28 – “ASPETTIAMO SENZA AVERE PAURA, DOMANI.”

   A Massimo Galbusera piaceva soprattutto la figa ma in area di rigore sapeva destreggiarsi con l’astuzia, la velocità e la destrezza dell’amante che si infila o scappa dai letti altrui. Per questo era temuto e allo stesso tempo preso in giro. Bello, alto, giovane e snello; sfruttava appieno l’aerodinamica di un affilatissimo viso, totalmente progettato per gaudenti rapporti orali, che gli permetteva di fendere l’aria senza avvertirne l’attrito.
   Il Galbu, come venne naturalmente abbreviato, fu l’acquisto a sorpresa, dopo tre zero a zero di fila, che Gui e Findus ci presentarono, alla stregua del coniglio che sbuca dal cilindro del prestigiatore, in una soleggiata domenica di ottobre. Se non ricordo male domenica 8 ottobre 1989, nella settimana in cui avevo compiuto i miei primi venticinque anni e il Galbu era un perfetto sconosciuto.
   L’elettrizzante aria balsamica dell’estate, sembrava aver dimenticato nell’atmosfera contagianti voglie di cambiamento. Gli accadimenti stessi dell’anno parevano tendere all’eternità e sì che mancavano ancora undici lunghi anni al fatidico duemila, che molti temevano. Dalla morte di Hirohito a gennaio, un susseguirsi di fatti eclatanti avevano sconvolto il normale svolgersi delle cose, come se l’uomo non vivesse più nel tempo e nella sua naturale successione ma, al pari di un qualsiasi animale allo stato brado, dovesse arrendersi, suo malgrado, all’attualità del solo presente nell’eternità di un’istante. E quando a settembre l’ineguagliabile Gaetano Scirea restò vittima del fato, tutto sembrò volgere al peggio.
   Galbu concentrava nel suo essere gran parte di queste tensioni emotive che proiettava all’esterno, principalmente attraverso scelte istintive e la soddisfazione necessaria di impellenti bisogni, naturalmente sessuali. In lui c’erano tracce dell’avventuriero e perfino del giocatore d’azzardo. Era affascinante, spericolato e la sua sola presenza in una stanza con almeno una donna bastava e avanzava per confutare il teorema di Nash. Poiché in barba a qualsiasi strategia possibile, lui agganciava comunque la bionda. Quel corpo veloce emetteva ormoni e spargeva l’aria di clamorose dosi di testosterone che inebriavano anche le più acerrime difese femminili. Galbu si rivelò un grande attaccante.

   Quella sera di giugno in birreria invece, Giulia Disempre si girò verso di me: uno spettacolo emozionante. I suoi occhi si infransero sul mio viso in lampi argentati mentre le trasparenze della camicia bianca sciccosa, riflettevano di rimbalzo le ombre nere di un provocante reggiseno. I tacchi vertiginosi, che lei portava con assoluta maestria e a prescindere, cinguettavano qua e là sul logoro parquet di quercia che un tempo, pensavo mentre la sghimavo, erano stati calpestati sicuramente dagli zoccoli indomiti di cavalli portatori di notizie.
   “Ehi, Starsky non scappare. Molla i tuoi amici. Tra due minuti stacco e mi accompagni verso casa. Ti aspetto sul retro. Parti quando non mi vedi più tra i tavoli” fu il bigliettino che mi passò da sotto il vassoio colmo di Ceres.
   Il bigliettino pesava quanto la famigerata lettera di Anita Comparon lanciata nel buio e rappresentava l’ennesima occasione che poteva essere presa al volo o lasciata alle ortiche. Dipendeva solo da me. A favore della decisione da prendere giocò, questa volta, il fatto che non avevo tempo per pensare troppo. Dopo aver valutato che il bigliettino celava in qualche maniera un segreto da nascondere, agii attraverso l’istinto animale nell’eternità dell’attimo “Oh cazzo ragazzi ho dimenticato il gas acceso, cazzo mi brucia la casa. Brera paga tu la birra che domani ti do i soldi. Cazzo devo scappare!!!”.
   “Ma Banda sei sicuro” si agitarono in tanti soprattutto Gui e Findus che se volevano avevano gli argomenti per trattenermi. Ma fortunatamente non lo fecero.
   “Perdiana ve lo assicuro. Brera pensaci tu fammi il piacere, grazie” e mentre mi giravo gli schiacciai impercettibilmente l’occhio destro in segno d’intesa.
   “Accidempoli, Banda sei un tira peri” mi disse come per accendere la protesta generale ma, cambiando regime rapidamente, aggiunse sottovoce tagliando fuori gli altri che si disunirono “divertiti mona-amour”. Brera era un grande amico.
   Svoltai l’angolo e lei era lì.

   Come il ciclista al gancio sulle ultime rampe dello Stelvio fa di tutto per non essere ripreso dagli inseguitori, il 1989 sembrava non voler cedere il passo ai trionfali anni novanta oramai ben visibili in fondo al rettilineo.
   E l’unico modo per ribellarsi all’ineluttabile scorrere dei giorni, pareva essere contenuto nell’effemeride dei fatti che si succedevano.
  “Banda, ve l’ho detto cento volte. Voi siete tutto tranne che comunisti. Attenzione, sempre se ci riferiamo alla pura ideologia. Sostanzialmente, come ben sai, Marx e Stalin sono due cose completamente differenti. Ideologia è una cosa; il potere un’altra. Marx è stato un filosofo e un pensatore che ha sviluppato una visione alternativa al sistema capitalistico e, senza entrare ora in mille ragionamenti sul proletariato e la lotta di classe, ha ispirato un’idea, se vuoi romantica ed ecumenica, di mondo nuovo. Vorrei vedervi comunque tutti alle prese con il sistema comunista tout court. Proprio voi che avete in testa solo sogni immortali: che vi mettete in fila per il pane, che accettate di vivere senza grandi speranze, senza competizione, pacifici tanto è lo Stato a pensare a voi. Mah, andate a quel paese. Tanto meno in Russia dove Stalin, vero, è stato un dittatore diabolico al pari di Hitler, almeno in patria. E dove anche dopo la sua morte non c’è mai stata libertà. Mettitela via. Hanno continuato ad esercitare il potere attraverso il regime, attraverso la polizia segreta e un controllo seriale, maniacale, crudele e repressivo del popolo che tanto dicevano di amare. La finzione è stata la realtà, Banda. Guarda cosa sta succedendo”, Stratos era scatenato dopo l’avvento della glasnost e il sorprendente evolversi della crisi oltre la cortina di ferro; a tal punto che le discussioni fervevano ad ogni nuovo aggravarsi degli eventi che riservavano sorprese praticamente ogni giorno.
   “Ma scusa Stratos, perché secondo te noi siamo liberi? Secondo te i giornali che leggiamo, i tg che ascoltiamo, i programmi che seguiamo sono super partes? I quarant’anni di Democrazia Cristiana al governo del paese, i socialisti che pur di arraffare potere rinnegano i padri fondatori, i fondi neri, la loggia P2, i servizi segreti deviati, le stragi, la mafia, il terrorismo e l’egemonia imperante di una società consumista alla Milano da bere sono un modello di libera democrazia? Io voglio sperare in una società diversa, migliore e credo che l’ideale comunista, per esempio se applicato all’attività sociale e sportiva dell’U.S. Montreal, possa esserne un esempio e una buona base di partenza come un modello da migliorare e da esportare”.
   “Parliamo sempre di Vangelo se mi parli di quello che stiamo facendo. Ricordati Banda che dopo il motto Libertè, Egalitè, Fraternitè, che hai studiato al liceo, c’è stato l’Impero e la Restaurazione. Di queste tre parole alla gente non gliene frega niente Banda, se non quando sono a Messa. Sono slogan fine a sé stessi. Tu sei istruito e cerchi una visione critica del mondo in cui vivi, ma la maggior parte della gente è ignorante nel senso etimologico della parola. Ignora; semplicemente non gli interessa. E il comunismo, come tutti i regimi, ci ha marciato sull’ignoranza della gente. I regimi sono ignoranti per definizione e il comunismo non è stato da meno, perpetuando sistematicamente l’ignoranza; osteggiando e odiando tutto ciò che potesse fare chiarezza. Banalmente anche una guida turistica. Poi non puoi fare un calderone. La libertà è una cosa, la democrazia un’altra come ben sai. Io mi rifaccio ai grandi pensatori.       Noi, grazie a Dio, viviamo in una società piena di difetti ma libera. La politica poi è molto meno addomesticabile di quanto il pensiero liberale abbia per lungo tempo dato per scontato. E quegli argini che dovevano tenerla a bada, per salvaguardare la libertà degli individui, come il mercato, la legge, il pluralismo sociale, la divisione del potere, sono per natura fragili sottoposti di continuo alla pressione e alla erosione esercitate dalla competizione per il potere. Te lo dico perché lo sto studiando. Ricordati come dice sempre il mio professore meglio una democrazia imperfetta ad un regime perfetto”.
“Mah, secondo me la politica dovrebbe essere principalmente poggiata sul concetto fondamentale di etica. Secondo me chiunque si dà per gli altri dovrebbe farlo per passione e non per interesse. Un forte senso etico dovrebbe garantire dagli sciacalli e dalle false promesse. Purtroppo però temo sia un’illusione”.
   “Banda ma la risposta la trovi, in parte, anche dentro l’U.S. Montreal. Findus, per esempio, è il primo garantista nei confronti di sé stesso. Che ti piaccia o no, possiede un cinismo da uomo di potere riconosciuto. Che tutti noi riconosciamo e ti dirò di più, che accettiamo. Ma resta un uomo di potere. Che poi lo usi a scopi anche, e sottolineo anche, sociali gli fa onore ma resta una mezza verità. Prova a intralciarlo sulla sua strada: diventa aggressivo proprio come un uomo di potere. E Gui? E’ l’altra faccia della medaglia. Quella del mediatore catto-comunista, che persegue la sua visione del mondo attraverso una rigida disciplina su sé stesso e su gli altri: una sorta di versione edulcorata di “o con me o contro di me”. Le vie di mezzo sono tollerate, ma solo se le decide lui. Guarda che ti sto parlando di due persone eccezionali ma che consapevolmente esercitano un potere. E Brera non è da meno. Quando insegue con pervicacia il primo titolo provinciale con i suoi ragazzini impone un potere. Cioè mette davanti a tutto la sua ambizione in fondo. Che poi si sposi perfettamente con gli obiettivi dell’U.S. Montreal non conta perché tutto fa parte del progetto. Non c’è niente di comunista nel senso ideologico ma solo nel senso precario dell’esercizio di un potere, Banda. Il comunismo come ideologia contrapposta al capitale ha un problema fondamentale che forse è anche una bugia”.
    “E cioè Stratos?”.
   “Si poggia sulla convinzione per me totalmente falsa che i rapporti tra gli uomini siano regolati dalla fratellanza (Hanno inchiodato alla croce anche Gesù Cristo)” e lo disse un po’ sottovoce perché non era così sicuro della similitudine quindi ritornò su toni normali “se ci pensi bene Banda, il comunismo al potere, per sopravvivere, deve esercitare giocoforza una coercizione proprio per questa falsa convinzione. Sai cosa rispondevano i contadini o i poveri cani nel 1968 alle teghe comuniste ma vai a fanculo te e la rivoluzione, io voglio mangiare la bistecca”.
   “Scusa Stratos e allora il capitalismo?”.
  “Il capitalismo nella pratica si basa su una verità: l’uomo per sua natura è egoista. L’aspetto estremo dell’esercizio capitalista è l’ingordigia. Che si esterna principalmente nell’esercizio subdolo della democrazia. Multinazionali arroganti, grandi latifondi, regimi fantoccio, giochi di potere, controllo dell’informazione, servizi segreti deviati e quant’altro. Imperfetta ma pur sempre una democrazia. Cioè, fortunatamente c’è sempre un buon giornalista che smaschera il sistema. C’è sempre la speranza di un Watergate. Ora, Banda, non nego che il comunismo nell’ideale giovanile sia stato molto attraente perché ha illuso verso una rivoluzione di cose che idealmente vorremmo tutti. O meglio; le vorremmo tutti, ma più spesso soprattutto per gli altri. Se no come ti spieghi le chiese piene la domenica mattina. Solo fede e aldilà? Nooo. C’è una parte in tutti noi che vorrebbe un mondo migliore. Nessuno vuole vedere i bambini morire di fame. In questo senso il comunismo è senz’altro per definizione più coerente del fascismo, che per natura si maschera sempre; ma è negazione della libertà, della diversità con risvolti razziali, della forza contro il normale confronto. Ma se ti guardi intorno, a sinistra oltre l’Austria credo che dovrete prepararvi alla disillusione. Ma probabilmente anche no perché non siete mai stati veri comunisti. Anzi, voi siete gli unici di sinistra che non sanno di essere di destra. Bada bene Banda, di destra e non fasci, ahahahahah”.
  Era tutta una discussione, Stratos sembrava avvertire qualcosa di epocale nell’aria che noi inconsciamente fingevamo di non ammettere, mentre per lui poteva essere la rivincita e la conferma di tante discussioni contro; solo contro tutti.
   Nel frattempo molte cose erano in movimento, o stavano repentinamente cambiando, anche tra di noi “Grande confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente! (Mao Tse Tung)”. Tony Crippa e la Vale alla fine si erano sposati andando a vivere in centro. Tony Crippa non giocava più nella squadra, almeno per quell’anno. Giovannino e Bobo erano spariti, totalmente presi dall’azienda. Boone e la Francy oramai erano soltanto un ricordo lontano come anche Anita Comparon persa nelle pianure del Grande Bacino Artesiano. Persino Sgarbi, lentamente, era sfumato tra i miei pensieri nostalgici.
   Findus si era laureato in Economia e Commercio ed aveva vinto un concorso presso le Ferrovie dello Stato. Gui si era diplomato Isef e aveva aperto una palestra in quartiere con un suo compagno di Università, mentre Brera terminato gli esami di Psicopedagogia era alle prese con una interminabile tesi. La Giovi comprata la casa con Brera premeva per andare a vivere insieme, da qui secondo noi, la sua lentezza nel terminare gli studi. Gui, inoltre, di tanto in tanto suppliva nelle scuole talune lunghe assenze dei professori di ginnastica e anche Brera si era intrufolato, in qualche maniera ma senza grande passione, nella pubblica amministrazione come operatore socio sanitario.
   Il motto era “Lavorare fino alle due!!!”.
  L’unico che scelse in controtendenza fu Carlo De Bortoli, ex di Anita Comparon, che per lei mi aveva colpito con un gancio destro sul naso, e in quel momento integerrimo cassiere dell’U.S. Montreal; il quale riparò con grande soddisfazione personale nei quadri commerciali del Credito Italiano.

   Giulia Disempre mi aveva aspettato nella penombra di Vicolo Chiodo. E in quella sospensione eterea aveva assorbito l’aura insaziabile della notte. Il suo respiro lambiva dolcemente le praterie della mia immaginazione scossa dalla camicetta bianca quando, nell’atto di inspirare, si alzava quel tanto che bastava all’altezza dei seni. Con mio grande stupore notai che il reggiseno nero era sparito perché i capezzoli, come gemme in fiore, sfioravano e si nutrivano dell’eccitante contatto con la seta. L’equilibrio del suo corpo era perfetto nonostante nella penombra faticavo a introdurmi con lo sguardo nel languido spacco della gonna aderente che tra i tavoli non indossava. Giulia Disempre, la mia compagna del Liceo che chiamavo Ovolueis, emanava calore e la sua bellezza stentorea era simile, ma più sensuale e spontanea e terribilmente reale, di una famosissima tennista argentina. Giulia Disempre era una promessa di nudità che la sua postura sensuale e spontanea non smentiva.
   I tacchi affilati, come oggetti fallici tra i miei pensieri sadomaso, rimbombavano note di un’immaginaria scala diatonica contro i palazzi settecenteschi del centro, i quali nella mia immaginazione oramai fuori controllo, parevano animarsi al nostro passaggio, per ammirare cotanta bellezza e se non altro per guardarle il culo. In preda di questi pensieri porno mossi, probabilmente, dalla forza intrigante e perversa di quel fogliettino sotto le birre, vagavo al suo fianco con una chiara dilatazione dei vasi sanguigni appena al di sotto del plesso solare; che faticavo a mascherare.
   “Come mai il fogliettino Ovolueis?”.
   “Taci Starsky e camminiamo ancora, almeno fino al ponte che poi ti spiego. Che carino che seiiiiiiiiii!!!”.
   “Sei sempre stata una matta!!!”.
   “Dici?”.
   Arrivati al ponte, come per la fine di uno strano incantesimo e un attimo prima di svoltare a destra su Via Adua, mi prese dolcemente la mano con la naturalezza che solo due fidanzati di vecchia data potevano avere. Nella solida stretta, che conteneva intonsi i ricordi ginnasiali e il suo totale rilassamento, la dilatazione sanguigna assunse i caratteri di un’erezione che mascherai posizionando le anche di sguincio.
   “Ma come cammini stupidino!?”.
  “Sapessi Ovolueis. Ma ascolta…” non ebbi il tempo di finire la frase, che voleva solo prendere tempo, perché lei mi mise un dito sulle labbra in segno di silenzio e che interpretai, non a torto, anche come: niente domande. Puntellò con maestria il tacco dodici tra i sanpietrini della via e, in perfetta sincronia, mi accolse nel suo corpo voluttuoso con un abbraccio che voleva sentire tutta l’esplosiva dilatazione. Non prima di infilarmi la lingua al fragrante sapore di eucalipto tra le mie labbra scalpitanti. Il bacio ruppe tutti gli indugi e consolidò per sempre il nostro segreto.
   Il bacio fu profondo e pieno di furia sessuale ma rapido nella cieca intensità. Perché lei con uno scatto all’indietro, ritornò in asse sui tacchi per estrarre dalla Mors beige un pesante mazzo di chiavi che tintinnavano scomposte come guizzanti pesci presi nella rete.
   Le luci tremolanti di Via Adua e i fari di macchine e motorini dalla strada, riflettevano intermittenti sulle vetrine buie come gli spruzzi laser in 2001 Odissea nello Spazio. In quel girotondo di fendenti raggi riflessi, i manichini, che nel buio parevano grigie statue di marmo, colpiti in successione vestivano le colorate griffe dei più importanti stilisti italiani. Nel silenzio incestuoso del negozio violato nel sonno dalla sua direttrice, la presi, dopo averla rincorsa tra i fruscianti sacchetti di nylon, nel retro bottega che dava sul giardino interno di un sontuoso palazzo. Fu naturale e propizio quando lei appoggiò le mani, affusolate e smaltate di vivido carminio, al davanzale poroso della finestra che guardava da un angolo privilegiato e forse ceco un ordinato peristilio fiorito. Separati da una solida grata di rugginoso ferro ottocentesco che parzialmente ci sfumava ma che non mi permetteva un completo rilassamento che però, mi eccitava di una strabordante perversione proibita tante volte richiamata dal detto vedo e non vedo, affondai le mani cariche di senso sotto la seta bianca della sua camicetta, mentre la baciavo sul collo e dietro la nuca, carezzando i suoi splendidi, freschi fianchi abbronzati. La pelle mi scivolava calda e delicata come una pregiata casimira e quando arrivai a sfiorarle i capezzoli leggermente bagnati, lei gemette tremando come in sogno. La sua lingua cercava insistentemente la mia bocca, ma la contorsione di entrambi per soddisfare quella voglia impellente e inderogabile non era mai abbastanza, poiché nessuno dei due voleva perdere la magia erotica di quella meravigliosa presa da dietro. Una presa animale che una volta sfilata la camicia mi permise di osservare, come dall’alto una città, la sua perfetta schiena abbronzata che nella fragile penombra non faceva presupporre a nessuno segno bianco. Prendeva il sole nuda?
   Aggirai, partendo dallo spacco e da un leggero scivolamento verso l’alto della stoffa, la perfetta simbiosi tra la gonna, il culo e le fiorenti cosce di marmo che venivano valorizzate senza inganni, ce ne fosse mai stato bisogno, da quei tacchi impetuosi. I quali ponevano il suo corpo in perfetta sintonia con il mio e la mia erezione, come un pianista perfettamente seduto al pianoforte. Volevo tutto. E per questo non esitai a infilare le mani tra le sue cosce; lisce e calde e invitanti come velluti. E allora sfilai anche la gonna che cadde di getto a terra e che mi proiettò alla portata del più bel sedere che avessi mai visto in vita mia; rotondo e sodo e provocante e perfetto, misteriosamente contenuto in un filo che si perdeva tra le inserzioni dei due glutei grandi. Ero in paradiso. Il cuore mi batteva all’impazzata. Ma nell’attimo esatto in cui studiavo rapito quella forma perfettamente michelangiolesca, toccò a lei approfittare di un momento di buio, quasi completo, per voltarsi e spogliarmi con una classe sopraffina. Le sue labbra carnose ispezionavano il mio corpo da ogni posizione e punto erogeno fino a governare con maestria la mia erezione sempre sul punto di esplodere. Giulia Disempre, sapeva quando fermare e anche quando ripartire e lo fece per un interminabile tempo indefinito e indefinibile. Quindi dopo quel lungo momento come trascinati da una corrente, ci ritrovammo viso a viso e toccò a me sfilare il perizoma per scendere lentamente tra i suoi respiri sempre più agitati. Le curve e le insenature scolpite del suo corpo emettevano un buon profumo. Una fragranza che ricordava quella degli agrumi maturi e che confermava la freschezza dei nostri venticinque anni. Quando ancora le praterie non erano state erose dall’assalto delle decadi e dagli acri odori di stanze chiuse.
   Venni sorpreso all’altezza del ventre, mentre risalivo e scendevo una naturale, infinitesimale ma sensualissima fettina di pancia, da una ragnatela arancione di luce riflessa. Il colore della sua carne uniformemente abbronzata poteva essere anche l’effetto di un travestimento di carnevale, tipo una tuta color caffelatte, se non fosse stato per una specie di pennacchio di fumo più scuro in mezzo alle gambe. Ovolueis, invece del classico triangolo nero teneva la fica alla mohicana e anche questa cosa era un segnale chiaro della fine, oramai inesorabile, degli anni ottanta. Restai affascinato da quel taglio che interpretai come estivo, che a me invece, ricordava lo stecchino del ricoperto quando la Vale andava arrabbiata a comprare i gelati al bar di Angolo. Indugiai e poi mi tuffai ad assaggiare la glassa di quel gelato che era delirio e furore e cremosità bagnata allo stato, appunto, fantascopatico (dal film Voglia di tenerezza).
   Rotolammo su una alcova accogliente e frusciante di nylon e morbidi cotoni e la penetrai più e più volte, in tutte le direzioni, in tutte le posizioni possibili anche le più ardite. Sebbene l’inodore corporeo della gioventù fosse fragranza, ora i nostri corpi puzzavano, di sudore e acidi succhi orgasmici mescolati ai deodoranti e ai profumi oramai a fine giornata, come residuo e scorie di una lotta selvaggia. Gli orgasmi furono tanti e tali che una balda spossatezza ci lasciò inermi, attoniti e incoscienti tra la mercanzia sparpagliata sul legno secolare ad ascoltare la quiete ovattata della notte che oramai aveva preso possesso del centro. La finestra sul giardino rifletteva la luna a spruzzi di luce come i fari di un campo da baseball.
   Il codice dell’incontro era stato il silenzio che lei mi aveva intimato con quel dito premuto sulle labbra e che io avevo percepito sin dal biglietto sotto il vassoio. Ma il fato volle che una volta ricomposti gli ardori e nel rivestirci, lei mise il perizoma nella borsetta e quel gesto così inusuale per quanto naturale, scatenò l’inferno. Ci riprendemmo di nuovo e selvaggiamente e avidamente e perdutamente sulla soglia della porta sul retro e la furia erotica e scomposta e animale dell’ultimo passo, cioè il quinto quello dell’addio, stabilì senza errore alcuno che io gli venissi dentro.
   Ci lasciammo all’altezza dei portoni con un appassionato, per quanto omertoso e frettoloso, bacio così saturo di ansie, aspettative e ricordi.
   Fu nel resto della notte a letto che scatenai una caccia alle streghe furibonda tra le incertezze di una nuova relazione, una improbabile sieropositività e un’assurda paternità. A nulla bastò il fatto certo che lei prendesse la pillola e che fosse decisamente e splendidamente in salute.
   Per molti anni pensai che quella notte avesse rappresentato per Giulia Disempre il suo personalissimo addio al celibato, perché con mia grande sorpresa mi comunicò, qualche tempo dopo, che la settimana successiva era convolata a giuste nozze. I nostri rapporti si raffreddarono ma una timida fiammella, che ho sempre chiamato fatale attrazione giovanile restò accesa come un faro oltre le rive. Ci saremmo rincontrati.
   Mi sono sempre domandato quale pianeta complesso fosse il mondo femminile degli anni ottanta. E la riflessione durò, mio malgrado, anche per tutti gli anni novanta; segno evidente delle mie ancestrali incapacità a cogliere le differenti sensibilità, gli incostanti sbalzi di umore, l’essenza delle relazioni sentimentali, la forza delle loro decisioni. Non capii mai veramente a fondo, o forse non mi sforzai mai abbastanza, questo pianeta così distante dalla mia timidezza e dal cameratismo omo sociale sviluppato nei decenni tra gli spogliatoi umidi del Mario Federale.

  La squadra intanto cominciò a veleggiare come un grande bastimento. Il Galbu, pur essendo giovanissimo, si integrò da subito nel rodato gruppo che Gui aveva plasmato con determinazione e passione negli ultimi otto anni e, nelle quattro partite di esordio dell’ottobre 1989, sbalordì.
   “Banda che cazzo di palle mi dai ahahahah, sono fantastiche. Mai avuto uno che mi lancia così”.
   “In verità Galbu sei tu che ti infili bene negli spazi ahahahah. A me basta capire dove sei e se ci riesco ti imbuco. D’altronde mi pare tu sia un esperto di buchi”.
   “Banda, testa di cazzo”.
   “Si però Galbu” intervenne Stratos “a parte il tuo dono per i buchi”.
  “Oh, Stratos sei più scemo del Banda” lo interruppe Galbu con aria sorniona e anche un po’ da finta vittima.
   “Come più scemo del Banda, cazzo mi offendo Galbu non ti passo più una palla” intervenni ridendo.
   “Posso continuare?” riprese il centro del discorso Stratos “mi correggo non ti piace il buco”.
   “Cazzo dici, mi piace la gnocca. Sei mona Stratos? Non dirlo neanche per scherzo”.
   “Senti Galbu basta! Fammi finire il ragionamento”.
   “Ok, continua. Sentiamo la cazzata”.
   “Allora stavo dicendo. E poi non è una cazzata. Era un ragionamento che volevo fare relativo al tuo arrivo Galbu. Un’analisi psico-sociale-sportiva…”.
  “Oh, ragazzi” Galbu si rivolse allo spogliatoio ridendo “ma questo è un chiodo. Cioè, ho capito che studia ma casso analizza anche l’aria che respira. Va avanti mona, ahahahah”.
   Gui rideva mentre parlava in disparte di cose serie con Brera nel momento in cui Stratos, tra il serio e il faceto, riprendeva il filo del discorso “Gui ma chi hai portato in questa squadra cacchio. Sguscia come quando scatta in area o come quando dice figaaaaa. Comunque Galbu, partendo, appunto, dal concetto di squadra come casa, possiamo dire che l’U.S. Montreal sarà per molto tempo, speriamo, la tua casa. Casa: non come concetto di abitare spazi chiusi ma come un luogo che ti lancia verso l’esterno. Però al momento mi interrogo soprattutto sull’impatto del tuo arrivo nel nostro gruppo. Oserei paragonarlo ad una vera e propria perestrojka del nostro gioco, una glasnost offensiva, l’ich bin ein Berliner! del montrealese moderno…”.
   “Senti Stratos hai finito di rompere i coglioni con tutti questi paroloni, io vorrei solo essere un bomberrrrr” lo interruppe ancora una volta Galbu fortemente preoccupato dalla piega che aveva preso la storia. Non capiva bene se Stratos lo stava prendendo per il culo, cosa alquanto incerta, visto la consueta logorrea con cui imbastiva i discorsi. Fu l’ordine perentorio di Gui a liquidare la faccenda facendoci uscire in fretta dagli spogliatoi “In pizzeria ragazzi. Però Galbu quando dice figaaaa sembra veloce come lo squagliarsi della cortina di ferro! Effettivamente…”.
   “Gui anche tu, basta. Che coglioni. Oh Banda, domenica fammi fare questo maledetto primo gol. Brera diglielo anche tu”.
   “Banda hai sentito? Ahahahahah” glissò Brera che sembrava lontano.
Stratos era fucilato con la storia che si stava consumando a est. Le Repubbliche Baltiche, intanto, erano in subbuglio; sconosciuti nazionalismi dell’immenso territorio della Russia, sedati da lunghi anni di repressione comunista, reclamavano antichi confini. L’Ungheria ad agosto aveva aperto le frontiere verso l’Austria e una preoccupante marea umana di tedeschi dell’est stavano passando a ovest dal confine magiaro “Ich bin ein Berliner!.
   Sulla R4 mentre mi dirigevo in pizzeria riflettei sul concetto di squadra come casa, lasciando a Stratos la politica internazionale. L’U.S. Montreal era il luogo dove trovavo tutto ciò di cui avevo bisogno. In questo senso era la casa di cui mi prendevo cura ed il concetto di abitarla non lo identificavo come stare in un luogo ma come essere quel luogo. Paradossalmente la condivisione di quello spazio comune annullava il concetto di possesso, molto presente in me riguardo alla casa di Via Leningrado, in quanto nessuno di noi si sentiva di possedere nulla dell’U.S. Montreal. La condivisone in quanto relazione era la nostra forza che ci dava l’energia necessaria per esserne i protagonisti ed i custodi. Un po’ come il popolo Sami, aveva detto una volta Brera, rispettava la terra e la sua sovranità.
   Ma il concetto restava vulnerabile e presentava la sua illusione e le sue criticità nello scorrere del tempo. Spazio/tempo/velocità erano concetti che viaggiavano a stretto contatto. La giovinezza ci aveva regalato un grande spazio (la compagnia e l’U.S. Montreal) che avevamo abitato con i tempi naturali di quell’età. Un tempo libero, lento, pigro e pieno di speranze che riempivano ogni giorno quel grande contenitore virtuale. Ma come ripeteva Stratos dall’alto dei suoi studi etnografici “Il tempo è un concetto relativo se non anche culturale e quindi è un concetto che cambia al variare per esempio della lingua, delle latitudini, dei rapporti sociali, dell’organizzazione economica. Da noi se non lavori non puoi vivere e quindi il tempo libero che valore può assumere?”.
   Una macchina potente di nuova generazione, smisuratamente grande, mi superò con arroganza all’altezza della pizzeria lasciando dietro a sé una scia di foglie secche turbinare. Ecco, pensai, quella era l’inesorabile velocità degli anni novanta così clamorosamente alle porte.
   L’intesa con Galbu fu l’ultimo tassello per la mia definitiva formazione di calciatore. Entrai in una fase dove ero molto concentrato sul calcio e il mio modo di stare in campo cambiò, come cambiarono determinazione e approccio. Mi sentivo sicuro e totalmente in controllo. Sentivo una strabordante energia positiva che si tramutava di partita in partita attraverso prestazioni di altissimo livello. A volte restavo sorpreso io stesso dei miglioramenti. Una certa notorietà sembrò fare capolino nei discorsi tra gli addetti ai lavori e anche sul giornale della città nei corsivi e sui titoli del lunedì. Mi sentivo più completo e quando entravo sul terreno di gioco riuscivo a trovare con naturalezza, le sensazioni di bambino in Via Leningrado che intermittenti mi facevano volare alto.
   Avevo finalmente capito che quella scintilla misteriosa che scattava e non scattava condizionando le mie prestazioni senza certezze, tra alti vertiginosi e bassi rovinosi, non era altro che la metafora del lungo percorso verso la maturità.
   Ora non avevo più bisogno di aspettarla invano perché stava tutta dentro di me seduta al tavolo con l’esperienza e la maturità. La dosavo a seconda delle tante variabili del mio essere giovane uomo.
  Tutta quella crescita mi faceva sentire utile alle prerogative della squadra anche quando non ero in giornata e, quando invece lo ero, indispensabile per raggiungere quel risultato storico che giaceva nei nostri sogni, la promozione in Promozione.
   Sentivo di poter competere a qualsiasi livello. E tutte quelle sensazioni positive le percepivo di ritorno anche dai comportamenti fiduciosi di Findus, di Gui, dei miei compagni, dei giovani che allenavo, dei genitori, degli amici e anche di qualche tifoso che mi fermava per le strade del quartiere riempiendomi di orgoglio. Tutto ciò mi stimolava ad essere sempre più all’altezza delle loro aspettative. Anzi trovavo piacere nell’allenarmi con dedizione e avevo voglia di migliorare la tenuta atletica, l’agonismo in campo, il colpo di testa, la trasmissione con il sinistro e il senso del gol nel tentativo, come mi ripeteva sempre Gui, di diventare un centrocampista completo.
   Gui nel suo continuo guardare avanti infarciva la squadra di giocatori tecnici e giovani di classe prediligendo sempre il talento e quasi sempre io o Stratos venivamo defilati dalla posizione preferita che per me era quella della mezza punta. Ma non c’era problema perché quando non ero stanco e quindi più esposto al lamento, mi esprimevo con entusiasmo in qualsiasi delle posizioni centrali. Andavo volentieri anche marcare sui calci d’angolo e avevo pure segnato di testa da corner.
   Insomma avevo finalmente imboccato la strada che mi avrebbe portato all’apice della carriera calcistica, ne ero sicuro, e un’aurea di forza e convinzione mi illuminava fino nel profondo dell’anima. Mi sentivo al centro del progetto montrealese e nessuno poteva avere la forza di spostarmi da lì dove volevo essere, perché quando tutte le energie mi supportano giocavo veramente bene, mi divertivo e non scordavo mai quanta fatica avevo speso per raggiungere quella vetta. Ma ciò che percepivo maggiormente era la convinzione di poter trascinare il gruppo più in là dove solo gli Dei potevano esistere. Era il mio momento lo sentivo nel suo inesorabile divenire, come se non avessi avuto più alibi per scansare le responsabilità e anzi non vedevo l’ora di prendere in mano il volante e guidare.
   Era una forza pazzesca che avevo coltivato dentro di me il più delle volte senza saperlo e che Gui con pazienza aveva aiutato a definirsi. Eravamo cresciuti insieme e così continuammo.

   Fu l’anno del pensiero magico.

   Il Professor Valle un giorno di quel periodo, mi disse di chiamarlo Mario: il suo nome di battaglia che non conoscevo. Forse aveva cominciato ad avere fiducia nella nostra collaborazione ma più probabilmente perché si stava spargendo in giro la voce di un interessante nuovo scrittore che aveva pubblicato, sotto lo pseudonimo Mario Valiani, una serie di racconti sul giornale locale. Il successo fu abbastanza importante a Verona tanto che in quell’anno, a Mario Valiani venne chiesto di pubblicare il suo racconto d’esordio “La bella lingua” nientepopodimeno che sul Corriere della Sera. La critica fu lusinghiera. Nel mondo letterario si diceva anche che lo scrittore stesse lavorando alla imminente uscita del suo primo romanzo. La Einaudi lo aveva messo sotto osservazione ma le rigide regole sabaude, rese immortali dal grande Cesare Pavese, sembravano stare strette all’eclettismo ecumenico del professore. Compagni di viaggio, la storia del ritorno di Leone Gross e Alberto Lusena, due ebrei italiani, dal lager polacco di Chelmno e le vicende delle rispettive famiglie, si accumulava ogni giorno di più sul mio fratino.
   Il grande romanzo italiano come lo aveva definito l’Americanista Bonetto, che era sicuro sarebbe piaciuto all’autore de La luna e i falò, sembrava reggere il peso delle aspettative. In quel periodo, nell’anno del pensiero magico, Mario Valle Valiani fu una presenza costante in libreria, la quale diventò una specie di covo e anche una sorta di rifugio sicuro dalle insistenti lusinghe torinesi, alle quali poi infine, l’anno successivo, cedette.
   “Senti Banda a me piace seni e non tette”.
   “Guarda Mario secondo me in questo frangente, ma ti dico solo in questo, la parola tette mi sembra più vera. Come dire autentica. Stai descrivendo un bordello austriaco come metafora di una certa falsità borghese circa la dissociazione dal periodo nazista e la durissima realtà post bellica della popolazione. Serve come dire a dare uno scossone al testo già di per sé carico di tensione. E poi ti distanzia da Boll, diamo colore al testo”.
  “No, no, non sono convinto mi sembra di tradire il mio stile Banda, vorrei mantenere una certa equidistanza dal sesso. Scadere nel volgare mi sembra troppo anni novanta e comunque non consono al periodo di cui stiamo parlando”.
  “Ok però non c’è niente di platonico, questi scopano e hanno appena ucciso milioni di ebrei. Il farmacista viennese ufficiale delle SS che descrive Boll nelle Opinioni è il classico avventore di quei bordelli. Vorrei spogliarlo della falsità”.
   “Si ma tu sei giovanissimo e ti piace sfidare la lingua classica con il disonore. E’ appena finita la guerra voglio mantenere un certo grigiore. Decolté sarebbe molto più centrato”.
   “Ma fammi un piacere Mario. Zinne potrebbe andare? ahahahahah”.
Potevamo stare anche tutta la mattina a discutere su una parola, una virgola, una descrizione. Mi piaceva e mi esaltava questa cosa. Mario aveva una specie di odio/amore verso la mia predisposizione per le espressioni più becere dell’idioma italiano. Secondo lui troppo da strada. L’immancabile Devoto-Oli Illustrato, dal famoso manto carminio, e il suo subalterno tomo grigio dei sinonimi e contrari campeggiavano regolarmente aperti sulle sfide; mentre le rispettive Faber-Castell, perfettamente acuminate, iniziavano lunghe e tortuose danze di parole preferite tra i fogli battuti a macchina dal fratello Carlo. E quando cedevo, soddisfatto comunque del confronto, lui soleva dire con simpatica supponenza professorale “Sei giovane ma molto brillante e pure sensibile perché sai quando fermarti. E’ la qualità che apprezzo di più in te, Banda”.
  Per me era facile dare un consiglio o insistere su un’idea non condivisa in quanto non la vivevo, contrariamente a Mario, come una questione di vita o di morte. Il testo rifletteva in me, distaccato dalle emozioni. Da questa riflessione, che l’Americanista Bonetto mi aiutò a definire, capii che come editor dovevo imparare a rispettare l’artista e a coglierne soprattutto l’anima. Se mai mi fossi messo in competizione sarebbe stata la fine. Benedetto Croce sosteneva che “ad una traduzione brutta e fedele ne preferiva una bella ma infedele”. Ecco quella fu sempre la cartina di tornasole riguardo al mio lavoro: cogliere l’essenza dello scrittore prima di tutto. Acchiapparne il cuore.
   Gli autori, giovani o esperti che fossero, erano presi a calci dalla propria ambizione. E quindi difficili da frequentare e da contraddire. Mario Valiani non fu mai da meno rispetto a questa narcisistica vanità e, soprattutto all’inizio, mi usava con la stessa bonaria indifferenza con cui usava l’oste del Masenar o il postino di Sottoriva. Si celava nel suo modo di fare una festosa energia omosessuale che era empatia ma anche distacco. Diventammo amici? Mai.
   La Augusto Bandini Editing S.n.c. prese forma e sostanza giuridica in quel periodo magico. Il Ragionier Fori liquidò la vecchia società che gestiva la Libreria Panta Rei, di proprietà della mamma e della zia Monica, suggerendoci il da farsi. La zia, che si trovava in Messico con il Toti, faxò le dichiarazioni necessarie e quando tutto fu a posto, mi ritrovai in società con la mamma e a sorpresa con l’Americanista Bonetto. Il punto fermo della nuova società non ero io ma la libreria. Io ero un’ipotesi in equilibrio instabile.
   Scoprii cose che nemmeno per sogno avrei mai potuto immaginare. L’Americanista Bonetto, Luciano Bonetto per la precisione, era un professore di Latino in pensione del Liceo Classico “Oronzo Canà” dove avevo studiato; grande latinista folgorato sulla via di Damasco dai saggi e dalle straordinarie traduzioni della sua cara amica Fernanda Pivano.
   L’Americanista Bonetto, come lo chiamavano tutti all’Osteria Masenar giustificando la sua folgorazione, era un bell’uomo alto e brizzolato di sessantacinque anni, uno zitello non per scelta che, quasi sicuramente flirtava con la mamma, ma che sotto sotto fu sempre innamorato, mai corrisposto, della Pivano appunto. Almeno così mi pareva aver colto tra le righe di certi discorsi. Il lettore si chiederà perché non avevo approfondito prima, tutte queste notizie? Bella domanda. La risposta è che non lo sapevo e che la vita quasi mai era naturalmente svelata.
   L’Osteria Masenar, oramai chiusa da tempo, era un cosmo a parte fatto di gente e di storie. Ma per me rappresentava il parco giochi, il tasto “pause” del registratore, l’isola non trovata, un’idea, l’utopia di una nuova possibilità. Mi abbeveravo di quell’ambiente pregno di vigna, mosto, umanità, costume, dialetto, soprannomi e simpatia. L’equilibrio di quei posti antichi era il rispetto delle vite altrui. Nessuno giudicava, tutti sapevano, nessuno sparlava.
   Dicevo, il punto fermo della Augusto Bandini Editing S.n.c. era la libreria, che funzionava a meraviglia sotto la sapiente guida della mamma; i cui muri scoprii, con mio enorme stupore, essere di proprietà di famiglia dell’Americanista Bonetto il quale, udite udite, viveva in un piccolo appartamento dell’ultimo piano con vista Castel San Pietro, sempre di sua proprietà, sopra il Masenar. Il patto con la mamma era fissato al solo fatto che lui mi seguisse nella mia formazione professionale che sembrava poter diventare anche il mio lavoro. L’Americanista Bonetto volle pattuire, davanti al Ragionier Fori e d’accordo con la mamma, un aumento dell’affitto pari al fatto che nell’arco di dieci anni io potessi scegliere se diventarne il proprietario. Facevano tutto loro mentre io annuivo disinteressatamente. In un certo senso esercitavo una specie di infedeltà, non tanto nei loro confronti, ma del futuro fantastico che molti attendevano.
   Il tutto mi fu totalmente chiaro quando, cinque anni più tardi, all’improvviso l’Americanista Bonetto si ammalò gravemente e mi convinsi del fatto che avevano preso, per i motivi più sbagliati, la decisione giusta.

   Stratos aveva ragione.

   A est il sogno del comunismo mitteleuropeo si stava sgretolando come neve al sole. E con esso la ragione di una vita per molti comunisti italiani. L’ideologia che più di tutte aveva condizionato, unito e istigato i fragili rapporti umani del dopoguerra, stava presentando il conto della disillusione. Un disincanto reso ancora più amaro perché a crollare non era un regime effettivo, come fu il fascismo, ma proprio l’idea stessa di un sogno come spinta verso un mondo migliore. L’amaro calice si concretizzò in tutta la sua forza storica, emotiva, simbolica e umana il nove novembre 1989 quando, con la velocità, la sorpresa, la potenza di un terremoto su scala Richter, crollò il Muro di Berlino.
   Settantadue anni dopo la caduta dell’Impero Austroungarico, la Mitteleuropa che era stata liberata dagli Absburgo, si ribellava ora dal ricordo dei carri armati sovietici e dal controllo dei servizi segreti della Stasi, assaltando senza opposizione quel simbolo di oppressione e scemenza umana. Al di là di quei lunghi reticolati arrugginiti che proteggevano l’inviolabilità del Muro da possibili fughe verso la libertà capitalista, scoprimmo che c’erano persone stufe, scoraggiate, demotivate e stanche in una società impolverata da decenni di immobilismo di Stato e blesa nei diritti umani per una convivenza civile spontanea. Scoprimmo che c’erano milioni di giovani, come noi, che non avevano mai assaporato il vento dolce e difficile della libertà. Giovani idealisti, giovani irredentisti, giovani dissidenti, giovani reali che esistevano e che, a cavalcioni del Muro ridevano, piangevano, esultavano, picconavano la loro prigione. Giovani che portavano negli occhi la felicità della libertà ma anche la sua intrinseca irrequietezza, incapaci di controllare tutta quella novità che cancellava l’oblio. Scoprimmo che vi erano migliaia di famiglie che dopo vent’anni di silenzio finalmente si ricongiungevano e milioni di anziani che forse già rimpiangevano, come il canarino che non sa volare, la sussidiarietà dello Stato.
   Un mondo reale esisteva nei colori lividi di vecchie giacche a vento, nei giacconi consunti di probabili campagne umanitarie, nella malinconia pastello delle inossidabili Trabant, nelle acconciature bionde da vetuste star del muto insomma un popolo che voleva fortissimamente essere liberato per tornare protagonista del futuro. Sembravano cose scontate per l’occidente che quelle immagini confutarono, invece, per sempre.
   Fu quella la forza che rese evidente la deflagrazione dell’inganno, perpetuato da un’idea che si era trasformata, per esistere, in un regime.
   Fu l’autogol del comunismo e Stratos in questo senso aveva ragione.
  Ma gli anni novanta in arrivo avrebbero avuto in serbo per tutti noi la loro innata velocità, la loro necessaria modernità, la loro imprevista futilità che, tutti i ragazzi indistintamente e inconsapevolmente, si portavano dentro. Nuovi prototipi di generazioni erano state immaginate come grandi fruitori di sogni in un mercato sempre a portata di mano. Bombardati dalle televisioni private, che sparando ad alzo zero ci avevano sorpreso, sedotti e corrotto con palinsesti aggressivi e disimpegnati allo stesso tempo, ci stavamo dirigendo verso una stagione dove tutto era possibile. E fu sotto il perpetuante lancio di pubblicità subdole simili a dardeggianti frecce, che relegarono definitivamente tra i dolci ricordi le tematiche pedagogiche del Carosello, che tutto cambiò. E poiché i giovani si muovevamo con la sacra e pericolosa sicurezza di chi li aveva preceduti, assorbimmo tutto con la velocità di uno spot. E anche noi orfani di un’ideologia comunista peraltro sempre messa in discussione, trovammo subito la via di una ricollocazione-riconciliazione ideologica, politica, storica, sociale, umana. Mentre là fuori il mondo diventò: acquistabile.
   Findus tracciò immediatamente la nuova linea concentrando il suo ragionamento in una parola: solidarietà. “In fondo la dottrina di Gesù Cristo” ripeteva rivolgendosi a Stratos “era pratica. Lui non scriveva Vangeli o Tavole del Sapere, stava tra la gente con un occhio sempre attento ai più deboli, ai bisognosi e quindi agli ultimi. Parlava con loro, li ascoltava. Per lui tutti erano uguali. Un po’ come noi abbiamo sempre fatto e continuiamo a fare con i ragazzi del quartiere. Diamo delle possibilità, costruiamo occasioni, stimoliamo la partecipazione, il senso di appartenenza, questa è sempre stata la nostra missione oltre al calcio. Per i giovani e con i giovani. Ma anche con i genitori e le famiglie. Il Club Montreal Genitori l’avevamo istituito in tempi non sospetti. Dentro a questo meccanismo per me l’ideologia marxista non cambia affatto. Anzi magari possiamo anche accantonarla come concetto politico e sostituirla con il valore della solidarietà. Che peraltro abbiamo sempre perseguito dai tempi in cui portavamo i ragazzi drogati in vacanza con noi. Vi ricordate quanto metadone abbiamo trasportato a nostro rischio e pericolo. Abbiamo sempre aiutato le famiglie in difficoltà con gesti concreti, coinvolto i genitori negli organigrammi e tutti i ragazzi hanno sempre trovato il loro spazio e alla fine anche la loro strada. Questo continueremo a fare”.
   “Eh si” interveniva anche Gui “diciamo che sulla devianza giovanile abbiamo fatto e stiamo facendo la nostra parte. Peraltro senza bandiere particolari, né cattoliche né comuniste. E questa è stata la differenza che ci ha reso liberi e credibili. I ragazzi ci hanno dato la loro fiducia. Abbiamo sempre fatto alla nostra maniera in perfetto spirito montrealese. Indistintamente per tutti coloro che avevano voglia di partecipare ma soprattutto accogliendo tutti, soprattutto i ragazzi difficili. Vi ricordate i “monelli”. Quelli che avevano aggredito il pizzaiolo. Cazzo chi li avrebbe seguiti se non noi? Questi erano allo sbando senza regole ne inibizioni di sorta. Violenti e con qualche problema con gli stupefacenti. Ma dimenticati. E’ facile parlare ma il più delle volte bisogna rimboccarsi le maniche. Prendersi delle responsabilità, rischiare. Noi lo abbiamo sempre fatto, con orgoglio e competenza. Quanto meno ci abbiamo messo l’anima e l’entusiasmo che a volte valgono molto di più che parole lasciate nel vento. Essere di sinistra vuol dire spendersi per gli altri, integrare il diverso, costruire ponti e non muri. E’ un movimento che deve tendere all’esterno; la nostra è una missione. Non vogliamo sponsor, siamo i padroni di noi stessi. Il volontariato è la nostra storia e così sarà”.
    Insomma anche qui aveva ragione Stratos.
  L’aura cattolica dentro cui tutti noi, chi più chi meno, eravamo stati cresciuti incombeva sempre all’interno dei ragionamenti ideologici.
   Gui e Findus erano espressioni del movimento pastorale della nostra parrocchia fino alla diaspora giovanile, per cui avevano scelto la strada dell’U.S. Montreal. La società sportiva era comunque di estrazione parrocchiale e quindi per alcuni aspetti tutto tornava. Semmai quello che cominciava a cambiare erano gli obiettivi sociali e sportivi che, sotto la spinta di una crescita esponenziale verso l’esterno del quartiere vecchio, stava cambiandone la dimensione dentro a più parrocchie. Il quartiere si era espanso in maniera esponenziale, nuove famiglie e giovani leve attendevano risposte concrete e sempre più urgenti. Il cuore restava tra le case storiche del vecchio borgo ma la sfida lanciata a ridosso degli anni novanta era ben al di fuori. L’U.S. Montreal era oramai una realtà cittadina e la mole delle attività sviluppate dalla seconda metà degli anni ottanta, erano più identificabili in un ente di promozione sportiva che in un club di calcio.
   L’aspetto caritatevole e solidale fu ufficializzato con la creazione della Cooperativa Vivi Montreal, che da subito guardò alla situazione balcanica.

  L’inizio dell’attività agonistica del 1989, grazie ad un’imprevista concausa favorevole, sancì la mia promozione a capitano della squadra. Un fiume di pensieri agitarono le fiere praterie dell’orgoglio. Il bambino che non riusciva a competere con i suoi fantasmi e contro avversari talvolta troppo robusti, stava per realizzare il suo sogno: diventare un vero calciatore. Per assaporarne appieno la gioia, mi rifugiavo spesso tra i ricordi gelosamente custoditi dalle mura medioevali e il fortino austriaco, dove si ergeva come un’isola selvaggia il campetto della mia infanzia: il Decio Corubolo. Con il pensiero perso in mezzo alle resilienti fronde di cappero selvatico, che sembravano spiovere dagli interstizi dei mattoni scaligeri come un perfetto pallonetto all’incrocio, sentivo le urla e le grida di tutti quei bambini pieni di speranze; ognuno dei quali, ne ero certo, aveva sognato un giorno di giocare contro Riva, Rivera, Mazzola o Antognoni. Quel sogno che a mano a mano veniva svelato nel disincanto, restava una promessa di riscatto per il futuro. Perché anche se il palcoscenico non sarebbe mai stato quello della Serie A, il bambino di allora giocava con i suoi sogni anche da grande.
   La sensazione di aver colto l’occasione per riscattare la sostanza di quella passione era la mia storia che si faceva straordinaria. Quando indossavo la maglia numero dieci e la fascia di capitano giocavo anche per quel bambino che aveva lottato tanto per non abdicare al sogno, in mezzo a tantissimi altri bambini che invece vi avevano rinunciato.
   Il calcio mi stava restituendo quei sogni perfettamente intonsi e tutte le grandi speranze che avevo creduto potessero diventare reali solo per il fatto di saperci fare. Ora che mi stavo affermando avevo acquisito un’aura di forza, carisma e rispetto, che scintillanti mi lanciavano, nei pensieri degli allenatori e dei giocatori avversari, tra i calciatori talentuosi e per questo temuti. Essere considerato alla pari dei vari Canton, Poli e Zanetto, eroi di quell’infausto provino milanista (Bravo Thoeni), era tutto ciò che sapevo poter esistere dentro di me. Aver scoperto, a venticinque anni, quel vaso di Pandora fu molto di più che giocare in Serie A.
   Supportati dalla raffinatissima intesa con Brera, Traca, Stratos e Galbu cominciammo una scalata inarrestabile per quanto impensabile e furibonda. L’anno del pensiero magico era arrivato così, senza preavviso, dopo tre pareggi incolore, una sconfitta e una diagnosi poco rassicurante del Dott. Storti che mi prospettava, per la fine del campionato se mai ci fossi arrivato, un’urgente pulizia del menisco dolorante. Questa notizia fu l’architrave della mia esplosione, perché ebbe l’effetto di un gerovital e, psicologicamente tenne insieme tutte le forze positive di cui disponevo, corroborando una fortissima reazione contro la sfiga. E poi tutta questa energia risuonava in me come una melodia. Ricordavo sempre la sera del 1978 in cui Brera, allora non ancora soprannominato così, mi insignì negli spogliatoi del Mario Federale del titolo di Golden Boy di Via Leningrado, non tanto per quella vittoria pazzesca ma per il suono dolce della chitarra del Boone che mi mancava come l’aria. Il quale aveva intonato, con tutta la forza di un sogno, la nostra canzone preferita, la più evocativa, la più bella di tutte, che ci aveva accompagnato, come un fedele compagno di viaggio, lungo la strada impervia dell’adolescenza. E ogni volta che mettevo piede in campo mi venivano in mente le prime note di quella canzone, che Boone interpretava come Bennato, e quella melodia così lirica era come se stesse suonando dentro di me e non fosse più soltanto un ricordo.
   Quei giorni luminosi erano parte di me, i miei amici che non vedevo più giacevano in me, nelle melodie delle nostre canzoni preferite; che avevamo cantato nelle lunghe nottate insonni tra le camerate fumose accalcati sui letti a castello, davanti ai falò nei prati di montagna, nei tragitti in pullman dalle nostre gite ed in piazza sulle solite lerce panchine. Ed erano emozioni struggenti per quanto anche dolorose ma che contenevano la forza per continuare a insistere, per credere in sé stessi, per sperare di ritrovarci ancora. Ricordare quei giorni era come darsi un pizzicotto sulla ganascia, per dire a sé stessi che il sogno era diventato realtà. In qualche modo ci eravamo aperti al mondo e alle possibilità che poteva offrire. Non giocavamo più in difesa, in altre parole eravamo in grado di dare.
   La situazione portava con sé, per non dimenticare, il bisogno intrinseco di rimpiangere, come frutto di un’appartenenza, anche i ragazzi leggendari che non c’erano più come il mio amico e primo allenatore Paolo Malerba e tutti quelli che si erano persi per strada.
   L’U.S. Montreal, intanto, stava prendendo tutto il piatto e che quello fosse solo l’inizio me ne accorsi quando Gui e Findus, al mercato invernale di dicembre 1989, si assicurarono le prestazioni del più importante giocatore che aveva mai vestito la nostra gloriosa maglia, nel nuovo corso.
   Come un ufo in una rigida notte invernale, cominciò la sua lunghissima militanza montrealese il fluidificante Filippo Contenti che atterrò, sul grigio manto ghiacciato del Mario Federale, direttamente dalle sponde semi-professioniste dell’Interregionale.

   Via Leningrado restava il rifugio dove tornare la notte: la casa della mia vita satura di ricordi e giornate positive. Il luogo dove condividevo con la mamma le esperienze che vivevo nel mondo esterno.
La sera in cui crollò il Muro di Berlino faceva freddo mentre rincasavo a piedi dalla piazza. Due gatti neri stazionavano all’altezza di Vicolo Marcellini, seduti ma all’erta sul cofano caldo di una Ritmo bianca, come in attesa dei loro predatori. Il quartiere era accerchiato di una fastidiosa foschia che sembrava permearsi con le macchine e le case non ancora riscaldate dai ruggenti termosifoni di ghisa. Il cielo incombeva buio sopra i lampioni fiochi della periferia e nemmeno le luci gialle delle vetrine riuscivano a fendere quell’insolita fredda bruma. La città era sospesa, trafitta dagli intermittenti riverberi blu delle televisioni accese e come in una scenografia della propaganda bolscevica sentivo l’eco di una voce televisiva provenire dalla Sezione “Lenin” del Partito Comunista di quartiere. Mentre mi avvicinavo mi tornavano alla mente le immagini di Fantozzi alle prese con la visione della Corazzata Potemkin e la storica frase “è una cagata pazzesca”. Da tanto tempo non tornavo più a piedi dalla piazza e mi accorsi che quel pensiero, il quale mi sorprendeva automaticamente ogniqualvolta mi trovavo in prossimità della svolta a destra per Via Leningrado, era straordinariamente divertente e attuale.
   La voce usciva nitida dalla sezione colma di compagni silenziosi, mentre altri più impazienti fumavano nervosamente sul marciapiede. Ricordai con ironia che il segretario di quartiere era il Professor Ciscati, chiamato Stalin, per la sua battaglia intransigente contro il fumo di sigarette. La sala stracolma era il negozio del vecchio lattaio Giovanni, morto qualche anno prima, che aveva lasciato i muri al partito una volta andato in pensione. Aveva fatto la sua parte diceva sempre; sul muro di fronte alla saracinesca campeggiava il volto eterno di Berlinguer con la cerata gialla e un po’ più a destra sempre il grande Enrico in braccio a Benigni. Mi commossi. Una voce grassa sovrastò il silenzio e il fumo delle Marlboro costrette al vento e al freddo, da Stalin-Ciscati.
   “Ciao Banda, che cavolo quanto tempo che non ci si vede” era Stefano Bonazzi, conosciuto da tutti come il Bomba. Colui che da quando frequentavo Piazza Mazzini, diciamo all’incirca dal 1974, ogni santa o maledetta domenica mattina, volantinava con orgoglio comunista “L’Unità” all’uscita della messa delle undici e poi veniva al bar.
   “Ciao Bomba e allora cosa si dice?”.
  “Qui crolla tutto Banda, ma proprio tutto. Speriamo in Occhetto, se no la vedo difficile. Ci tocca di morire”.
   “Forza Bomba, tieni duro”.
   “Si, si. Ma scusa ti saluto si collegano da Berlino finalmente. Stammi bene Banda”.
   “Ciao, vecio Bomba”.
   Mi fermai all’angolo.
  A sinistra Via Leningrado, la mia casa, sonnecchiava tra la foschia e pensai “Chissà se si chiamerà ancora così?”. Il nome di una via era importante per chi ci aveva abitato dalla nascita. Per un attimo dubitai, ma poi una squillante voce femminile, accolta con la battuta di uno dei compagni presenti “Che figone la Gruber”, colse l’attenzione e il silenzio calò sul Tg1 che gracchiò in diretta.
   “Una notte storica, indimenticabile non solo per la Germania dell’Est ma per tutta la Germania e per il mondo intero. Nel giro di poche ore dopo ventotto anni il Muro di Berlino nel cuore dell’Europa, simbolo della contrapposizione del mondo in due blocchi è stato abbattuto per sempre”.
   Seguirono urla, clacson, canti da Berlino e quindi una veloce intervista dalla prima Trabant pronta a passare a ovest.
   “Vado a bere una birra, un caffè, faccio il giro della città e poi torno a letto”.
   “E’ mai stato di là è la prima volta?”.
  “Mai è la prima volta dopo ventotto anni. Ho quarantasette anni non riuscivo a rendermene conto, l’ho sentito alla televisione. Poi ho detto andiamo subito a vedere, abitiamo qui vicino e ora siamo qui e passiamo per primi”…

   E così il capitalismo, il trionfante capitalismo aveva ragione; le masse così amabilmente chiamate dai pensatori comunisti, venivano catapultate, trascinate a centinaia di milioni nel benessere costruito dalle imprese, dalle banche e dalla tecnologia. Nel frattempo il mondo, una volta liberato dalle folli iperboli naziste e dalle logorroiche ambiguità comuniste, si sarebbe diretto verso un linguaggio il più semplice possibile, per una melliflua società dei consumi, corrotta abilmente dalle grandi multinazionali e dalle bugie finanziarie; in una voce che affascinava: globalizzazione. Si stavano armando interi eserciti di consumatori globali che avrebbero dovuto rimanere, come eterni bambini, a bocca aperta al cospetto delle magie pubblicitarie e del libero mercato. Tutto qui? Boh.

   Presi Via Leningrado stretto nel giaccone di camoscio marrone, mentre iniziavano ad alta voce le logorroiche, infinite riflessioni post comuniste. Pensavo a tutti i ragazzi e le ragazze che avevano dato la vita per un’ideale che si era rivelato, come quasi sempre accadeva, uno dei tanti tradimenti dell’uomo sull’uomo. E così era stato per il comunismo. Quell’uomo nuovo così tanto invocato, aveva fallito. Aveva miseramente tradito di fronte all’ancestrale egoismo che ci possiede, di fronte al conturbante fascino del potere sulle masse. L’uomo nuovo si era rivelato un uomo vecchio, medioevale, barbarico e meravigliosamente ignorante. Campione di un’ottusa, ipocrita convinzione che chiudeva il pensiero critico nella gabbia delle dottrine e degli “ismi”.
   Mentre sentivo gli echi delle riflessioni che cercavo di contrastare con pensieri ribelli, mi accorsi che invece stavo soffrendo. Faticavo ad essere imparziale di fronte alla disfatta. Che Guevara era stato tradito o aveva tradito lui stesso? Ero stato tradito dall’ideale proletario che tanto avevo sperato potesse essere anche democratico? Esisteva un mondo migliore?
   Aprii il cancellone grande che cigolò alla nebbiolina come per salutare il suo ragazzo, finalmente al sicuro. Introdussi la Yale triangolare nella serratura della porta di legno a vetri che era talmente logora da non fare più nessun rumore. La luce blu della televisione mi aveva avvertito che la mamma era a casa, sicuramente in poltrona. Entrai di soppiatto come un ladro. Avevo fame ma nello stesso tempo non avevo voglia di farmene. Un caffelatte? Una busta di riso ai funghi della Knorr? Declinai quel pensiero. D’altronde non erano i miei orari di rientro e la mamma sicuramente era stanca. Ultimamente sembrava preoccupata. Dal tubo catodico della sala uscivano entusiastiche riflessioni sul futuro fantastico. Le televisioni di tutto il mondo occidentale stavano per invadere, avide di curiosità e moralismo, Berlino Est e la segretata società comunista. Come liberatori dal nuovo mondo o imperituri ficcanaso, immaginavo troupe di scaltri cronisti e di giornaliste imbellettate che cercavano il migliore scoop, l’inquadratura più accattivante, la foto dell’anno, per raccontare a tutti i costi l’immortalità della storia che si stava consumando oltre cortina. Sembravano tutti berlinesi come aveva dichiarato Kennedy, nel famoso discorso del 1963. Ero incazzato. La sensazione di essere stato fregato non mi dava pace. Ma anche tutto questo nuovo e falso sciovinismo televisivo, dov’erano finiti i compagni giornalisti (!?), che a gran voce attraverso le prestigiose trasmissioni e le roboanti testate, ci avrebbero spiegato che loro l’avevano detto. Suonava totalmente falso. Spinsi delicatamente la porta del disimpegno che mugolò appena come un bastardino di strada. Le luci della televisione riflesse sui vetri zigrinati della sala rendevano stroboscopico il buio delle scale di fronte all’entrata. Biagi o forse Bocca stavano parlando in un qualche speciale. Mi avvicinai alla porta, volevo salutare la mamma dirle che ero arrivato, ma mi fermai.
   Voci di ragazzi e ragazze felici che raccontavano i loro anni di là dal muro e delle nuove speranze. Forse anche Montanelli era presente, lo riconobbi perché nel parlare forbito assomigliava troppo a Stratos; mi fermai la mamma piangeva.
   Alle soglie dei sessant’anni, le capitava sempre più spesso di immedesimarsi nelle sofferenze altrui e su questa convinzione non mi feci sentire. Guardando quei ragazzi entusiasti, forse pensava alla giovinezza, a quando si era innamorata la prima volta, alle serate indimenticabili del dopoguerra, ai prati di fronte a casa dove si poteva andare a giocare senza paura dei bombardamenti. A quando Via Leningrado e tutto l’isolato era stato edificato di villette liberty grazie ai risparmiosi colletti bianchi delle Ferrovie dello Stato e a come amava ricordarlo. Al nonno Antenore, alla nonna Emilia, al fallimento con papà.
   Tirai dritto su per le scale, conoscevo la mamma; non amava essere smascherata. E nemmeno io.
   Mi rintanai sul letto a luci spente, ascoltai Dalla e mi addormentai.
  Sognai continue erezioni: Giulia Disempre sorridermi dalla poltrona carminio a gambe maliziosamente aperte, Anita Comparon piangere prosaicamente nuda tra le mie braccia, un amplesso segreto con la Giovi come uno storico sogno realizzato e una romantica scappatella con la Vale; probabilmente avevo bisogno di autostima e di coraggio. Sognai Galbu e mi svegliai di soprassalto terrorizzato.
   A Massimo Galbusera piaceva soprattutto la figa e questa era l’unica certezza post comunista.
   La mamma saliva dolcemente le scale e mi riaddormentai.

   L’anno del pensiero magico era appena iniziato.