piena di tante cose.
A Seveso una nube assassina rendeva il 1976 un incubo.
Mentre ricordo tutte queste vicissitudini sta iniziando a scendere una neve rada, pacifica, quasi impegnata a non disturbare la mia malinconia. Mi sono nascosto tra le tribune del vecchio impianto sportivo “Decio Corubolo” da tempo in disuso. Perché oggi è una giornata insopportabile. Io sono insopportabile. Ho anche litigato con papà. Non succede mai. Ho parcheggiato tra le erbacce la vecchia “Betsy” che ormai è diventata fin troppo piccola e mi sono seduto su un tronco monco. La neve soffice ha ricoperto il manto, mai stato erboso, del campo e copre dignitosamente un oceano di siringhe sparse dappertutto che mi inorridiscono, quando un grido mi spaventa “Che cazzo ci fai qui Banda?” sbigottito mi alzo in piedi e urlo “Chi sei? Cosa vuoi? Non farmi male!!”. Ma la voce è più potente della mia, più autoritaria e mi incalza, mi sovrasta, mi fa paura “Che cazzo ci fai qui coglione di un Banda?”.
Un ragazzo trasandato si avvicina a grandi falcate. I capelli lunghi coprono lineamenti che sembrano vecchi e pieni di pustole “Che cazzo ci fai qui Banda?”.
La neve adesso scende copiosa e ci separa, come l’arbitro al gong, quando siamo uno di fronte all’altro. E’ Paolo cazzo. Ha la giacca a vento tirata su fino ai gomiti e si muove a scatti. Deve essere cascato in motorino perché uno scintillio di sangue gli cola dal braccio sinistro e macchia il manto nevoso che ora è da presepio. “Paolo cosa ci fai tu qui?” balbetto e continuo, più per prendere tempo, che per dialogare veramente “E’ morta la nonna quest’estate. Te la ricordi? Sono ritornato qui e non so il perché. Non farmi male ti prego. Ti scongiuro Paolo”.
“Banda, io non ti voglio più vedere qui. Qui è l’inferno. Tutto è allo sfascio. Non lo vedi che merda. Siamo tutti fottuti. Voglio che tu mi prometta che non verrai più qui. Prometti cazzo!!!!” tremava mentre parlava e gemeva come pervaso da forti scosse di dolore. Ma la sua insistenza non era del tutto cattiva. Nel suo comportamento c’era un qualcosa. “Te lo prometto Paolo. Te lo giuro. Ma dimmi di te è un casino che non ci vediamo. Perché sei qui?”.
“Basta cazzate. Sono stracazzi miei. Adesso vattene. Fila viaaaaaaa”, “Vado, vado, vado. Ciao Paolo”.
“Addio Banda”. Voltandosi all’improvviso tra l’inizio della boscaglia e il Grande Palo che io so cos’è, magari potevo dirglielo, mi urla “Ehi che parate quella volta. Ti servirebbero le pedule da spastico oggi. Ahahahahahahahahah”.
Proseguendo tra le falive lievi “Bonnieee ti saluta lo stronzetto del Banda”.
Da lontano tra la neve scura “Cazzo dov’è. Grande Bandaaaa ciaooooooo”.
Oramai in sottofondo, nel silenzio bianco “Filiamo via veloci. Hai le spade?”.
E tutto sfuma attutito da una neve nivea.
Resta una grande malinconia.
“Augustooooooo, Augustoooooo, Augustoooooo; Augustooooo!!!” un altro urlo ma dalla strada
“Papàààààààààààà”…….
Mi getto, mi tuffo, mi nascondo, sprofondo tra le braccia di papà in un pianto ingovernabile, ineluttabile, inconsolabile, disperato, infinito. Come se fosse l’ultimo pianto, come se i ricordi mi venissero strappati dalle viscere, come se la nonna mi si fosse piantata per sempre nel cuore. Ma con troppa rabbia.
Un pianto inesorabile.
“Augusto direi che è ora di mettere in pensione la vecchia Betsy. Cosa dici? Durante le vacanze andiamo a comprare la nuova bicicletta da uomo. Il colore lo scegli tu tesoro” e mi stampa un bacio sulla guancia dal sapore eterno mentre con pazienza certosina asciuga le ultime lacrime dell’infanzia.
Augusto “Banda” Bandini
Tra le braccia di papà, 24 dicembre 1976