La neve copiosa arrivò. Un cielo plumbeo colore del piombo incombette sopra il nostro isolamento. L’inverno dopo un approccio che aveva a che fare con la timidezza, a dicembre in una nevicata fuggente che sbiancò per pochi attimi il manto terroso del Mario Federale, ci fece capire di che pasta era fatto. Gaudente Generale al fronte, posò la neve su uno strato di ghiaccio amaro che la imprigionò per giorni interi. Le case fumavano dai comignoli e i tetti sembravano vecchi ricurvi sui loro anni. Restammo ostaggio del maltempo che pareva aver nascosto l’umanità intera. L’infanzia e quella sorpresa di vedere così tanta neve a bocca aperta, si rifece realtà per quell’attimo che ne ricordava le atmosfere. Non ero abituato a tutto quel silenzio, così introspettivo. Il Toti una volta in classe disse “Per i samurai il sentimento più alto non è la felicità, ma è la malinconia consapevole perché coincide con la bellezza e con la conoscenza della sua caducità”.
In quel silenzio ero consapevole.
Mi rifugiai nel mio studio-cameretta e aggredendo con l’auto reverse “The End” e “Light my fire” buttavo giù nuove righe sul quaderno rosso. Un’ansia indomabile mi prese verso la scrittura che catalizzò il giorno e la notte. Anita Comparon e quel bacio a palmo aperto era una presenza onirica che galleggiava tra la neve, i sentimenti e lo spazio. Una selva di emozioni si accatastavano dentro di me. Ben presto riempii il quaderno e un altro ancora, fino a che ne uscì una storia.
Il primo racconto della mia vita si intitolava “Sally e Camargue”. Pensare che prima o dopo andrà a puntate sul giornalino dell’U.S. Montreal “Tremonal” mi fa accapponare la pelle. Nessuno ci capirà niente. Ho pensato di cambiare nome, per camuffare la vergogna. Lo prenderò in prestito da Bukowski. Si, sembra perfetto. Mi firmerò Hank.
Briciole di stelle si sono sparse sulla mia esistenza, da quando, sotto quella bufera di neve, ho capito di poter avere un obiettivo reale e raggiungibile, se non altro possibile, almeno per me stesso. “Io scriverò” è una canzone sconosciutissima che, distrattamente, sta girando sulle frequenze di Radio Tartaro. La adoro e scrivere mi fa stare bene. Mi piace quasi come giocare a calcio. Lo faccio principalmente per me stesso e questa cosa mi sembra meravigliosa. Non ho nessuna aspettativa e quindi sono libero. Libero di viaggiare dove voglio. In avanti, indietro ma anche nelle profondità delle cose e della vita. Giocare con le situazioni e inventare nuove realtà. Forse sto ricercando un senso, al vuoto che ogni tanto prende noi giovani, davanti alle responsabilità, alla noia, alle avversità, agli obiettivi difficili, agli imprevisti, alle paure.
“Se vuoi scrivere devi saper leggere” mi redarguisce il Toti alla cantina “Masenar” “se vuoi raccontare, allora basta saper ascoltare“. Per questo a volte è importante fare attenzione alle canzoni, a come sono state scritte, al tipo di atmosfere che sono in grado di creare e alle sensazioni che sanno comunicare. E comunque scrivere e raccontare sono facce della stessa medaglia” chiudendo così il discorso quando insisto entusiasta, di cantautori e canzoni.
Proponendomi ogniqualvolta di rimessa, coadiuvato dall’americanista Bonetto, tutta una serie di libri irrinunciabili da leggere. Sul comodino della camera e sotto il poster di “Che Guevara”, si staglia una pila simile alla Torre di Pisa. Ovviamente non ho bisogno di andare in biblioteca perché ci pensano la mamma e la zia Monica a rifornirmi. Per quanto riguarda la musica, una fitta rete di cassette registrate e una serie di viaggi lampo a San Marino, corroborano una specie di mercato nero in piazza. Quattro album su tutto, in questo prima metà di 1981, “Siamo solo noi” di Vasco Rossi, “Finardi” con la meravigliosissima “Patrizia”, “La voce del Padrone” di Franco Battiato e “Fabrizio De Andrè” dal Sand Creek.
“Il giovane Holden” di Salinger, invece, è un viaggio psichedelico nella mente di un ragazzo in difficoltà, perso nel suo vuoto e, l’inizio mi intriga da morire. L’americanista Bonetto mi ha talmente rotto le palle perché lo leggessi, che alla fine lo dovrò anche ringraziare. L’altra sera sulle panchine ho letto le prime righe ai miei amici, riscuotendo un discreto successo…
“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle belle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto”.
Preso dall’entusiasmo, ma incautamente, li ho incalzati tirando fuori dalla borsa di cuoio, “Tenera è la notte” di Fitzgerald perché mi piacerebbe saper scrivere un incipit così …
“Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante”.
Il Bobo, ad un certo punto, era talmente esasperato che mi ha lanciato il suo storico anatema, come solo lui sa fare, diciamo un classico tra i suoi silenzi “Va in mona, Banda”. E tutti giù a ridere.
Terminata la “sbrodolata” culturale ci siamo subito tuffati nelle nostre cose e nei discorsi che ci legano nella semplicità di incontri apparentemente pigri.
Il vento ogni tanto, soffiando tra i pini secolari fa cadere miriadi di aghi appuntiti come spilli e, le ragazze come sorelle, roteano all’unisono le loro chiome scintillanti, un po’ come la “Raffaella Nazionale”, e che precipitosamente riprendono come sull’orlo di una disfatta, per legarle attraverso movimenti rapidi e meccanici, con l’elastico alle nuche. Queste mosse fanno parte del mondo. E quindi, chiacchiere e crocchi, risate, idee per la domenica pomeriggio e motorini in arrivo. La solita Graziella sul marciapiede, Vespe parcheggiate in file militari, urla, marmitte sgasate, scrosci improvvisi di campane, Marlboro fumanti, una chitarra sulla panchina, borse di cuoio sparse qua e là, borsoni da calcio a riposo sulle selle o sull’asfalto e un pallone sempre pronto per un tiro furtivo tra i marmi della chiesa.
Questa è la nostra vita nei momenti di ozio e libertà. Ho la netta sensazione che questo tutto sarà per sempre. Come potrei immaginarmi senza Bobo o Giovannino? Senza la simpatia e l’intraprendenza di Brera, la scaltrezza fascinosa del Boone o la classe nobile di Tony Crippa? E le capacità organizzative di Findus e l’autorevolezza di Gui dove le mettiamo? Da un po’ di tempo poi, è fissa la presenza della Francy meravigliosamente eclettica… e figa. Come anche la Giovi, pazza quasi come Brera nei momenti senza freni, e la piccola Vale che straborda di gesti artistici come i capelli tinti di rosso. Compresi i miei nuovi compagni di squadra, sapientemente inseriti da Gui, ed infine anche la Anita Comparon con il suo ragazzo Carlo. E nuove ragazze dalla parrocchia e altri amici sul sentiero. Tutte queste relazioni sono fonte continua di stimoli. Impongono costanza, rispetto e voglia di vivere. Perché, più ci si allarga di numero e più si evidenziano differenze e punti di vista differenti. Tutto è costantemente messo alla prova. Dentro ad un equilibrio che definirei instabile. Eppure l’energia che si sprigiona in questo marasma è quanto di più vicino all’immortalità. La giovinezza è come una marea. Inesorabile per quanto puntuale e fuggente. La bellezza sta nel fatto che percepiamo tutto questo flusso energetico ma non sappiamo dominarlo. Perché nessuno può sapere cosa succederà domani. Il Toti, in classe, ci sottolinea allo sfinimento, come lui solo sa fare “Fatte non foste…! Ricordatevi che il futuro non è ciò che accade e basta. Ma dipende da noi. Dai nostri comportamenti, dalle nostre scelte, dall’etica di una vita sana e vissuta appieno”.
Abbiamo idee e sogni, punti di riferimento e strade sbagliate quasi sempre alla nostra portata. Garantire quale storia saremo è quasi impossibile, però. A volte non abbiamo il controllo delle cose. Ed è proprio per questa incertezza che, all’interno di un gruppo, di una compagnia, si fa strada questa voglia di “per sempre”. Un po’ per esorcizzare il futuro cattivo e molto per racchiudere dentro di noi l’immacolata infanzia. Pensare di vivere assieme in una comunità strutturata, tipo quella inglese di “Sanford”, sono una delle tante idee che guizzano nelle menti floride di Brera, Gui e Findus. Inconsci che molti di questi tentativi sono falliti, grandi discussioni in merito vengono intavolate sulle gelide panchine. Proprio in questi momenti le differenze risaltano evidenti come una macchia di colore su una tavolozza in bianco e nero, come un pugno improvviso sul tavolo. Ma pensare a cose impossibili è un motore di idee, formidabile. Forse, è come se fossimo costretti ad indossare una maschera. Per ingannare il tempo che passa? O forse per non seppellire troppi errori dentro di noi? Qualcuno di noi cambierà?
Rifletto spesso sulla vita ed il suo divenire. E’ una continua lotta tra quello che vorrei essere e ciò che realmente sono. Una battaglia senza esclusione di colpi che mi agita, e mi fa sentire di volta in volta soddisfatto o inesorabilmente frustrato. Non so come spiegare bene questi alti e bassi. Nel calcio per esempio, eterna scommessa della mia vita, è ancora più difficile, perché nelle giornate storte non posso nascondermi. Ed alla nostra età, per quanto l’amico, l’allenatore o la squadra possa supportarti, ognuno di noi alla fine pensa a sè stesso. Alle proprie virtù, alle giuste speranze. Alla prestazione sportiva e ad essere sempre più bravo. In compagnia sono più protetto, perché all’occorrenza mi nascondo meglio e quindi, quando capita, posso esprimere talune capacità con maggiore calma e sicurezza. Ma non sempre. Intanto è l’energia carica di un temporale estivo, che ci muove verso il piacere, soprattutto nelle domeniche pomeriggio o nelle giornate di festa liberi dal calcio giocato.
L’amore è un sentimento che sembra giocare la sua parte in tutte le cose che facciamo. Nelle interazioni di gruppo e nei rapporti personali. Soprattutto ultimamente dove molte cose sembrano essere in movimento. Più cresciamo e più si capisce che qualcosa di diverso aleggia tra e dentro di noi. Come una ricerca che ha a che fare con noi stessi e le necessità impellenti. L’amore, appunto, come filo conduttore di tutti i rapporti. Maschio-femmina, maschio-maschio, femmina-femmina, conio empirico tra empatia, sentimento e conoscenza. Proprio su questo tema la scorsa settimana a scuola il “Profe” Toti ci ha lanciato una riflessione “Secondo voi l’amore si esterna solo attraverso una relazione fissa o il matrimonio? E tradire questo legame lo si può fare solo attraverso gesti fisici o verbali?”. Salvati cielo. Insomma stavamo parlando degli stilnovisti e il concetto d’amore, e lui come spesso fa, ha buttato una serie di provocazioni che sicuramente ho riassunto malamente in queste due domande. Ma tant’è, accontentatevi. Purtroppo non sono mica John Updike.
Per inciso, a proposito di ambienti, compagnia o squadra di calcio, la scuola è un luogo che definirei di passaggio. Come essere seduti al tavolino di un bar sulla Main Street di Paradise Falls. Un posto dove, a parte la mia Giulia Disempre scomparsa in direzione Milano, non ho relazioni così importanti da indurmi a nascondere o lottare. Un luogo dove mi sento di osare, probabilmente perché non ho nulla da perdere o da dimostrare. L’apprendere, lo studio, il sapere e il ragionamento è già abbastanza per uno pigro come me. Tutto questo, però, per dire che nella discussione ho osato il ruolo del libertino, alternativo e poligamo. Provocando, io stesso, le reazioni stizzite delle mie compagne e le urla di qualche compagno tradizionalmente legato alla monogamia, ahahahahahahahahah.
Anche in compagnia la riflessione sull’amore e sulle relazioni amorose ha colpito nel segno una notte ai piedi del palo rosso. Ho mantenuto la linea libera e sbarazzina, sottolineando il fatto che Toti aveva sostenuto tra le altre, che “Anche una carezza era un gesto d’amore. Che per tradire non necessariamente si deve andare a letto insieme” e via discorrendo con tutta una serie di pregiudizi sfatati sull’amore, il sentimento, le relazioni ambigue.
Gui, dall’alto della sua esperienza di ex capo chierichetto, ha subito sintetizzato il suo pensiero “Secondo me l’amore è il sentimento per eccellenza. Va rispettato e coltivato come un fiore. Si deve amare per sempre e concepire solo dopo il matrimonio”.
Una rivelazione per tutti ma soprattutto per Findus che più prosaicamente, o meglio da catto comunista in itinere, ha smussato il sodale dicendo “L’amore ha volte può essere anche una gabbia, però. Una prigione a cui è difficile sfuggire. Amore come possesso, amore come costrizione, non è amore. Amore è condivisione e rischio. Rischio di mettersi in gioco, perché di amore si può anche soffrire. La consapevolezza di tutto ciò, ti può mettere al riparo dagli incerti che ogni relazione nasconde dentro sé. Una carezza, uno sguardo che viene dal cuore è come un bacio, un contatto fisico. Si, approvo”.
“Ma vai a cagare Findus. Ti pare che una carezza possa valere una trombata” si è intromesso Bobo con una certa acredine nei confronti di Findus, antico sentimento non ancora sedato e racchiuso nella famosa frase “Due sfigati”, portando comunque semplicità al ragionamento “insomma siamo giovani, non possiamo farci tutte queste tare. Se a me piace una ragazza, voglio baciarla, toccarla, vivere quello che viene. Senza tanti ragionamenti”.
Mentre parlava, osservavo Giovannino che era come insofferente alla discussione. Roteava gli occhi come per dire cambiamo argomento. Ancora fatica ad affrontare cose troppo serie. Ha bisogno solo di svago dopo la morte del fratello. Tony Crippa, invece, parlava fittamente con la Vale, che rideva, ammiccava e gli mostrava i capelli rosso vivo che si scomponevano lungo un décolleté da urlo. Ma Brera irruppe con tutta la sua forza d’animo e la sua classe “Sentite, io credo nell’amore. Ma non posso pensare che Boone e la Francy si sposeranno. Cioè non posso pensare che quello sia il loro scopo adesso. La loro convinzione cazzo”.
“Beh, pensa per te” ha ghignato, ma non troppo, Boone dalla sella della sua Vespa, aggiungendo tra il serio e il faceto “sai che io sono per l’amore libero. Però sembra che la Francy non la pensi come me. Per me essere libero significa non mettere catene all’amore, soprattutto. Non farlo spegnere nella noia. Gui dice che bisogna coltivarlo come un fiore? Bene, e allora non soffocarlo. Toglierli l’aria che alimenta quel fuoco. Cazzo Banda, senti che filosofia a quest’ora”. Gui e Findus annuivano poco convinti ma più che altro smarriti di fronte a tanta passione per la discussione.
Riattaccò Brera, sorridendo verso di me e sottovoce dicendomi “E’ fortunato che non c’è la Francy. Gli farebbe un culo grande come una casa!!!” poi ha rincarato il suo concetto “Va bene però insomma, quantomeno ce né di strada ancora da fare, no Boone? Fiducia, per me è la parola chiave su cui deve basare un rapporto duraturo. L’amore, è fiducia reciproca. Io vorrò condividere con la persona che amo, un rapporto di piena fiducia. Entrambi dovremo essere per noi stessi, le persone di cui ci si possa fidare ciecamente. Per sempre. Nel bene e nel male. Da ex giornalista de “Il Momento” seguo un versetto delle scritture. Quello di San Paolo ai Romani “Ti ho amato nei momenti più bui””.
“Ma vaffanculo” ha urlato dalla Vespa il Boone, con l’eco del Bobo e una risata plateale che ha scosso i giardini e la piazza. A quel punto Tony Crippa ridestatosi dalle tette della Vale, ha messo la chiusa “Scusa Gui, ma vuoi divmi che tu scopevai solo dopo ed in caso di matvimonio?”.
L’altra faccia della medaglia, infatti, è il sesso. Anarchico, brutale, edonista, farabutto. Qui invece non si parla di sentimento ma dell’esercizio fisico dei sensi e di una voglia matta. Il salto diventa triplo. Almeno per il Banda, che non ho mai nemmeno baciato con la lingua. Il Boone lo pratica con assiduità, soprattutto ultimamente sapientemente perso dietro alle curve sinuose della Francy. Spesso al palo rosso, dopo la mezzanotte, ne illustra con dovizia alcune pratiche apparentemente orribili. Ma sempre in terza persona. E secondo me anche Brera, ce ne dà a rotta di collo con la Giovi. Glielo leggo dal sorriso. Di entrambi. Ma qui si pone, appunto, il tema del quesito di Tony Crippa. Cioè, sesso con amore? Sesso senza amore? Sesso solo dopo il matrimonio, come impone il rito cattolico? Il sesso come pratica animale. Come conquista del corpo altrui. Sazietà di sensi. E lo si può fare così brutalmente quando di mezzo c’è il sentimento? Oppure può essere vero e brutale, allo stesso tempo, solo quando c’è la voglia, l’attrazione. Cioè quando entrambi i corpi, si sbranerebbero ad un solo sguardo furtivo. Quando gli ormoni si scatenano in un ritmo animale, verace, come le foto immortali di “Paradiso Erotico” quel giornalino rubato, che chissà dov’è?
Perché dietro a tutto questo, invece, c’è il proibito, lo sporco, il quasi criminale. E’ possibile pensare che le due narrazioni amore e sesso, possano ricondursi alla stessa persona amata!?
“Augusto facciamo una foto insieme. Ti va?” la richiesta mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno.
Stavo osservando la discesa ripida del prato ed il suo colore verdeggiante oramai quasi estivo. Ma non ancora. Chiazze giallastre simili a stoppie bordeggiavano il canalone che poi era una pista da sci. La seggiovia arrugginita sembrava uno di quei meccanismi che si inceppano ma continuano a girare a vuoto. Nessuno scendeva, nessuno saliva. Il cigolio che seguiva i salti del vento giocava in sottofondo alle chiacchiere. Mucche sparse qua e là, facevano suonare i campanacci come echi lontani. L’aria era frizzante ed il sole, invece, giocava a nascondino tra le nuvole ruggenti. Eravamo sul cucuzzolo del Monte Tomba e la croce, scolpita dalla ruggine e dai venti, dominava la valle. Distesi sull’erba stopposa in piccoli gruppi, spicchi di compagnia parlava, giocava o godeva del silenzio immacolato della montagna ad ogni cambio del vento.
“Augusto, sto parlando con te. Vieni dai che ci facciamo fare una foto. Sul muretto a fianco della croce. Breraaaa” urlò “vieni che ci fai una foto”.
“Arrivo, Anita” rispose mentre discuteva a voce alta con Gui e Findus “oh dobbiamo fare una riunione per organizzare la vacanza a Soraga. Questo giro vengono anche le ragazze. Arrivo cuginetta eccomi”.
Credo di aver avuto una faccia da schiaffi. Anche perché, in assenza di Carlo, era praticamente tutto il giorno che sfioravo e annusavo le dolci curve di Anita Comparon. Era come veleggiare in uno spazio-tempo di pura felicità.
Mi ha piantato il suo sguardo di prima mattina appena si è infilata, insieme a Giovannino, nella macchina della Francy con Boone. Io ero già seduto dietro e ridevamo di una battuta. Giovannino quel cialtrone, l’ha fatta sedere in mezzo e lei, sporgendosi in avanti verso di me, ha spalancato occhi e sorriso come una terrazza su una valle alpina di pieno luglio. Ed il sole fermo in mezzo al cielo blu. Una piacevole fragranza si aggirava in me. Ad ogni iniziativa, canto o ballo o discussione o escursione, non passavano cinque minuti senza uno sguardo, un sorriso, un ammiccamento. Ogni parola era una scusa per un contatto, per un nuovo inizio. Per sfiorarle anche solo un braccio, darle come appoggio la spalla o scambiare un ricordo.
Amo raccontarle di me e della mia vita. Nessuno ha mai dedicato così tanta attenzione a queste vulcaniche digressioni. Scoprire, scoprirsi ed essere scoperti. Quando le parlo, trafitto dai suoi due fanali marroni così implacabili, è come se fosse rimasta incastrata per sempre tra le mie gambe da calciatore sul prato del concerto. E quel venticello bresciano…… così pregno.
“Vieni qui Augusto. Ecco, adesso possiamo fare la foto” infilando una margherita bianca dietro l’orecchio, agitava i miei riccioli con la mano libera.
Allora, mi sono svegliato dalla sorpresa e chinandomi verso di lei ho ricambiato l’omaggio floreale fissando dietro il suo orecchio un fiore blu sottolineando “Ecco Anita, questo è il fiore preferito di mia mamma. Me ne dava sempre un mazzolino da piccolo in montagna, da portare a casa e mi diceva ridendo, così non mi dimentichi. Io non capivo perché me lo dicesse. Ma, arrivato a casa li mettevo subito nell’acqua e per giorni e giorni guardandoli pensavo alla mamma. Soprattutto quando partiva verso la città per lunghi periodi”.
Lei annuì “Che belli Augusto, come si chiamano?”.
“Non ti scordar di me” risposi pensando agli occhi blu della mia mamma.
Mi ha abbracciato, cingendomi da dietro la schiena e, infilando la mano sotto la maglietta muoveva dolcemente due dita. Mentre io le ho cinto diligentemente le spalle. Quindi ci siamo guardati, lasciando precipitare i nostri corpi assetati, l’uno contro l’altro sul muretto cimbro, mentre Brera, bastardo, ha urlato a voce alta
“Tre, due, uno flash. Bellissimiiiiiiii”.
“Bvavooooo Bandaaaaaaaaa. Perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzooooo. Peccato che sia culaton!!!” coro autogestito da Tony Crippa, Boone, Francy, Bobo, Giovannino e la Vale. Bastardi dentro.
Non sempre riesco a nascondermi.
La foto è bellissima. E campeggia da un po’ di tempo appoggiata alla mensola centrale della libreria futurista, ideata da nonno Antenore per il mio studio. Per la precisione è appoggiata sulle cassette distese in fila indiana vicino al registratore e, non è un caso se l’ho messa lì. Si staglia orgogliosa, appoggiata a “Rimmel”, “Radici”, “Harvest”, “Blitz” e “Bob Dylan at Budokan”. Lei è fascinosa nei suoi Levi’s blu e la camicia senza collo azzurrina. Aperta quel giusto per poter immaginare il vasto mare. I suoi orecchini gitani, incrociano i miei riccioli che scivolano verticali sulla spalla. Entrambi scintilliamo radiosi. I sorrisi sembrano cascate fragorose e gli occhi, l’apice da cui salta l’acqua furiosa. La salopette di jeans Wrangler contiene a stento la mia maglietta blu, con la scritta gialla “University Vermont”, soprattutto sul fianco sinistro, perché vi è infilata la sua mano fragrante che gioca con la mia schiena tirata di ragazzo. Io sorrido e assorbo quella fragranza mentre impercettibilmente sono girato verso di lei, forse per mettere in risalto la margherita che adesso poggia sfiorita, ma non priva di significato, sulle cassette e ai piedi della foto. Anita Comparon emana luce perché ride fragorosamente, gli occhi semichiusi sognano qualcosa e i suoi capelli castani con i fiori blu, un po’ più lunghi dei miei, sono il giardino ideale di un viso perfetto. Forse mediterraneo o forse no. Comunque bellissimo. Chissà a cosa stava pensando in quel momento preciso. Dietro a noi la mia borsa di cuoio, il cielo azzurro e un falco che volteggia.
“Al mio amico Augusto, non ti scordar di me. Un bacio (cuoricino), Anique 25.5.1981” così si è firmata, alla francese, nella dedica sul retro. Una novità.
Giovannino comincia a intuire qualcosa e sostiene, quando siamo soli, che le piaccio di sicuro. Mi aspetto che prima o poi avvisi il Bobo e siccome ama tramare mi ha assicurato che indagherà. Io lo lascio fare, continuando ad assumere però un atteggiamento falsamente disinteressato. Sottolineando con veemenza “Oh, Giovannino non voglio casini. Tanto meno con Carlo” il suo ragazzo che ci frequenta quasi quanto lei. Ma che è alle prese con la maturità come anche la Francy e la Giovi. Sono tutti via di testa prima degli esami.
Vorrei aggiungere che da quando questa amicizia, sembra abbia a che fare con l’attrazione, non sono più sicuro di poter reggere la tesi dell’amore libero e libertino, se non come scusa o come provocazione. Ogniqualvolta, che Anita Comparon non mi dedica delle attenzioni, sorge in me una stupidissima forma di gelosia molto simile alla delusione e all’ansia. Qualcosa che mi fa soffrire in silenzio e che mi guardo bene di lasciare passare tra i segnali di fumo delle mie emozioni. Si, lo so che non dovrei avere di questi pensieri. In fondo Anita non è la mia ragazza. ma di un altro e tutto questo contrasta con la serietà nei rapporti umani, l’etica dell’amicizia, i valori e l’esempio di una vita giusta. A cui da sempre cerco di fare riferimento. Ma non posso farci niente perché, pur contrastandola razionalmente, questa forza è come un bel sogno. Ha a che fare con il brivido di un imprevisto, l’incontro immortale che non ti aspetti, il colpo di tacco dritto all’incrocio, il numero estratto per la tombola, la campanella che ti salva sul precipizio di un’interrogazione, una notizia meravigliosa, una vittoria con gol in zona Cesarini, una promozione che era in dubbio fino alla veneziana che lentamente si è alzata sui tabelloni finali. Di sicuro Anita, anzi Anique come sogno abbia voluto identificare la nostra intima relazione, è la prima in assoluto che mi ha fatto battere il cuore così forte. Ma tanto forte e vorrei che lo sapesse.
A proposito di studio ed esiti finali, Gui, in anticipo sulla tabella di marcia, e Findus, regolare nel suo passo, stanno frequentando il primo anno di Università. Il primo l’Isef mentre il secondo Economia e Commercio con ottimi risultati sul libretto degli esami. Tra universitari e maturandi, Brera scalpita come una gatta affamata, perché vuole a tutti i costi, essere libero di muoversi a suo piacimento tra studio, U.S. Montreal, pace, compagnia, Giovi, giornalismo e cazzeggio.
“Banda, finirà sto cacchio di Liceo” mi dice, praticamente tutte le mattine, nel momento esatto in cui mi attacco praticamente in tuffo dalla bicicletta al suo braccio destro, mentre lui accelera nervosamente la Vespa bianca, che rutta un sinistro fumo grigio dalla Pinasco.
Quando finisco la giornata scolastica passo quasi sempre dalla libreria. A volte mi fermo con la mamma e la zia Monica a sgranocchiare qualcosa. Passo interi pomeriggi a studiare in bottega. E’ un luogo magico che mi riserva sempre sorprese. Quando mi ci infilo è come essere catapultato dentro alle mille vite di altri, tra personaggi d’altri tempi, immaginazione, finzioni e realtà. Ho un angolo semi nascosto dove nessuno mi può vedere, che mi permette di stare solo per fare i compiti o fantasticare. Quando non ho niente da fare, ascolto la musica del negozio saldamente in mano alle ugole profonde della Vanoni e di Milva. La mamma le adora e a me piace scrivere mentre cantano. Il profumo acre della carta aleggia come una presenza fisica tra le stanze ad arco del sotto riva. Ogni volta che entro, oltre al campanello stridulo sopra la porta e il suo cigolio indefesso, cerco questo profumo che mi ricorda casa.
Talvolta passo dal campo a trovare Brera e Giovannino durante gli allenamenti della loro squadra pulcini. Quasi tutti i sabati sono precettato per fare il guardialinee ed aiutarli nel domare questo stormo indisciplinato. I bambini mi conoscono e quando arrivo, all’unisono urlano “Ciaooooo Bandaaaaaaaaa” come fosse una festa con la musica e le fanfare.
Se l’allenamento è incandescente, Brera mi usa come esempio per gli esercizi di tecnica. Eseguo stop di destro e sinistro, collo piede, esterno, interno, coscia, petto, tacco, testa, spalla e persino stinco. I bambini applaudono e imitano i miei gesti, mentre la mia anima si colma di gioia. E’ una sensazione che trova radici, ancora una volta nell’infanzia, questo dare senza nessun bisogno di ricevere. Brera è spettacolare tra i bambini, li incita a fare sempre meglio e di più. A superare le loro paure, perché il rischio farà parte della vita. Ed anche uno stop prima sbagliato e poi finalmente azzeccato, farà breccia nei loro giovani cuori erranti. Giovannino è la spalla ideale perché corregge senza farsi sentire e quando Brera si incazza, lui credo pensando a Gastone, li accarezza con parole ricche di speranza. A volte li aspetto, dopo le docce, e sentirli imprecare contro Stefano, perché lui ogni volta che esce imita una pubblicità progresso ripetuta allo sfinimento sulla Rai, dicendo “Risparmiare energia? Si deve” e spegne immancabilmente la luce dello spogliatoio lasciandoli nudi al buio. Tutto ciò è qualcosa di meraviglioso.
L’U.S. Montreal è un oramai un viaggio. Gui è un ottimo allenatore. Il migliore che ho trovato fino ad oggi. Meticoloso, non solo nel lavoro tecnico, ma anche sotto il profilo umano. Prodigo di consigli, non lesina a dedicare tempo per risolvere ogni tipo di problematica. E anche se siamo amici in piazza, quando ci troviamo sul campo da calcio il nostro rapporto è subalterno nel rispetto delle gerarchie. Crede molto nelle mie capacità tecniche a cui mancano, ancora, solide basi fisiche e mentali.
E un giorno, mentre mi dirigevo verso le biciclette e i motorini, mi ha fermato scientificamente preparato per affrontare la situazione, dicendomi
“Banda, non puoi accontentarti di giocare a calcio senza obiettivi precisi. Mi spiego meglio. Tu hai la fortuna di avere ottimi mezzi tecnici che, quando collimano con una sorta di misteriosa alchimia, diventano luce e ispirazione per te stesso e i tuoi compagni. Nel gergo tecnico, questi giocatori vengono chiamati trascinatori. Ma al momento, questa eventualità è alterna e nello stesso tempo subalterna, ad una convinzione mentale e fisica che stenta a farsi breccia dentro di te. Cosa muova questa fatale incertezza lo puoi sapere solo tu. E’ come se non volessi assumerti troppe responsabilità. Come se qualcosa ti frenasse. Sia chiaro è una mia sensazione e parlo solo di quello che riguarda il calcio. Sei un ottimo amico e una persona stimata da tutti in squadra e in compagnia. Ho molte speranze nei tuoi confronti, proprio perché possiedi queste alchimie che non tutti riescono ad avere. Ma non so, al momento, se riuscirai a raggiungere questo obiettivo. Cioè, se tu lo vuoi veramente che, di fatto, è la cosa più importante. E ti assicuro, rinunciare sarebbe uno spreco pazzesco Banda. Lascia stare il pensiero della Serie A svanita, davanti a te e a noi, si staglia il vero calcio da qui a qualche anno. Quello che ci farà crescere, diventare uomini, che ci farà divertire. Io sono determinato su quello che voglio dal calcio. E tu?”.
Aveva deciso di giocare i carichi, che nella briscola sono l’asso e il tre, solo che lui aveva optato solo per quelli da undici. Sembrava soddisfatto da un leggero sorriso complice che gli si pronunciava sul lato sinistro della bocca, mentre era in attesa della mia risposta che non si è fatta attendere
“Vedi Gui, a me piace giocare a calcio. Ma non ho la più pallida idea di cosa farò nel prossimo futuro. Non lo so della mia vita, figurati nel calcio. Da sempre mi scontro con me stesso, per capire il motivo di tanta incostanza. Non so a cosa pensare e se una mattina gioco da dio o da fallito, purtroppo non dipende da me. Ma da qualcosa che ho dentro e che non controllo. L’ispirazione delle giornate di grazia, è come giocare alla schedina e fare tredici. Cioè, non potrei nemmeno dire che alcune mattine mi sento in forma o no. Semplicemente non lo so. Non ho basi certe su cui ragionare. E’ tutto nascosto dentro di me. Credo nell’anima, questa maledetta. Sto attraversando un periodo complicato a casa. E’ quasi un anno che non parlo con mio padre, ma non è una scusa. Però mi chiedo se tutto questo influenzi anche la mia concentrazione e di conseguenza le mie prestazioni. Boh. Il calcio per il momento è divertimento e passione. Ma più divertimento. Ti sto apprezzando molto come allenatore e anche come amico. Amo spaziare però. Le amicizie in questo momento sono preminenti su tutto. La tua squadra è magnificamente organizzata ma la mia presenza finirà tra qualche mese e tutto ritornerà come doveva essere. Vivo alla giornata e sul calcio sinceramente non ho obiettivi in questo momento. Però mi ha fatto piacere questo tuo intervento e ti prometto che penserò a tutto quello che mi hai detto”.
“Senti Banda” ribattè prontamente “io voglio il meglio per te, perché lo meriti. Non dare mai niente per scontato. Le nostre strade potrebbero incrociarsi ancora e magari molto presto. Devi credere di poter diventare un ottimo calciatore. Io ne sono certo. Coltiva tutte le amicizie con cura, ma ricordati che si è calciatori una sola volta nella vita e tra non molto dovrai decidere. Se esserlo o no. Io ci credo e voglio che anche tu te ne convinca. Probabilmente diventando grandi vedremo le cose sempre in maniera differente da qualsiasi presente. Quindi, io spero che la maturità, ci serva per coronare sogni e speranze. Tutto ciò che stiamo costruendo al Montreal e in compagnia, sarà in qualche maniera per sempre. Sia per chi ci crederà e anche per quelli magari, solo di passaggio. A sedici anni e mezzo hai tutto il diritto di non avere certezze. Ma sei molto sveglio e intelligente. Secondo te io ne ho di certezze così definitive? Guarda sull’amore, come sono lontano da tutti voi. Sono caparbio. Cerco di ragionare, di capire, di ascoltare e farmi delle idee. Scelta l’idea, cerco la coerenza. Io il papà non l’ho neanche mai avuto. O meglio, è morto quando ero piccolo. Un infarto fulminante. Quindi sono abituato alle responsabilità. Mia mamma fa le pulizie e mio fratello è ancora piccolo. Siamo destinati a lottare Banda. Il calcio per me è una forma di rivalsa molto importante. E’ un luogo d’incontro ed è democratico. E’ più che un sogno. Sono molto determinato e ambizioso. Vorrei che anche per voi, perché non sei il solo in questa situazione di incertezza, fosse così importante. E sinceramente mi diverto tantissimo. L’U.S. Montreal poi rappresenta l’appartenenza. Il senso di appartenere mi rende consapevole ad essere esigente soprattutto con me stesso”.
“Caspita Gui stai correndo. Difficile pensare di poter tenere il tuo passo. Intanto mi concentro sul calcio giocato, poi si vedrà. La compagnia è un buon mezzo per conoscerci sempre meglio e frequentare il nostro tempo con curiosità e partecipazione. Siamo giovani no?” ho risposto secco come per allontanare la sua invasione che mi soffocava. Ma non come una cosa del tutto negativa ma come se il suo sogno fosse più importante dei miei, fossero anche solo delle illusioni. O forse era quello che voleva, provocare una reazione.
“Bene Banda sappi che senza di te non è uguale. La tua presenza, in generale, resta determinante. Illuminante. All’interno di un gruppo fai la differenza. Anche se non vuoi ammetterlo, innanzitutto con te stesso. Devi fartene una ragione. Sarà il tuo destino” e sorrise con sincerità, aggiungendo di getto “scusa ma sei proprio convinto di tutte quelle idee libertine sul sesso e sull’amore?”.
Lo aspettavo al varco e sornione ho risposto “Mmmhhhh, Cerco di ragionare, di capire, di ascoltare e farmi delle idee. Scelta l’idea, cerco la coerenza. Va in mona Gui!!!” adesso si erano invertite le gerarchie ed era come quando in campo gioco da dio o quando siamo in piazza, in certe serate, nella vita vera.
“Daiii si serio, veramente pensi a tutte quelle cose?”.
“Ascolta Gui, io penso che tu devi evolverti. Sembri fermo agli anni cinquanta. Ma cazzo tutti quei preti ti hanno riempito la testa solo di divieti. La rivoluzione sessuale, il femminismo, il divorzio, la pillola anticoncezionale, l’amore libero, la pop art, Che Guevara, i jeans strappati, Henry Miller, Dylan, la salopette, le camicie a quadretti, i capelli rasta, gli orecchini, le espadrillas, Jimi Hendrix e Janis Joplin, Gandhi, la Baia degli Angeli, Cruijff, Kempes, Guccini, e … e … Siamo negli anni ottanta. Sta cambiando tutto. Cazzo, tu insieme a Findus e Brera, state cambiando l’U.S. Montreal, o no!? Ma fuori dove si vive, perché vuoi che il mondo non cambi!!!!”.
“No, no forse mi hai frainteso. Io voglio che la società cambi, mi piace la modernità ma la concepisco più come un miglioramento etico, intellettuale, solidale, democratico, “anche gli ultimi saranno i primi”. L’apparenza esteriore non è proprio nelle mie corde Banda. Però devo essere sincero, mi intriga”.
“Si però, d’accordo cazzo, non puoi prenderti sempre troppo sul serio. Molla tutta questa rigidezza. Crea un tuo stile. Hai una fortuna, che gli adulti e meglio ancora le persone intelligenti, ritengono, a priori, interessante ascoltarti. Guarda che non è poco. Però non puoi calarti completamente nella parte dell’adulto a tutti i costi. Come stile di vita. Il mio professore di italiano dice sempre “Il bello del rospo? E’ la rospa”. Insegui uno stile giovane. Non sempre due più due fa quattro. Sembri più vecchio dei tuoi vent’anni. Allora, dico io, il tuo destino probabilmente sarà quello di formare giovani. Bene, adeguati a loro anche nell’immagine se vuoi stare al passo. Se vuoi essere credibile. Se vuoi coglierli nel segno. Poi, d’accordo, l’abito non fa il monaco ma insomma. Non credi? Tira giù un po’ di polvere e vedrai che storia. Oh Gui?”.
“Siiii”.
“Va in mona, ci vediamo stasera in piazza” e sorrisi a tutta.
“Ciao scemo di un Banda. A dopo”.
“Ciao ……………………… Gui?”.
“Siiii”.
“Grazie”.
e sono saltato, con un grande sorriso e molto leggero sulla vecchia Betsy e la borsa da calcio stesa tra il manubrio e la canna. Verso casa, Via Leningrado, Italia.
Mi sono fatto una tazza enorme di caffelatte e mentre inzuppavo una rosetta del giorno prima, alquanto sfiduciata, la voce del nonno Antenore ha rimbombato nel soggiorno direttamente dalla finestra sul giardino.
“Augusto, è tutto il giorno che ti aspetto”.
“E’ successo qualcosa nonno?”.
“Niente di particolare. Ma voglio dirti una cosa prima di morire”.
“Ma che cacchio dici nonno. Sto cenando e poi che pensieri strani” l’ho incalzato quasi seccato. La luce era ancora viva nel cielo ma dalla proiezione fioca e io non voglio che il nonno muoia, per niente al mondo.
“Lascia stare, noi vecchi siamo saggi anche sulla morte. Ogni giorno che mi alzo è un giorno regalato ma che mi tiene distante da tua nonna Emilia. Lo sai benissimo come la penso. Comunque sia, devo dirti una cosa. E’ un pezzo che voglio dirtela ma sei sempre via. Neanche Cadorna saprebbe comandarti a dovere. Ah, se penso a Caporetto” aspirando un blocco di saliva decisamente amaro, ha finalmente aggiunto quello che voleva dirmi da qualche tempo “Augusto affronta il tuo papà. Il tempo è tiranno, non sai mai come va a finire. Augusto, va da lui e chiudi questa faccenda stupida”.
Non mi ha lasciato neanche il tempo di rispondere, perché la tenda bianca aveva perso l’ombra della sua sindone. Non voleva discuterne, probabilmente perché il suo scopo era quello di appuntare questa richiesta, come un foglietto ad un chiodo sul muro. Tra le ombre della sera e l’oleandro del giardino, qualcosa vacillava dentro di me ma, l’arrivo trafelato della mamma ha subito cancellato questa debolezza che, da qualche parte di sicuro, si stava accomodando, sempre dentro di me.
“Ciao mamma, ti voglio beneeeeeeeeeeeeeeee” è stato lo slancio e lo strano benvenuto di quel giorno così pieno di domande senza risposta.
Sono salito nella cameretta-studio e ho subito acceso la radio. Contemporaneamente ho iniziato un secondo racconto. Su un fantomatico bambino che voleva giocare in Serie A.
La vita è bella. Sogno di grandi imprese e impavide prodezze.
Augusto “Banda” Bandini
Da Lp “Resta vile maschio, dove vai?”, 2 giugno 1981
“Io scriverò sul mondo e sulle sue brutture
Sulla mia immagine pubblica e sulle camere oscure
Sul mio passato e sulle mie paure”